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TENSIONE 3 Dicembre Dic 2015 1159 03 dicembre 2015

Russia, il nemico turco: si riaccende una rivalità storica

Putin ed Erdogan ai ferri corti. Ma la rivalità Mosca-Ankara ha radici profonde. Oggi esasperata dalla Nato. E dal doppiopesismo dell'Unione europea.

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Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

La Russia ha un nuovo vecchio nemico e si chiama Turchia.
L’abbattimento del Sukhoi 24 avvenuto nei cieli al confine turco-siriano ha portato ai ferri corti Mosca e Ankara.
Il confronto, non solo retorico, tra Putin ed Erdogan ha aggiunto tensione alla tela che si dipana dalla Siria e collega la caotica scacchiera mediorientale con l’Occidente e la Russia.
Mosca è furiosa, i russi, aizzati dalla propaganda mediatica statale, anche.
LA PROPAGANDA AIZZA I RUSSI. Proteste di fronte all’ambasciata turca nella capitale delle Federazione, messa in onda di vecchi film con lo sfondo della guerra tra la Russia zarista e l’Impero ottomano, i commenti di Vladimir Putin che sono passati dalla «pugnalata alle spalle» alle accuse alla Turchia di fare affari con lo Stato Islamico: tutto condito dalla concretezza delle immediate sanzioni che se non sono ancora andate a toccare veramente i legami più stretti, soprattutto energetici, tra i due Paesi, sono comunque un buon viatico per l’ulteriore escalation.
Il Cremlino, a cui piace provocare, questa volta si è trovato di fronte qualcuno dal grilletto facile e il pasticcio, secondo alcuni analisti confezionato ad arte per evitare un riavvicinamento più generale tra Russia e Occidente tramite la lotta al terrorismo islamico, rischia di avere ripercussioni molto più ampie, considerando che la situazione in Siria è tutt’altro che chiara e senza coordinamento altri episodi del genere non sono da escludere.
L'INVITO AD ABBASSARE I TONI. Il fatto che la Turchia sia un membro della Nato aumenta notevolmente la gravità delle prospettive. Il presidente americano Barack Obama ha tentato di gettare acqua sul fuoco, ma da Parigi ha ribadito il diritto di Ankara di difendere il proprio spazio aereo.
C’è da chiedersi cosa succederebbe se i russi, attivi in Siria su richiesta di Assad, abbattessero un caccia turco ed Erdogan si appellasse all’articolo 5 del Trattato Nato.
La Casa Bianca ha comunque anche invitato Russia e Turchia ad abbassare i toni e concentrarsi sul nemico comune, che al momento è quello che approfitta della confusione sul fronte occidentale.
Per combattere l’Isis, sia Mosca che Ankara sono indispensabili e sia gli Usa che l’Unione Europea non possono permettersi di escludere l’uno o l’altro alleato o potenziale tale.

La gestione della crisi ucraina e le differenze con quella turca

Le celebrazioni in Crimea dell'anniversario dell'annessione della Penisola alla Russia.

Da un lato l’Occidente ha chiuso sempre un occhio sull’autoritarismo di Erdogan, per certi versi peggiore di quello di Putin, poiché la Turchia fa parte dell’Alleanza Atlantica.
La crisi dei profughi ha portato Bruxelles a concedere 3 miliardi di euro in aiuti, facendo dimenticare le colpe turche nel quadro della crescita dello Stato Islamico e soprattutto del controllo dei confini, rimasti porosi.
Dall’altro lato la Russia è considerata ancora un paria per la questione dell’annessione della Crimea e della guerra nel Donbass e le divergenze su Assad non contribuiscono a trovare una piattaforma comune.
Però da mesi, secondo alcuni osservatori dall’incontro fra Putin e il segretario di stato americano John Kerry a Sochi nel maggio scorso, Mosca tenta di ricucire lo strappo proponendo proprio un’alleanza a tutto campo contro l’Isis.
IL DOPPIOPESISMO OCCIDENTALE. Putin l’ha proposta direttamente a settembre alle Nazioni Unite e dopo gli attentati di Parigi ha ripetuto l’offerta. Se la mano tesa russa è vista con una certa diffidenza a Washington e Bruxelles, a Mosca il doppiopesismo occidentale non è mai stato digerito. E l’esempio della Turchia è lampante.
Se nell’autunno del 2013 Usa e Ue avevano sostenuto apertamente l’opposizione a Victor Yanukovich nelle proteste in Ucraina, un paio di mesi prima solo flebili voci si erano levate contro la repressione in Turchia che era partita da Gezi Park.
Mentre a Kiev erano arrivati i ministri degli Esteri di mezza Unione più gli americani capitanati dal russofobo John McCain, a Istanbul e dintorni gli alfieri della democrazia occidentale avevano brillato per assenza.
IL PARADOSSO DI CIPRO. In questi giorni è tornato d’attualità il conflitto congelato di Cipro, anche perché l’isola del Mediterraneo è strategica nell’ottica del conflitto siriano.
Dal 1974 la Turchia riconosce, unica nella comunità internazionale, la Repubblica di Cipro Nord come Stato indipendente. Il paradosso giuridico è così che un pezzo di Unione Europea (Cipro ne fa parte dal 2004) è occupata illegalmente da un membro della Nato.
Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il suo omologo statunitense Kerry sono alla ricerca questa settimana del bandolo della matassa perso ormai oltre quarant’anni fa: difficile che il nodo si sbrogli in fretta, anche se l’intensità del lavoro diplomatico indica che una soluzione potrebbe essere finalmente a portato di mano.
Ma anche qui è necessario quel consenso condiviso che il Cremlino richiede su tutti i dossier e la disdetta dell’incontro tra Lavrov e il leader di Cipro Nord Mustafa Akinci non è il segnale migliore. Il duello tra Putin ed Erdogan, tra Russia e Nato, avviene insomma a più livelli. E gli scenari non sono certo tranquillizzanti.

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