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DIRITTI 14 Dicembre Dic 2015 1630 14 dicembre 2015

Arabia: le donne votano, ma nella segregazione

Riad apre le elezioni municipali alle donne. Ma il loro potere è solo consultivo. Non possono guidare. E vengono discriminate, a scuola come nei ristoranti.

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La prima a risultare eletta è stata Salma Bint Hizab al Oteib, un nome simbolico anche per il seggio assegnatole alla Mecca.
Altre donne siederanno nei Consigli municipali di Jedda, al Jawf, Tabuk e di diverse amministrazioni saudite.
Il loro numero aumenta con lo spoglio delle schede, a risultati quasi definitivi le vincitrici sono almeno 20: un giornata storica per l’Arabia Saudita.
UNA DATA STORICA. Il regno degli al Saud è l’ultimo Paese al mondo ad aver concesso alle donne il diritto di voto, attivo e passivo, lo spartiacque del 12 dicembre è una data fondante.
Va da sé che per le saudite resti ancora molto da fare, e non sarà facile con un sovrano assoluto come Salman. Più conservatore del defunto Abdallah che, pressato dagli eventi, decretò l’accesso alle urne e anche a un’istruzione migliore per le donne.

Un'elettrice saudita al voto con il niqab (Getty).

L’entrata nelle liste elettorali delle saudite avvolte dal niqab è figlia della Primavera araba: l’Egitto, la Libia e la Siria erano in rivolta, a Riad le donne si ribellavano e nel 2011 un editto reale concesse loro il diritto di voto, effettivo da queste Amministrative.
Ma le celebrazioni non devono far perdere di vista la realtà: solo l’1% dei 2.106 seggi è andato alle donne, meno di 900 tra i 6.440 candidati. Poco più di 130 mila le elettrici, contro un esercito di oltre 1 milione e 400 mila uomini.
CITTADINI CONTRARI. Hanno pesato lo stigma (dai sondaggi oltre il 72% dei cittadini rifiuta candidate donne perché «contro la sharia») e le abitudini di tribù ancorate alle tradizioni preislamiche di una setta dell’Islam anacronistica e fanatica alla quale l’Occidente ha consegnato le chiavi della Mecca.

Concessioni per sopire la Primavera araba

Le poche saudite sono uscite dalle urne con fare riservato.
Alcune, le attiviste e le candidate, si sono fatte riprendere sorridenti, occhiali da sole neri e volto scoperto. Molte sono sfilate via in silenzio e con il niqab sotto gli occhi.
In linea con l’interpretazione estrema wahabista del Corano, la Commissione elettorale ha vietato ai candidati di usare fotografie e tutta la campagna elettorale (platee incluse) è stata divisa per sessi.
POTERI SOLO CONSULTIVI. Anche al voto le donne sono andate separate dagli uomini e, nonostante l’opera di sensibilizzazione del governo nei villaggi, ci sono state contestazioni sulla loro partecipazione.
Appena il 25% degli aventi diritto, in generale, è andato alle urne in Arabia saudita, dove i Consigli municipali non hanno poteri legislativi, ma di consulenza e supervisione.

Una candidata e attivista saudita si scatta un selfie per il voto (Getty).

I progetti delle donne sugli asili nido e sulle politiche giovanili, sui servizi e sul verde cittadino, verranno solo ascoltati.
A Riad non si fanno neanche le votazioni politiche, non c’è un parlamento, l’unico altro organo al quale, con un decreto reale del 2013, le donne sono ammesse (nella soglia del 20%) è il Consiglio consultivo della Shura che sottopone le proposte di legge al re.
Abdallah ha fatto queste aperture per sedare le rivendicazioni esplose quattro anni fa: anche nel vicino Bahrein c’erano disordini, a Riad le donne chiedevano le patenti di guida e minacciavano di boicottare le Amministrative del 2011.
NIENTE PERMESSO DI GUIDA. Al tam tam sui social network dell’associazione Women2Drive e di decine di intellettuali, il monarca rispose con il sì a votare.
Dalla tornata successiva però, e niente auto: ancora nel 2014 due giovani sono state arrestate al varco della frontiera con gli Emirati arabi e rinchiuse in prigione per essersi messe al volante e, dicono le autorità, aver commesso reati d’opinione.

I muri dell'apartheid di genere

Nessuna legge di Riad vieta espressamente la patente alle donne.
Ma negli Anni 90 il Gran mufti, massima autorità sunnita del Paese, emanò una fatwa contraria (ancora una volta, unico Stato al mondo), concludendo che, potendo guidare, le donne si sarebbero allontanate più facilmente da casa e sarebbero state infedeli.
Senza l’autorizzazione di un uomo, alle saudite è proibito viaggiare, lavorare, studiare e sposarsi.
TAXI ROSA E AUTISTI. Per votare erano a disposizione dei taxi rosa gratuiti, le più facoltose si sono fatte, come sempre, accompagnare dall’autista controllato dal padre, dal fratello o dal marito.
Oltre alla conquista del diritto di voto, negli ultimi anni ci sono stati piccoli progressi sul fronte occupazionale: sempre nel 2011 Abdullah - che è stato anche il sovrano (30 mogli e oltre 35 figli) a spendere di più nel diritto all’istruzione per entrambi i sessi - ha permesso alle donne di lavorare nei luoghi con sole donne e nei negozi di intimo e cosmetici.

La candidata saudita al voto con l'autista (Getty).

Ma alle aperture sono seguite rigide chiusure: per «proteggerle» dagli sguardi dei commessi uomini, nei negozi a rischio sono stati innalzati muri divisori.
Scuole, ristoranti e centri commerciali hanno sezioni per uomini e donne. Alcune fatwa hanno proibito le attività sportive alle donne, sono state chiuse le palestre e vietate le lezioni di educazione fisica a scuola. Alle donne è anche impedito di usare la bicicletta.
RICCHE E ISTRUITE. Nonostante la segregazione, il livello d’istruzione delle saudite continua a crescere. Nel 2011 re Abdullah ha inaugurato l’università per donne più grande al mondo: 15 facoltà, molte scientifiche, per oltre 50 mila matricole.
Sveglie, spesso ricche, sempre più consapevoli: difficile, anche per re Salman, far continuare a lavorare solo il 15% delle donne. «Dobbiamo ancora farci accettare, ma un crescente strato della società riconosce il nostro ruolo», ha dichiarato una delle candidate di Riad, accademica universitaria.

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