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DIPLOMATICAMENTE 2 Dicembre Dic 2015 0800 02 dicembre 2015

Non perdiamo la bussola: la priorità si chiama Libia

L'accordo Tripoli-Tobruk è ancora sub judice: è tempo che torni sotto i riflettori.

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Il generale Khalifa Haftar.

Attenzione alla Libia.
La strage di Parigi, la maratona diplomatico-politica di Hollande e il duro scontro in atto tra Mosca e Ankara in conseguenza dell’abbattimento di un caccia russo sul confine turco-siriano, hanno finito per monopolizzare l’attenzione dei media nazionali e internazionali.
È tempo però che la Libia, tanto a noi vicina geograficamente e storicamente, torni a essere posta sotto i riflettori.
FONTE DI INSTABILITÀ. La sua perdurante conflittualità che è politica ma anche istituzionale, etnica, tribale e settaria, è un generatore di instabilità nell’area e sta producendo in particolare due derive che ci preoccupano: da un lato un gigantesco ponte levatoio aperto al più incontrollato flusso migratorio, estremamente impegnativi sotto il profilo umanitario come sotto quello della sicurezza; dall’altro, un’inquietante crescita del bubbone dello Stato islamico, trapiantato in terra libica da oltre un anno.
Per molti mesi abbiamo seguito con alterni sentimenti, ora di speranza, più spesso di frustrazione, l’azione di mediazione portata avanti da Bernardino Leon, il Rappresentante in loco del Segretario generale delle Nazioni Unite, per giungere ad un accordo tra Tobruk e Tripoli (identificativi dei due governi e parlamenti in conflitto) suscettibile di consentire la formazione di un governo di unità nazionale.
I SEGNALI DI AVVICINAMENTO. Nella seconda parte dell’anno si sono registrati segnali sempre più robusti di un avvicinamento delle rispettive posizioni che Leon giustamente si sforzava di rimarcare e finalmente, l’annuncio tanto atteso di Skirat, in Marocco, al termine dell’ennesima maratona negoziale: c’era l’accordo e c’era addirittura il nome di Fayez Serray (Tobruk) quale capo del costituendo Consiglio di presidenza (con tre vice primi ministri) col mandato di comporre la squadra di governo.
Ma a fine novembre, dopo quasi due mesi, l’accordo è ancora sub judice a causa della minoritaria ma incisiva dissidenza degli irriducibili 'anti' in seno a ciascuno dei due gruppi.

Il monito (vano) della comunità internazionale

Paolo Gentiloni e Federica Mogherini.

A poco è servito il monito lanciato da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Stati Uniti che la comunità internazionale «isolerà quanti non rispetteranno l'accordo politico raggiunto».
A poco è servito l’estremo tentativo di Leon, la cui immagine si è macchiata proprio nelle ultime settimane del suo mandato a causa di un asserito incarico milionario ricevuto dagli Emirati per guidare la loro Accademia diplomatica.
L'ATTIVISMO DI FAYEZ SERRAY. Ma qualche cosa si è mosso sulla scorta dell’attivismo di Fayez Serray, il primo ministro in pectore, volto a “legittimarsi” presso i governi degli altri Paesi del Nord Africa, dall'Egitto all'Algeria, alla Tunisia.
E qualcosa in più è affiorato con l’arrivo di Martin Kobler, il nuovo Rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite, che ha esordito con la perentoria presa di posizione iniziale – «il testo dell’accordo non si tocca» – mirante a propiziare la resipiscenza dei dissidenti.
Tanto più che questi è parso muoversi con una maggiore dose di real politik affrontando in diretta i Paesi reputati disporre di una qualche influenza sulle due principali parti in conflitto. Dal Cairo agli Emirati, al Qatar.
LA POSIZIONE DI EGITTO E QATAR. Non è certo casuale la dichiarazione di 92 membri del parlamento di Tobruk a favore dell’accordo politico e del Consiglio di presidenza cui ha fatto eco la maggioranza dei membri del parlamento tripolino. Tanto meno casuale il formale apprezzamento espresso da 10 Paesi (Algeria, Francia, Germania, Italia, Marocco, Spagna, Tunisia, Emirati, Gran Bretagna e Usa) nei riguardi di questi parlamentari «coraggiosi e determinati a costruire una Libia unita e capace di combattere l’instabilità, l’estremismo e il terrorismo».
Da tenere a mente che tra i firmatari non figurano né l’Egitto, ritenuto il grande sostenitore del generale Haftar (Tobruk) che nel fare la guerra all’Isis mette nel mirino anche le milizie di Tripoli, né il Qatar, che certo non sostiene l’area più moderata dei jihadisti.
UN VUOTO DI POTERE PERICOLOSO. Già, il terrorismo, il grande nemico che si abbevera del vuoto di potere che ancora prevale in Libia e che lo stesso Kobler ha definito «la minaccia più grave [...] che incombe in maniera crescente sul Paese»; la minaccia che potrà essere contrastata adeguatamente solo con la ritrovata unità del Paese.
Il terrorismo che anche in Libia ha diverse facce ma che trova nell’Isis il suo protagonista più temibile.
Gli hanno fatto eco il primo ministro britannico Cameron e i suoi colleghi del Commonwealth riuniti a La Valletta; gli ha fatto eco il ministro Gentiloni da Doha e lo stesso presidente del Consiglio Renzi che ha sottolineato allo stesso Hollande - troppo focalizzato sulla 'sua guerra' per raccogliere la sollecitazione - la necessità di allargare con criteri di assoluta priorità l’impegno contro l’Isis anche alla Libia, a rischio di diventare la prossima emergenza terroristica.

L'Isis prolifera in Libia

Sirte bombardata dall'Isis.

In effetti, molta acqua è passata sotto i ponti da quando un manipolo di militanti locali ha fatto sventolare le bandiere nere dell’Isis a Sirte, una città portuale a 400 miglia sud-est della Sicilia; un anno nel corso del quale quel gruppetto si è trasformato in una vera e propria colonia dello Stato islamico affollata da foreign fighter provenienti dalla regione, capi milizia locali, criminali liberati dalla principale prigione della città, sotto il comando di inviati del Califfato iracheni e siriani.
Gli ultimi arrivati nelle ultime settimane, se si deve prestare fiducia a notizie fatte filtrare dai servizi britannici e americani.
OLTRE 2 MILA COMBATTENTI. Un anno nel quale questa colonia nera, grazie alla miopia di quanti avrebbero potuto/dovuto contrastarla, in primis all'interno del Paese, è arrivata a contare tra i 2 mila e i 2.500 combattenti e a estendere il suo controllo su più di 150 miglia di costa, da Abugrein ad ovest a Nawfaliya ad est – e a godere di una ampia libertà di movimento a Misurata.
Per di più si starebbe muovendo ancora più ad est verso Ajdabiya, puntando al controllo di un incrocio strategico e di un’area di vitale importanza petrolifera.
Superfluo annotare come questo gruppo abbia imposto le sue regole “islamiche” sull’area posta sotto il suo controllo: dall'osservanza delle più oscurantistiche pratiche - niente musica, velo obbligatorio, chiusura dei negozi durante le 5 preghiere quotidiane - alle modalità di gestione del territorio - tasse, spoliazioni, corti islamiche, eccetera.
L'IMPEGNO DI ROMA. Ben si comprende come la ricostituzione di un blocco di governo rappresentativo di una parte importante del Paese sia assolutamente urgente ad evitare che questo avamposto libico dello Stato islamico si trasformi in uno stato nello stato, mutuando il paradigma iracheno-siriano; magari saldando le sue ragioni con quelle dell’estremismo saheliano.
E ben si comprende l’impegno che il governo italiano sta profondendo per spingere in questa direzione.
Gentiloni lo sta ripetendo con forza anche in questi giorni, significativamente anche da Doha, dove si è recato nei giorni scorsi, non perdendo mai l'occasioe per sottolineare come l'intesa auspicata tra le parti in conflitto non possa essere imposta dall'esterno - anche se dall'esterno possono essere esercitate pressioni decisive nella direzione giusta - ma dagli stessi libici.
In ballo c'è la nostra stessa sicurezza, non solo gli «interessi dell'Eni» come qualche malevolo ha sottolineato, non riflettendo che quegli interessi coincidono con rilevanti interessi del Paese.

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