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BASSA MAREA 11 Dicembre Dic 2015 1100 11 dicembre 2015

Obama l'inconcludente è un guaio pure per Hillary

Sull'Isis è offuscato da Putin. Un presidente impopolare manda in crisi il suo successore.

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Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente Usa, Barack Obama.

L’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing e l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, recentemente scomparso, ricordavano nel 2013 in un’intervista congiunta quanto li irritasse il presidente americano Jimmy Carter.
Perché proclamava alti ideali umanitari, ma non esprimeva leadership, non guidava.
PARALLELLO CON OGGI. Il parallelo con il Barack Obama di oggi e la confusione in Medio Oriente è inevitabile.
Questo era il Carter dei primi due anni e mezzo di presidenza, dal gennaio 1977 a inizio 1979.
Poi ci fu il nuovo Carter dopo l’invasione russa dell’Afghanistan e, rafforzato dal successo degli Accordi di Camp David del settembre 1978, più attivo all’estero (non sempre con decisioni che il futuro avrebbe confermato sagge, come le operazioni anti-russe armando i mujaheddin afghani) e deciso dopo il pacifismo post-Vietnam a dire anche dei no ai sovietici e a rilanciare di molto la spesa militare.
IMMAGINE RIVALUTATA. Cambiò notevolmente, Jimmy Carter, alla fine.
E non solo in politica estera: basti ricordare la scelta di di Paul Volcker per la Federal reserve (Fed), nel 1979, salvando così dollaro e sistema finanziario.
L’immagine lasciata è però di un presidente indeciso, anche se la Storia lo ha in parte, già in vita, rivalutato.
Ma gli americani no.
Col tempo il giudizio lo fa apparire sempre più amabile e onesto, ma non un buon presidente.
BARACK SENZA STRATEGIA. E Obama? Barack Obama oggi è offuscato da Vladimir Putin che sembra avere una strategia per il Medio Oriente.
Mentre il presidente degli Stati Uniti non solo non ce l’ha, ma non sembra neppure volerla avere.
Gli americani sono i primi a giudicarlo clueless, senza soluzioni.
La conferenza congiunta con il presidente francese François Hollande sui temi scottanti del terrorismo, a Washington il 24 novembre dopo il terribile eccidio parigin, ha visto un Obama prudente.
DEFINITO «FASTIDIOSO». “Oh-bummer”, ha titolato vistosamente e irrispettosamente il Washington Post un articolo a firma di un suo commentatore di punta, Dana Milbank, adottando un nomignolo non elogiativo.
Bummer attribuito a Obama gira da tempo, usato anche da qualche rapper nero in lunghe filastrocche sulla Casa Bianca e il suo inquilino.
Dove lo slang bummer sta per «inconcludente» e «fastidioso».
Sulle pagine di un giornale accreditato è un’altra cosa.
«TRANQUILLI», POI L'ECCIDIO. Poi il presidente ha detto agli americani che potevano viaggiare tranquilli per il fine settimana del Thanksgiving.
E neppure una settimana dopo c’è stato l’eccidio, forse non direttamente orchestrato dall'Isis, ma certo islamico, di San Bernardino.
E poi un discorso alla nazione molto sentito, ma nella sostanza clueless.
Pazienza, tenacia, e lasciatemi andare via dalla Casa Bianca, ha commentato acidamente più d’uno.
PROMESSE NON MANTENUTE. Non sono tempi facili per un presidente che ha promesso dalla campagna elettorale del 2008 di portare i soldati a casa e di non correre più avventure militari.
Le avventure militari vanno rifiutate e nessuno lo sa meglio del Paese che ha vissuto Vietnam e il secondo Iraq.
Ma nemmeno si può essere un potenza, neppure uno Stato di medio livello e un po’ in tutti i sensi periferico come l’Italia e rifiutare sempre e comunque ogni azione. Non esiste.
Il dramma è che Obama non sembra nemmeno avere una strategia.
O meglio, vorrebbe mettere in prima fila contro l’Isis, per fare il lavoro più sporco sul terreno, una realtà di local force che non esistono, inevitabilmente a guida sunnita.
SUNNITI ANCORA SCOTTATI. Ma i sunniti del Medio Oriente, i più interessati tutto sommato a mantenere quella parvenza di Stati disegnati sulla carta dagli europei dopo la Prima guerra mondiale, sono ancora scottati da quando nel 2003 la Washington di G.W. Bush andò a sconvolgere il loro mondo e da quando Barack Obama nel 2009 appoggiò la “primavera araba”, liquidò l’egiziano Mubarak per poi dover accettare obtorto collo, pena il disordine totale, un nuovo Mubarak nella persona del disprezzato generale al-Sisi.
Lo stesso accordo con l’Iran, venduto come «storico» agli americani e al mondo, ha bisogno di tempo per dimostrare le sue promesse.
TEHERAN MIRA SEMPRE IN ALTO. Teheran ha rallentato i programmi nucleari, ha ottenuto la fine delle sanzioni con vantaggi anche per noi che potremo commerciare liberamente, ma non ha ceduto terreno.
Voleva il dominio del Golfo, e vuole il dominio del Golfo.
E la Teheran sciita ha più nemici che alleati tra il Bab el-Mandeb e il Mediterraneo.
Ed è difficile puntare insieme sui sunniti e su Teheran, contro l’Isis.
Obama non solo è prudente nell’azione, ma nemmeno dice quali sono i suoi obiettivi.
Se ne ha, oltre a quello di non farsi invischiare con truppe di terra. Putin l’ha detto: conservare il più possibile gli attuali equilibri fra gli Stati della regione.
RIPERCUSSIONI IN EUROPA. Le implicazioni di un’America sul trespolo sono enormi per il Medio Oriente, la leadership americana, l’Europa, quel che resta della Nato.
L’Europa farà fatica a stabilire una linea comune, cercherà di stare unita se ci riesce sul tema Medio Oriente, unita e in concorrenza commerciale come al solito.
E se non troverà leadership a Washington alla fine andrà a cercarla a Mosca. Già ci sta andando.
UN'EREDITÀ DI INCERTEZZE. Questa sarà, se non sta attento, l’eredità di Obama per il suo successore.
«Confondono la tattica con la strategia, e non conoscono la storia», diceva della Casa Bianca di Obama nel 2010 Richard Holbrooke, fra i massimi protagonisti della diplomazia americana negli ultimi 20 anni del 900.
Alla campagna elettorale si aggiunge così un ulteriore elemento di incertezza.
«Hillary! Hillary!», dicono molti in Italia, ma la strada della signora Clinton è in salita.
IL TREND È REPUBBLICANO. Il suo asso nella manica è la confusione in campo repubblicano, per ora di uomini e di idee, però la stagione comunque resta repubblicana dopo le fortissime avanzate del partito al Congresso e negli Stati - governatori, camere elettive locali e contee - nei voti di midterm del 2010 e del 2014.
Hillary Clinton può farcela, per una serie di motivi.
Ma chi proprio dovesse scommettere sulla sua vittoria farebbe bene a scommettere poco.
RIUSCIRÀ A PASSARE LO SCETTRO? Mai un presidente impopolare è riuscito a passare lo scettro a un candidato del suo stesso partito.
E Obama è, sia pure non in modo nettissimo come Harry Truman nel 1952 o Jimmy Carter nel 1980, un presidente chiaramente impopolare.

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