Abed Rabbo Mansour 150221105045
DIPLOMATICAMENTE 10 Dicembre Dic 2015 1701 10 dicembre 2015

Arabia e Iran, arrendetevi: lo Yemen non vuole padroni

La guerra per procura non avrà vincitori: l'unica soluzione possibile è il dialogo.

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Abd Rabbo Mansur Hadi.

In questo martoriato Medio Oriente c’è un Paese, lo Yemen, che poco e di rado viene illuminato dai fari della nostra cronaca.
È vero, è piccolo e povero e apparentemente lontano. Ma meno lontano di quanto non appaia e poi vanta una posizione di forte valenza strategica perché collocato alla bocca del mar Rosso, porta di transito di un gigantesco flusso di merci da e per il Mediterraneo, perché punta protesa, e non solo geograficamente, verso l’Africa e il Sahel, quella fascia di terra che nella sua lunga corsa verso l’Atlantico è attraversata dai traffici più incredibili: persone, armi, droga. E naturalmente diventa crocevia del terrorismo.
UN PAESE DEVASTATO DALLA GUERRA PER PROCURA. Ebbene questo piccolo Paese, l’antica Arabia felix, dopo essere stato vittima e protagonista delle cosiddette primavere arabe del 2011 è piombato in una devastante guerra civile - allorchè la forte e importante tribù del Nord, gli Houthi, ha deposto manu militari il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, legittimamente eletto anche se in debito di capacità di gestione del Paese - sulla quale si è sovrapposta un’operazione militare condotta da una coalizione araba a guida saudita, a sostegno dello stesso Hadi che ne ha esasperato la deriva distruttiva.
Si dirà che, certo, l’Arabia aveva e ha un forte interesse a un confinante Yemen stabile; che così come tre anni addietro aveva favorito (politicamente) la fuoriuscita del despota Saleh, oggi grande alleato degli Houthi, si sentiva obbligata a rispondere alla richiesta di intervento militare di Hadi.
IN PALIO LA RIDEFINIZIONE DEGLI EQUILIBRI DI POTERE. Ma altrettanto certamente quest’operazione bellica non avrebbe assunto le proporzioni che la contraddistinguono e non avrebbe coinvolto tanti Paesi dell’area (Bahrain, Egitto, Emirati Arabi, Giordania, Kuwait, Marocco, Qatar Pakistan e Sudan), se non si fosse trattato di una vera e propria guerra per procura, una ulteriore picconata in quella crepa sciita-sunnita che sta sconvolgendo il Medio Oriente.
Dove Iran da un lato e Arabia ma anche Turchia e gran parte del mondo arabo dall’altra si stanno scontrando, ciascuno con i propri sodali regionali e la complicità più o meno trasparente degli attori internazionali, in una partita la cui posta è rappresentata dalla ridefinizione degli equilibri di potere relativo nell’area.

Gli Houthi sono la longa manus dell'Iran

Yemen: sostenitori dei ribelli Houthi.

Poco importa sapere che gli Houthi appartengano a una corrente piuttosto slavata dello sciismo e che in quel Paese sono ben più determinanti le differenze tribali e claniche che non quelle religiose.
Importa che essi siano stati identificati come una longa manus di Teheran e dunque funzionali al disegno destabilizzante del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare, e che Teheran poco abbia fatto per smentirne la fondatezza.
E importa che questo pezzo della più vasta partita politico-settaria abbia già provocato la brutale e triste sequenza di morti, a migliaia, di feriti, a migliaia, di sfollati, a migliaia, di distruzioni catastrofiche, dovunque, e aperto una voragine nelle entrate turistiche di cui questo povero paese beneficiava, una delle poche risorse su cui poteva contare fino a qualche tempo addietro.
UNA LUNGA SCIA DI ATTENTATI. Come se tutto ciò non bastasse, a questa perniciosa deriva che si sta portando via lo Yemen se ne sono aggiunte altre due: la prima riguarda il dilatarsi dei principi attivi dell’acido brodo di coltura di cui si abbevera da anni il terrorismo di marca al qaedana - il sedicente “Al-Qāʿida nella Penisola Arabica” (Aqap) - una delle formazioni più aggressive e meglio organizzate della galassia di particelle creata da Osama bin Laden (saudita di origine yemenita) e oggi sotto la ferula di al Zawahiri – a cui si debbono una serie lunghissima di attentati, anche contro obiettivi occidentali, tra i quali Parigi (Charlie Hebdo 2015).
E con temibili collegamenti con nuclei terroristici che vanno dal Corno d’Africa al Mali.
YEMEN NELLA MORSA ISIS-AL QAEDA. La seconda riguarda lo Stato islamico che vi si è affacciato fin dall’inizio del conflitto del marzo scorso con le sue bandiere nere e col suo carico luttuoso, intestandosi una serie di attacchi terroristici e di esecuzioni massicce che hanno comportato la morte di decine e decine di Houthi e da ultimo l’attentato che ha ucciso il governatore di Aden J. Mohammed Saad e sei guardie del corpo.
Si tratta di una tenaglia a dir poco inquietante e non solo per lo Yemen, visto che queste due formazioni, quantunque diverse per dottrina e strategia, restano pur sempre prodotto della medesima matrice – l’uno nasce poi dall’altra – e come ha dimostrato il 2015 hanno entrambi nel mirino anche l’Occidente.
In chiave di competizione, come alcuni analisti sostengono, ovvero di convergenze propiziate da fattori ambientali locali.

Uno spiraglio di luce in un contesto sempre più preoccupante

Barack Obama.

Sono del resto di questi giorni le risultanze di un’analisi commissionata riservatamente da Obama ben prima del 13 novembre scorso – e di San Bernardino naturalmente – secondo la quale dovremmo attenderci un incremento degli attacchi terroristici nel mondo islamico ma anche in Occidente.
Su questa duplice minaccia e soprattutto sul conflitto che la sta alimentando si è tuttavia inserito proprio in questi giorni uno sviluppo potenzialmente costruttivo, forse un piccolo ma confortante lumicino che merita di essere registrato.
I NEGOZIATI DANNO I PRIMI FRUTTI. Dopo mesi e mesi di tentativi di negoziati tra gli Houthi e il governo di Hadi portati avanti dall’Oman, dagli Usa e dalle Nazioni Unite, e sulla scorta di un analogo affidamento da parte dei primi, il presidente Hadi ha potuto infatti notificare al Segretario generale dell’Onu e al suo Consiglio di sicurezza di aver chiesto alla coalizione guidata dall’Arabia di dare avvio a un primo periodo di sette giorni di cessate il fuoco, a partire dal 15 dicembre, per propiziare una tornata negoziale finalizzata a porre fine al conflitto in corso da 9 mesi; restando inteso il suo rinnovo qualora accettato e rispettato anche dagli Houthi.
Difficile dire se questa volta il processo di pace, abbozzato già nell’aprile scorso e sollecitato da un’apposita Risoluzione delle Nazioni Unite, avrà successo.
RIAD E TEHERAN NON POSSONO VINCERE CON LE ARMI. Militano a favore la verosimile consapevolezza del costo globale di questa guerra da una parte e dall’altra, e soprattutto della mancanza di una seria prospettiva di poter l’una parte sconfiggere militarmente l’altra.
È cioè la netta prevalenza delle criticità sulle certezze a offrire il viatico più importante di una possibile mediazione costruttiva a Ginevra.
Penso che questo abbia indotto l’Inviato speciale per lo Yemen delle Nazioni Unite Ismail Ould Cheikh Ahmed a dichiararsi fiducioso e a rivolgere parole di particolare apprezzamento all’Oman, unico Paese del Consiglio generale del Golfo a essersi tenuto al di fuori del conflitto per il suo ruolo di intermediazione.
Se così sarà, si potrà dire che nello scontro per procura tra Iran e Arabia saudita si sarà inserito un fattore di decrescita conflittuale da non sottovalutare nello scenario di frammentazione in cui sembra destinato a precipitare il Medio Oriente.

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