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CLIMA 30 Novembre Nov 2015 1913 30 novembre 2015

Clima, il Pianeta diviso in tre blocchi

Gli Stati Uniti e i loro alleati spingono per le riduzioni di gas serra. I Paesi in via di sviluppo temporeggiano. E quelli poveri chiedono aiuto. Gli interessi in campo a Parigi.

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Foto di gruppo per i leader mondiali presenti alla Conferenza di Parigi.

I leader mondiali sono riuniti a Parigi per discutere della salute del Pianeta, ma non tutti sono lì per salvarlo. È uno scenario molto complesso quello dei Paesi che trattano per raggiungere un accordo sul clima. In grandi linee si possono dividere in tre blocchi: Paesi industrializzati, Paesi in via di sviluppo e Paesi emergenti.
Ma a differenza dei tempi del protocollo di Kyoto nel 1997, l'economia e la politica sono cambiate.
Nel rush finale che si sta compiendo a Parigi verso un patto con l'obiettivo di contenere l'aumento della temperatura media globale fra 1,5 e 2 gradi, ciascuno va per la propria strada con indicazioni diverse sul contenimento dei gas serra. Seguendo non solo logiche ambientaliste.
GLI USA TRAINANO I NEGOZIATI. Fra i grandi inquinatori, gli Stati Uniti per la prima volta non sollevano problemi, anzi, vogliono trainare i negoziati. D'altronde, un accordo sul clima è forse l'ultimo grande obiettivo dell'amministrazione Obama, che ha dichiarato di voler portare a casa dei risultati in questo senso prima di andarsene.
Ci sono invece posizioni diverse fra i Paesi emergenti del gruppo Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina), mentre fanno vero blocco i Paesi del Cvf (Climate vulnerable Forum), quelli più a rischio a causa dei cambiamenti climatici.
VENEZUELA E SAUDITI DI TRAVERSO. La Russia per la prima volta sembra non mettersi di traverso, alle prese piuttosto con questioni internazionali, mentre chi questa volta potrebbe vestire i panni del 'guastatore' possono essere i Paesi che producono petrolio, in particolare Arabia Saudita e Venezuela.
Ecco le tre grandi direttrici che percorrono il Cop 21 e le posizioni dei vari Stati.

Stati Uniti: Obama cerca l'ultima vittoria

Obama vuole guidare il cambiamento, ammettendo il ruolo degli Stati Uniti nell'aver creato il problema, e trainando i Paesi occidentali verso la riduzione delle emissioni. Conta sul fatto che l'accordo quadro sarà un 'executive agreement', cioè un accordo in applicazione della Convenzione quadro delle nazioni Unite sul clima di Rio del 1992, che fu un trattato internazionale.
NON SERVE IL SENATO PER L'ACCORDO. Essendo stato quest'ultimo già sottoscritto dal Senato americano, per il 'Paris agreement' non occorrerebbe il voto del Senato (che sarebbe negativo) ma solo la ratifica di Obama.

Basic: i Paesi in via di sviluppo prendono tempo

Brasile e Sud Africa sono alle prese con problemi interni rispettivamente di ordine politico ed economico e vedono questa occasione per rilanciare la propria economia puntando su aiuti da parte dei Paesi industrializzati. Sulle emissioni di CO2, invece, Cina e India hanno posizioni diverse.
LA CINA ASPETTA IL 2030. La Cina, primo grande inquinatore e alle prese con livelli record di smog vuole riconvertire la propria economia. Ha versato l'equivalente di tre miliardi di dollari in un fondo per la cooperazione con i Paesi del sud del mondo, per aiutarli nell'uso di energie pulite. Punta ad andare, quindi, in scia a Usa e Ue, anche se i suoi impegni di riduzione di gas serra slittano al 2030.
L'India, invece, terzo grande inquinatore al mondo, è più recalcitrante. È disposta ad un piano di riduzione di emissioni ambizioso in proporzione agli aiuti economici che potrà ricevere.

Cvf: i timori per il clima

I Paesi del Sud del mondo, dalle Filippine alle Maldive, che sono più vittime che protagonisti dell'inquinamento, vogliono essere risarciti dei danni che hanno subito a causa soprattutto di inondazioni e sono disposti a produrre energia green. A condizione di avere aiuti economici.
DEBOLI MA MOLTI. Il Cvf comprende Afghanistan, Bangladesh, Barbados, Bhutan, Costa Rica, Etiopia, Ghana, Kenya, Kiribati, Madagascar, Maldives, Nepal, Filippine, Rwanda, Saint Lucia, Tanzania, Timor-Leste, Tuvalu, Vanuatu e Vietnam. Paesi estremamente poveri, ma il loro potere nei negoziati è quello di muovere un centinaio di voti nella votazione sull'accordo.

Infine, un ostacolo nei negoziati potrebbe essere rappresentato dai big del petrolio, Venezuela e Arabia Saudita in primis, che risentirebbero dalla prospettiva di un'economia senza combustibili fossili.

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