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INTERVISTA 4 Dicembre Dic 2015 0800 04 dicembre 2015

Dahlan: «L'Isis? Prima il conflitto Israele-Palestina»

Il conflitto in Terra santa «è il peccato originale». Che ha portato all'estremismo. Dahlan, ex leader di Fatah: «Vanno affrontati tutti i terrorismi. Non solo Daesh».

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da Bruxelles


Non ci sarà pace in Europa sino a quando non ci sarà pace in Medio Oriente.
E per averla l'unica soluzione è quella di porre fine al conflitto israelo-palestinese.
Che ogni giorno continua a mietere nuove vittime.
Un progetto nel quale l'Occidente ha sempre meno voglia di investire.
Ma dal quale «bisogna ripartire per mettere fine alla paura, alla sofferenza, alla logica del terrore».
A crederci ancora e più che mai è Mohammed Dahlan, 53 anni, ex leader di Fatah a Gaza, e «futuro leader della Palestina», come vorrebbero i suoi seguaci.
Uno dei personaggi più discussi, odiati e amati in Medio Oriente.
CONSIGLIERE DI YASSER ARAFAT. Consigliere di Yasser Arafat, ex capo della sicurezza nella Striscia e ministro degli interni dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Dhalan è stato accusato da quest'ultimo di corruzione e persino di essere coinvolto nella morte di Arafat.
Un “processo politico” davanti al quale Dahlan non si è mai presentato, scegliendo l'esilio. Un tribunale di Ramallah l'ha poi prosciolto dalle accuse.
VIVE TRA GLI EMIRATI E I BALCANI. In questi anni ha vissuto tra gli Emirati arabi e i Balcani (il Montenegro gli ha dato la cittadinanza, la Serbia passaporto e medaglia al merito) e, in attesa di tornare nella sua Dahlanstan, come ai tempi del suo governatorato chiamavano la Striscia, ha continuato a tessere relazioni diplomatiche trasversali, sempre più nel ruolo del consigliere-consulente strategico.
Invitato a Bruxelles a parlare all'assemblea generale dell'Atlantic treaty association e del Mediterranean Gulf Forum, Dhalan ascolta e parla con tutti, leader arabi e generali della Nato.
ACCUSE DI LEGAMI CON LA CIA. Per raggiungere il suo obiettivo non si fa scalfire dalle accuse che da anni lo inseguono: ovvero quelle di lavorare con i servizi segreti israeliani, con la Cia, con i nemici della causa palestinese.
Perché Dahalan, che fece parte del team di negoziatori palestinesi nel processo di pace dopo la firma degli Accordi di Oslo, non si stanca di ripetere che proprio per il suo popolo è disposto a parlare con tutti, a influenzare le grandi sfere del potere internazionale.
Consapevole che soprattutto dopo l'ondata di attacchi terroristici in Europa c'è quanto mai bisogno «di formare un'alleanza euro-araba: è l'unica via», dice a Lettera43.it.
«Lavorare insieme per sopravvivere insieme. Altrimenti perderemo tutti. Nessuno si salverà».

Mohammed Dahlan.


DOMANDA. Il primo obiettivo è sconfiggere l'Isis?
RSIPOSTA. Prima di parlare di guerra è tempo che gli europei a si guardino allo specchio e affrontino il ruolo occulto della Turchia nella crescita del Califfato.
D. Che però è cresciuto a sotto gli occhi di tutti...
R.
L'Isis è semplicemente il risultato degli errori commessi dalla comunità internazionale in Iraq, Siria, Egitto e anche in Palestina. È una nuova versione di al Qaeda e forse in futuro avremo un'altra versione ancora.
D. Ciclicità del terrorismo?
R.
Non c'è una grande differenza tra Fratelli musulmani, al Qaeda, Isis e Fronte al Nusra (considerato il braccio di al Qaeda in Siria, ndr): hanno tutti le stesse radici.
D. Quali?
R.
Al di là delle centinaia di nomi di fanatici, tutti stanno usando l'islam e una traduzione sbagliata del Corano per implementare le loro strategie, per controllare interi Paesi.
D. Come fermarli?
R. Prima di tutto ci dobbiamo chiedere: quale tipo di terrorismo vogliamo affrontare? Solo Daesh o tutti? Non si possono combattere i terroristi in base alle esigenze del momento, ai propri interessi.
D. Già combatterne uno sembra impossibile.
R.
Perché troppi errori sono stati fatti nel mondo arabo. Ma il più grande fatto dagli americani e dai Paesi europei è che hanno distrutto l'Iraq anziché distruggerne il regime.
D. E non soltanto lì...
R. Hanno distrutto la Siria, ma solo come Paese: non il regime. E così è successo in Libia, Egitto, Tunisia. Poi hanno lasciato i loro cittadini disastrati, in balia dei fanatici.
D. Forse perché, come diceva Fouad Makhzoumi, il Medio Oriente ora è un partner meno strategico per il commercio di petrolio e gas?
R.
No, lo è ancora. Ma gli errori dovrebbero essere affrontati subito. Non possono per esempio continuare a lasciare la Libia in questo stato. Hanno distrutto il regime e hanno lasciato il Paese come una giungla. E ora pretendono collaborazione sui migranti? È impossibile, perché non c'è un governo, nessun sistema di sicurezza.
D. I politici e la diplomazia araba dove sono?
R.
Noi in quel periodo avevamo più volte provato a spiegare questo errore alla comunità internazionale, ma non ci hanno ascoltato.
D. E adesso?
R.
Ora dicono che i musulmani stanno venendo a Parigi o a Bruxelles per distruggere e uccidere, solo che questi non sono musulmani, ma terroristi che sono stati creati indirettamente dai vostri errori.

La questione israelo-palestinese? È il peccato originale

D. Quali errori ha commesso l'Occidente?
R.
Il primo sbaglio compiuto dalla comunità internazionale è stato la mala gestione del conflitto israelo-palestinese: è sempre stata sostenuta la causa israeliana e solo ogni tanto quella palestinese.
D. Sono 130 i Paesi, molti europei, che hanno riconosciuto lo Stato palestinese e si sono attivati per una soluzione...
R.
I Paesi europei hanno aiutato di tanto in tanto i palestinesi, ma non politicamente: non hanno mai usato il loro potere per convincere gli israeliani ad accettare la soluzione dei due Stati.
D. L'opportunismo del laissez-faire.
R.
Questo comportamento ha incoraggiato Benjamin Netanyahu a prendere Gerusalemme, espandere gli insediamenti, confiscare la terra dei palestinesi.
D. Però appena Bruxelles ha chiesto l'etichettatura delle merci provenienti dai Territori palestinesi occupati, Netanyahu ha escluso le istituzioni Ue dal processo di pace...
R.
Ma questo è appena successo. E se ne parla? Ogni tanto c'è una rassegna stampa su quello che sta succedendo, ma niente di più. Noi abbiamo perso, lo so, ma i Paesi europei perderanno ora perché tutti questi fanatici stanno usando anche la causa palestinese come pretesto per i loro obiettivi.
D. Usano la rabbia dei palestinesi?
R.
Quando un ragazzo palestinese è stato bruciato vivo nessuno ha fatto niente. Può immaginarsi che cosa sarebbe successo ai palestinesi se a essere bruciato fosse stato un israeliano? Ci avrebbero subito attaccato.
D. Propone una vendetta allora?
R.
No, non sto certo incoraggiando nessuno a fare cose di questo genere, ma allo stesso tempo la comunità internazionale davanti a certi fatti deve essere trasparente, leale, perché noi stiamo soffrendo, siamo l'ultima nazione ancora sotto occupazione nella nostra terra.
D. E ora c'è la Terza intifada?
R.
Non voglio chiamarla così. Dico però che i palestinesi sono stufi delle autorità che li governano, sono stufi di Hamas, ma soprattutto sono stufi dell'occupazione. E se gli israeliani credono di potere continuare a farla si stanno sbagliando.
D. La guerra dei coltelli li fermerà?
R.
Purtroppo c'è una giovane generazione specialmente a Gerusalemme che è stanca di tutta questa situazione, è esasperata così scende per strada e usa i coltelli.
D. Per ottenere cosa?
R. Per lanciare un breve messaggio: noi non accettiamo la vostra occupazione e stiamo cercando la nostra indipendenza. Questo è il risultato della frustrazione, del tentativo di confiscare la terra adiacente alla moschea di al-Aqsa.
D. Il segno che la politica ha fallito ancora una volta?
R.
La politica è diventata un piccolo interesse, chiunque non starà dietro al popolo perderà. Ed è per questo che Hamas e Abu Mazen stanno perdendo davanti agli occhi del popolo palestinese.
D. Di cosa li accusano?
R.
Dicono semplicemente basta: vi abbiamo dato una chance per 22 anni per portare a termine questo processo, è molto più tempo di una guerra mondiale, la Prima e la Seconda sono durate 10 anni e noi stiamo cercando di trattare con gli israeliani da 22 anni.
D. E con Netanyahu i negoziati per i due Stati sono ancora a un punto morto?
R.
Netanyahu sta distruggendo questa soluzione di fatto, sul terreno, sta isolando e dividendo Gerusalemme, sta occupando terreno nella Cisgiordania, sta creando le condizioni per cancellare quel sogno. Ma presto si troveranno ad affrontare una grande crisi.
D. Perché?
R.
Perché se distruggi la soluzione dei due Stati vuol dire che inizierai a chiedere un unico Stato per due nazioni, e allora diventeremo come l'Africa. Ma sappia fin da ora che io sono disposto ad accettare anche quella soluzione. Non ci arrenderemo.
D. Ma come sarà possibile?
R.
Faremo un governo insieme, lasceremo a loro il primo ministro e noi avremo il ministro della Difesa, per ora è solo immaginazione, vediamo. Una cosa è certa: Israele non può continuare a negarci i diritti.
D. Si sta preparando a prendere il posto del presidente della Palestina Abu Mazen?
R.
Per ora sto facendo tutto quello che posso dalla mia posizione, ho la mia esperienza, ho lavorato durante le negoziazioni, ho lavorato con Arafat, nella sicurezza, conosco i palestinesi nel cuore, conosco gli americani, so quali errori sono stati fatti da tutti.
D. Perché anche in Medio Oriente c'è chi non ha supportato la causa palestinese...
R.
È vero, ci sono responsabilità da entrambe le parti, del mondo arabo e di quello internazionale. Ognuno avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Ma ora penso che Arabia Saudita, Egitto, Giordania possano davvero fare qualcosa per aiutare la Palestina. Però ci deve essere un reale processo.
D. È disposto a candidarsi alle elezioni per avviare questo processo?
R.
Quando le elezioni ci saranno, parteciperò. Ma prima di tutto iniziamo a decidere quali elezioni.
D. Perché?
R.
La comunità internazionale continua a decidere per noi. Le prime furono decise su un accordo, le secondo imposte dagli americani e visto che Abu Mazen in quel momento era debole, Hamas prese la maggioranza.
D. Era il 2006, e ora?
R.
Ora noi stiamo chiedendo altre elezioni perché il loro tempo è scaduto, dobbiamo tornare alle urne. Quando questo sarà fatto allora deciderò cosa fare esattamente.


Twitter @antodem

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