Luigi Ciotti 140831160712
MAMBO 2 Dicembre Dic 2015 1320 02 dicembre 2015

Estremisti dell'antimafia riflettete sul caso Libera

La lite Ciotti-La Torre manda in crisi un mondo che crede di avere la verità in tasca.

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Don Luigi Ciotti.

La rottura al vertice di Libera racconta molte cose sui cambiamenti nell’Italia di ieri. Scrivo l’Italia di ieri perché fino a poco tempo fa alcuni nomi, alcune associazioni, alcune situazioni apparivano inattaccabili e ogni critica veniva presa come lesa maestà o, peggio, collusione con il nemico.
Libera si è spaccata perché Franco La Torre, figlio di Pio, è stato estromesso con un sms di don Luigi Ciotti dal vertice dell’associazione dopo un suo duro intervento nell’ultima assise. Don Ciotti è un prete benemerito a cui dobbiamo tanta parte della crescita civile del Paese. Instancabilmente ha girato l’Italia per sollecitare prese di posizione singole e associate contro il crimine, ha segnato con la sua presenza stagioni intere dell’Antimafia, ha salvato ragazzi dalle droghe. Una bella storia, una bella biografia.
CIOTTI E LATORRE, DUE PERSONE DI QUALITÀ. Franco La Torre è un uomo mite e colto. A differenza del suo papà, di cui mi onoro di essere stato amico e che mi chiese di collaborare con lui quando diventò responsabile del Mezzogiorno del Pci, Franco non ama le grandi platee. Era un conduttore molto bravo di Italiaradio, l'emittente del Pci di cui fu la “voce”con un altro personaggio ora scomparso di grande valore, Romeo Ripanti, poi scelse l’associazionismo.
Insomma, stiamo parlando di due persone di qualità, diversissime che hanno per anni collaborato e che ora si lasciano bruscamente e con un filo di rancore.
Non so se riusciranno a ricomporre il rapporto, so-sappiamo che un vero terremoto sta scuotendo il mondo che ha segnato la cultura di sinistra in Italia negli ultimi trenta anni. È caduto il mito della magistratura integerrima e infallibile. Si sono moltiplicati i casi, l’ultimo a Palermo, di magistrati infedeli, troppi pm hanno scelto la strada della politica rivelando la propria modesta statura (basta pensare alle ultime dichiarazioni di Ingroia contro il Pd legato a gruppi criminali), i magistrati litigano fra di loro come comari inselvatichite, persino Travaglio comincia a nutrire qualche dubbio sul casino che lui e i suoi hanno combinato.
Sul versante politico il movimento 5Stelle, la cui crescita è stata agevolata dagli errori della sinistra e dalla strada spianata del giustizialismo, mostra di non voler avere debito verso alcuno: hanno messo alla porta Di Pietro, ignorato Ingroia, attaccato don Ciotti su Ostia.
C’è solo un piccolo drappello di politici e giornalisti ( e uso il termine “drappello” non a caso perché notoriamente indica un gruppo ristretto di uomini comandati da ufficiali di rango inferiore) che continua a muoversi sulla scena pubblica come se stessimo nel passato. La ricreazione, invece, è finita anche per loro.
UN MONDO CHE DEVE FARE AUTOCRITICA. Vedete la fine dei talk serali interamente politici, inventati a sinistra e oggi dominati da centurioni della destra. Ciascuno è vittima delle proprie macchinazioni.
Il tema di oggi è come salvare il meglio di quelle esperienze, come mettere in sicurezza quei settori della magistratura che hanno ben lavorato senza secondi fini spettacolari o politici, dare fiducia a quegli uomini e donne dell’associazionismo che hanno faticato per costruire una tela che ha aiutato l’Italia a salvarsi, quel mondo intellettuale, specie siciliano, ma non solo, che ha analizzato la mafia con gli strumenti scientifici (Fiandaca, Lupo, Sciarrone) e non con i teoremi di magistrati in vena di spettacolarizzazione.
Forse bisognerebbe invitare questi mondi antimafia, e quelli pacifisti che gli sono stati a fianco, a fare un’analisi realistica sui limiti culturali della loro esperienza, sul prezzo pagato al protagonismo di leader e capipopolo, su una maggiore apertura verso chi non ha sposato le loro tesi estremiste.
Insomma loro, come tutti sapevamo, non avevano la verità in tasca e spesso nelle loro fila qualcuno in tasca non aveva buone intenzioni, come teme Franco La Torre.

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