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INTERVISTA 9 Dicembre Dic 2015 0800 09 dicembre 2015

Isis, Ventura: «L'islam sunnita non c'entra»

L'orientalista Ventura: «Il radicalismo è una questione politica, non religiosa». Dal sodalizio Wahhab-Saud fino al ruolo della Fratellanza: «Ecco come è nato».

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L’Isis infrange i principi del sunnismo seguiti dal 90% di musulmani nel mondo.
Identificare i conflitti nelle aree islamiche come guerre religiose tra sunniti e sciiti - una guerra addirittura dell’islam contro la società occidentale, secondo le tesi più islamofobe emerse nella psicosi post stragi di Parigi - non solo è una generalizzazione «assolutamente fuorviante dovuta alla non conoscenza di una cultura e una società diverse dalla cosiddetta occidentale».
Ma, spiega a Lettera43.it l’orientalista Alberto Ventura, professore ordinario all’Università della Calabria e profondo conoscitore dell’islam, «allontanando l’integrazione e un confronto veramente autentico, basato sul rispetto reciproco e non sull’assimilazione e l’omologazione dei musulmani ai valori secolari», si rende più difficile anche curare la piaga del Califfato, «del quale il mondo islamico è la prima vittima».
RADICALISMO PEGGIO DELL'ISIS. Lo Stato islamico, continua l'esperto, «come realtà territoriale può essere sconfitto, perché il conflitto con l’Isis ha il suo punto focale in quella regione».
Altra cosa è debellare il radicalismo in sé, una devianza strumentale dell’islam che ha dinamiche e anche fattori internazionali complessi, che affondano le loro radici nella storia (non soltanto del mondo islamico) degli ultimi due secoli.
Dei quali, appunto, il motore non è la religione islamica: «Al contrario, con l’estremismo assistiamo al fenomeno paradossale di una sua forte secolarizzazione e politicizzazione», precisa Ventura, «iniziata diverso tempo prima dell’Isis. Ma anche molto, molto tempo dopo l’avvento dell’islam».

L'orientalista Alberto Ventura (Calnews).

DOMANDA. Quanto dobbiamo andare indietro nel passato per trovare le origini dell’Isis?
RISPOSTA. Più a ritroso delle stragi dell’11 settembre 2001. Al Qaeda non nasce dal nulla. Ma non dobbiamo neanche andare troppo indietro. Il fondamentalismo islamico comincia nella metà del 1700, con l’ideologia rigorista wahhabita.
D. È il credo dei reali sauditi Al Saud, custodi de La Mecca.
R. Wahhab, il teorico, si alleò strategicamente con il fondatore della dinastia. Un sodalizio reciproco: l’uno aveva bisogno di un braccio armato, l’altro di una dottrina. Ma non godettero affatto di credibilità né di consenso da parte delle autorità musulmane e tra la popolazione dell'epoca.
D. Quindi il wahhabismo era un’interpretazione marginale del Corano.
R. Peggio. Wahhab e gli al Saud furono combattuti sotto l’impero ottomano come setta eretica e intemperante. Tra il 700 e l'800 era anche diffusissimo il libro La confutazione dei wahhabiti sui loro errori teologici. Finché, all’inizio del 1900, gli inglesi non appoggiarono la dinastia degli al Saud per rovesciare gli ottomani ormai in disfacimento.
D. Dagli al Saud al connazionale Bin Laden, infine all’Isis.
R. Non soltanto: per capire l’espansione del radicalismo islamico dobbiamo anche considerare l’evoluzione del movimento islamista della Fratellanza musulmana nel corso del 1900.
D. Anche i Fratelli musulmani hanno origine dalla scuola egiziana di pensiero salafita, che riprende la corrente wahhabita. Ma perché parla di «paradossale politicizzazione e secolarizzazione dell’islam»?
R. I Fratelli musulmani nascono come movimento etico conservatore, erano i protestanti dell’islam contrari alla secolarizzazione colonialista, all’occidentalizzazione della società. Ma così hanno creato un islam politico, è nata l’ideologia religiosa-secolare che mira a instaurare Stati islamici.
D. Quindi la loro repressione ha scaturito la lotta armata, nella clandestinità si sono radicalizzate alcune sue ali, incontrollabili anche per la stessa Fratellanza.
R. È la storia del 1900, l’uccisione del presidente egiziano Sadat nel 1981 per mano di una frangia jihadista nata dal movimento è una data cruciale. A causa dei fallimenti i Fratelli musulmani hanno nel tempo cambiato strategia, ma sostanzialmente la loro ideologia rimane fondare Stati islamici: è un cambio di intensità, non di genere, e il movimento continua a fallire.
D. Ma la Primavere araba non era esplosa da rivolte islamiste?
R. Sono state sollevazioni civili e popolari contro i regimi, declinate poi in modo diverso da Paese a Paese e con molte variabili, dalle quali derivano i grandi intrecci odierni.
D. La Siria è il caso limite.
R. Lì l'opposizione, da subito molto frastagliata, avrebbe dovuto fare capo a dei dissidenti all'estero. Ma il blocco non è mai stato compatto, diversi gruppi armati non sono mai stati controllati e adesso anche l'Esercito libero siriano dei ribelli è un progetto fallito.
D. Damasco come la Baghdad dei maxi attentati?
R. Dall'Iraq, alla Siria, infine alla Libia, per l'Isis i vuoti totali di potere sono fondamentali per insediarsi. Come nel post Saddam Hussein, movimenti sempre più radicali che cercano con ogni mezzo di prendere il potere, per fondare uno Stato islamico. E bombardando la Siria si finirà per legittimarlo.
D. La si definisce una guerra di sunniti contro sciiti, di sunniti dell’Isis…
R. Bisogna diffidare da chi indica un’unica causa. Già parlare di triangolo sunnita iracheno era fuorviante, adesso si generalizza tra Isis, Arabia saudita e sunniti: una logica assolutamente fuorviante.

Combattenti Isis dell'al Anbar, in Iraq (Wikipedia).

Il mondo islamico stretto tra jihadisti e pressing occidentale

D. Qual è piuttosto la situazione reale?
R. L’Islam sunnita, cioè il 90% dei musulmani, resta nella stragrande maggioranza contrario all’Isis, come nel 1800 lo era verso la setta wahhabita. Recentemente una lista di 126 autorità sunnite mondiali ha ribadito i principi del profeta e sconfessato quelli del Califfato e di altre correnti jihadiste, ma di questo si parla poco.
D. Perché, anziché unirsi ragionevolmente nella lotta al terrorismo, cresce la diffidenza tra la società occidentale e quella musulmana?
R. In realtà, al di là delle apparenze, anche in Italia la conoscenza del mondo islamico è lentamente cresciuta rispetto a 20 o 30 anni fa. Ma è non è ancora sufficiente a far nascere un’intesa basata sul rispetto e sul riconoscimento delle reciproche diversità. Sull’integrazione dei musulmani e non sull’assimilazione.
D. Un confronto tra pari, senza presunzioni di superiorità.
R. La svolta è smettere di usare la democrazia e i diritti umani come un grimaldello per imporre le idee della società cosiddetta occidentale, cioè non pretendere l’omologazione dei musulmani ai valori liberal-conservatori della nostra società.
D. Gli steccati cadrebbero?
R. Conosco bene gli interlocutori, troveremmo subito disponibilità al dialogo. La società islamica è nemica giurata del fondamentalismo e sta pagando il prezzo più alto. Così invece è schiacciata da una parte dal pressing al secolarismo, dall’altra dai jihadisti che cercano un consenso di massa.
D. Da Bin Laden ad al Baghdadi, la propaganda dei fondamentalisti è sempre più efficace.
R. Dopo il fallimento dei gruppi estremisti della Fratellanza, al Qaeda puntò, fallendo, sul collante dell’antiamericanismo. Ora l’Isis ha un apparato che fa presa, a livello globale, con riviste e video patinati, su un’audience internazionale.
D. Ma il Califfato può essere sconfitto?
R. A livello territoriale sì. Per quanto gli interessi indiretti e divergenti di varie potenze nella zona rendano difficili azioni unite contro l’Isis, il punto focale di questo conflitto è in Medio Oriente, tra la Siria e l’Iraq. Diversa, più difficile, è la questione del radicalismo islamico.
D. Dopo al Qaeda è venuto l’Isis. Dopo l’Isis cosa può esserci di peggiore?
R. L’Isis ha dinamiche ormai non esclusivamente islamiche. La sua propaganda abile seduce appunto giovani di ogni nazionalità e non per contenuti religiosi. Attrae piuttosto tra gli antagonisti, i trasgressivi.
D. Soggetti spesso già con esperienze estreme alle spalle.
R. Conversioni rapide. Spinte anche dalla mascolinità esibita nei messaggi e dal mito dell'immolazione dell'eroe romantico. Difficile dire come si evolverà.
D. Ma chi dirige e finanzia l'Isis?
R. È stato scritto di vari servizi, Putin per ultimo ha ventilato i nomi di Paesi del G20, cioè Arabia Saudita e Turchia, insieme al Qatar si dice. E ci saranno sicuramente dei donatori privati, ma finora non è stato possibile risalire ai movimenti finanziari, trovare le prove.
D. Putin ha puntato il dito sui proventi del contrabbando di petrolio.
R. Sì, altri grandi introiti che gli permettono di trovare consenso attraverso opere di welfare possono arrivare dal sistema di tassazione capillare al 2,5%. Ma a questo punto sarebbe più interessante tracciare i fondi in uscita, non solo in entrata, del Califfato.
D. I soldi per gli attentati?
R. Pare che quelli di Parigi siano costati poco più di 10 mila euro.

Twitter @BarbaraCiolli

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