Enrico Giovannini 130713131629
MUM AT WORK 5 Dicembre Dic 2015 1200 05 dicembre 2015

Donne, mamme, precarie: la pensione è un sogno

A casa 5 anni per curare i figli. E con un gap di genere sui salari. Sono le più penalizzate.

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Enrico Giovannini.

Sei una donna, mamma, precaria?
O una dipendente che è stata ferma cinque anni per curare i figli?
Lavorerai tanto e probabilmente “male”, cioè senza un posto fisso, e almeno fino a 70-75 anni.
Inoltre guadagnerai poco e prenderai una pensione minima, quasi da soglia di povertà.
SENZA FUTURO. L’Ocse ha scattato la fotografia - con il rapporto 'Pensions at a glance 2015' - e l’Inps - grazie a una simulazione su un campione di circa 5 mila lavoratori nati nel 1980 - l’ha sbriciolata.
Se l’organizzazione parigina sostiene che l’Italia è sulla buona strada, ma deve impegnarsi di più, l’istituto di previdenza nazionale mette i puntini sulle 'i' e buca il foglio.
Il presidente Tito Boeri è stato netto: «Si lavorerà più a lungo», ha spiegato alla stampa, «anche in rapporto alla speranza di vita. Le pensioni saranno del 25% più basse di quelle di oggi tenendo conto degli anni di percezione».
MADRI PENALIZZATE. Come sempre accade, la classe più penalizzata è quella delle donne, e peggio ancora sta quella delle madri.
Che subiscono la difficoltà di doversi fare largo in un mercato del lavoro composto principalmente da uomini.
E che devono farsi carico della cura dei figli e dei familiari anziani.
RESTA IL GAP SALARIALE. Il professore di Statistica economica all'Università Tor Vergata di Roma Enrico Giovannini, ex membro dell'Ocse, ex presidente dell'Istat ed ex ministro del Lavoro del governo Letta - spiega a Lettera43.it: «È evidente che le donne soffrono di una penalizzazione ingiusta, principalmente per motivi culturali. Se il gap a livello di educazione è chiuso, quello del lavoro e delle retribuzioni è ancora una ferita aperta».

Per colmare il disequilibrio dovrebbero lavorare 3,5 milioni di donne in più

Anche i dati del Rapporto Bes dell’Istat del 2 dicembre 2015 ha confermano che il divario di genere è un solco che gli italiani faticano a colmare: «Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, pur continuando a ridursi a seguito della maggiore caduta dell’occupazione nei comparti a prevalenza maschile, resta tra i più alti d’Europa (69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne) e, per colmarlo, dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più di quante attualmente occupate. Anche la qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere)».
VALUTAZIONI NON CORRETTE. Secondo Giovannini «quando le donne arrivano sul mercato del lavoro hanno difficoltà a essere valutate correttamente, pensate alla Pubblicità Progresso di qualche tempo fa, con l’attrice che da mascherata da uomo riesce a ottenere uno stipendio buono, mentre da donna no».
E anche l’organizzazione di Parigi che Giovannini ha diretto fino al 2009 conferma questo: il “peso” culturale della cura è tutto sulle spalle delle donne.
GRAVIDANZE CHE PESANO. Nel rapporto leggiamo che «i periodi di assenza dal lavoro per motivi familiari sono fortemente concentrati sulle donne: il 12% delle donne tra i 25 e i 49 anni rispetto a meno dell'1% degli uomini della stessa età. L’Italia registra una delle maggiori riduzioni della pensione futura in seguito di un periodo di 5 anni di assenza dal lavoro retribuito per ragioni di cura dei figli o di disoccupazione (con la Germania, Israele, l’Islanda, il Messico e il Portogallo), mentre le pensioni non subiscono alcuna riduzione in queste circostanze in quasi un terzo dei Paesi dell'Ocse».
DECURTAZIONI FINO AL 10%. Nel caso dei lavoratori a basso reddito, «la decurtazione della pensione sarà del 10%, nel caso di un ingresso sul mercato del lavoro ritardato di 5 anni, rispetto al 3% in media nell'Ocse. Perdite simili si riportano per le interruzioni legate alla cura dei figli e alla disoccupazione».

Rischio sandwich tra impegni lavorativi e domestici

L'ex ministro riflette: «Le donne hanno salari più bassi e anche a parità di anni di lavoro accumulati, prenderanno una pensione più bassa. Perché riescono a guadagnare meno. Poi ci sono le interruzioni per la gravidanza o per l’assistenza dei familiari e sono ulteriori penalizzazioni».
POSIZIONE DA RIPENSARE. Questi elementi «vanno riequilibrati per il ripensamento della posizione sociale delle donne per il benessere complessivo», sottolinea il professor Giovannini.
«Il problema è più complesso: lo schema pensionistico contributivo in presenza di una crescita economica contenuta e un tasso di disoccupazione alto produce dati non sostenibili a livello sociale».
ANCHE IL PIL NE RISENTE. Eppure se più donne lavorassero il Pil crescerebbe, avremmo più contributi versati nella casse dell’Inps e più soldi in tasca alle famiglie oggi monoreddito.
«Ci sono vari tasselli che si devono tenere insieme per affrontare in modo positivo l’ingresso di più donne nel mercato del lavoro. Se la donna ha la possibilità di lavorare e deve comunque farsi carico della cura dei figli e dei parenti anziani, c’è il rischio che finisca schiacciata come un sandwich tra gli impegni lavorativi e domestici», continua il professore.
SERVE PIÙ WELFARE. La base di ripartenza «sono gli strumenti del welfare per la cura di bambini e anziani. Senza questi è difficile che la donna che vuole lavorare riesca a trovare una soluzione».

Un'altra categoria dal domani incerto: le partite Iva

E per le partite Iva la vita da pensionati rischia di non arrivare mai.
«Il lavoro indipendente è molto sviluppato nel nostro Paese per motivi culturali. Con la partita Iva si creano piccole imprese, ma spesso la posizione autonoma è legata a false partite Iva che nascondono un lavoro subordinato. Adesso vedremo se con il Jobs act cambieranno le cose. D’altra parte il lavoro autonomo lo scelgono quelle persone che lavorano anche con la sharing economy», racconta il professor Giovannini al nostro giornale.
OPZIONE FONDI INTEGRATIVI. Per il professore il popolo delle partite Iva «dovrebbe pensare al futuro e a fondi di investimento e fondi integrativi. Se questo non avviene il lavoratore si potrà trovare in grandi difficoltà. Questo è il vero problema, ma nella cultura italiana si pensa poco al futuro. I fondi integrativi infatti non si sono sviluppati. La tendenza a non pensare al lungo termine con una crescita economica bassa e un’occupazione contenuta è un circolo vizioso. Tutto ruota sulla capacità del Paese di creare reddito e opportunità di lavoro».
Se il Paese non riesce a fare questo non importa se si è lavoratori dipendenti o indipendenti, uomini o donne.
Il problema sarà andare in pensione.

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