ELEZIONI 14 Dicembre Dic 2015 1512 14 dicembre 2015

Ciudadanos: la rincorsa di Rivera, il Renzi di Spagna

Vuole costruire il partito della nazione. È carismatico. E un abile comunicatore. Rivera pensa in grande. Ma nei sondaggi è dietro a Podemos. L43 a Madrid. Foto.

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da Madrid

Le ragazzine assiepate sul marciapiede per il concerto della boy band coreana guardano gli attivisti vestiti di arancione con circospezione.
Non sanno che le migliaia di sostenitori di Ciudadanos arrivati di prima mattina al palazzetto di Vistalegre stanno condividendo il loro stesso destino.
L'evento centrale della campagna elettorale di Albert Rivera è organizzato come uno show televisivo, ritmato da video e musica disco, studiato in ogni dettaglio (guarda le foto).
Ma prima di vedere il leader salire sul palco acclamato come «presidente», i militanti - l'impiegata pubblica che non ha mai votato in 40 anni per le «troppe carte da fare se non risiedi a Madrid» o il commerciante che ha scelto «a volte il Partido popular, a volte il Partido socialista: ora basta» - devono attendere ore.
LA SFIDA DI PODEMOS E CIUDADANOS. Gli autobus provenienti da mezza Spagna non sono bastati per riempire completamente l'arena che incoronò Zapatero e dove fu fondato Podemos, e per cominciare si aspetta fino all'ultimo.
A dieci fermate di metro, in un altro palazzetto dalla capienza di 12 mila persone, la Caja Magica, si è dato appuntamento il popolo viola di Pablo Iglesias.
I due partiti che danno l'assalto alla politica spagnola mostrano i muscoli a 24 ore dal dibattito televisivo da cui sono stati esclusi: un confronto a due tra il capo del governo Mariano Rajoy e il socialista Pedro Sanchez venduto come snodo centrale di una competizione a quattro.
LA SINISTRA 'UTILE' E IL PARTITO DELLA NAZIONE. «Podemos è la sinistra che ha finalmente trovato il voto utile», dice Pilar Roque, ex elettrice ecologista. «È il ritorno ai principi: il partito socialista non è più socialista», aggiunge Paco Garcia del circolo di Villa Vallecas. «Ciudadanos è completamente differente dai vecchi partiti», sostiene convinta l'imprenditrice Mariajesus Aguilera, da un anno consigliera comunale a Granada. «Non solo per le ricette economiche o la corruzione», prosegue Francisco Fuente, «Ma anche perché è il partito della Spagna contro i nazionalismi (regionali, ndr)».
I due outsider puntano sulla massa degli indecisi o sugli astenuti cronici: questa volta, ripetono dall'una e dall'altra parte, «l'affluenza sarà record».

La Leopolda di Ciudadanos è un format televisivo

L'evento centrale della campagna di Ciudadanos.

Le ricerche di opinione dicono che Ciudadanos potrebbe raccogliere tra il 18 e il 19% dei consensi.
Al momento si trova al 18,2% (superata anche da Podemos, 19,1%), in calo negli ultimi giorni nonostante l'oliata macchina della comunicazione.
Prima che Rivera faccia il suo ingresso tra due ali di folla e su un tappeto rigorosamente arancione, sul palco di Vistalegre ci sono la giornalista Beatriz Pino e l'attore deputato Toni Cantò.
Insieme, per due ore e mezza, conducono lo 'spettacolo'. Lanciano video di pochi minuti e poi danno la linea agli inviati del partito pronti a interpellare brevemente europarlamentari, deputati, segretari regionali, fuori e dentro il palazzo. Sui megaschermi vengono proiettati filmati su ogni tema.
LIDERISMO E COMUNICAZIONE PERFETTA. Sull'Europa, per esempio: un uomo di mezza età esce di casa sospirando - «La Spagna», dice, «non funziona, l'Europa nemmeno, c'è chi propone la rottura, ma noi vogliamo riformarla» - e finisce per andare a votare per Ciudadanos e abbracciare nuovi amici incontrati lungo la strada.
L'idea della 'rigenerazione democratica', il nome elegante della nostra rottamazione, è trasmessa dalle immagini in sequenza della storia di Spagna. La dittatura, la transizione costituzionale, Aznar.
Quando compiaiono le foto in bianco e nero di Zapatero e Rajoy, la platea inizia a fischiare. E si riprende solo quando appare, a colori, la faccia di Rivera.
L'immagine del leader viene riproposta in continuazione: lui che attacca la vecchia politica, che sorride, che abbraccia tutti. Come colonna sonora, i cori degli attivisti, amplificati come se servissero a scaldare l'ambiente dell'arena.
La squadra dirigente del partito è presentata tramite una parodia dell'A-team. I punti del programma sono illustrati da disegni animati: indicazioni stradali per non andare né a destra né a sinistra, ma al centro. E via elencando dal contratto unico all'abolizione del Senato, al programma economico suggerito dal professore Luis Garicano.
GLI ELETTORI DEGLI ALTRI SONO COMPATRIOTI. Il partito si autodefinisce liberale e progressista, europeista e riformista.
Non voglio fare diventare la Spagna «come la Grecia o il Venezuela», dice Rivera dal palco, attaccando Podemos tra una citazione di Gandhi e una di Mandela. Voglio la Spagna «come la Danimarca, la Germania, la Svezia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, i migliori Paesi del mondo». E precisa calmo: «I votanti degli altri partiti non sono miei nemici, sono miei compatrioti. Non ragiono per bande politiche, così come non separo gli spagnoli per territori. Molti degli elettori di Upyd (partito centrista, ndr), del Pp e del Psoe voteranno per noi».
«Io sono spagnolo», urlano a pieni polmoni dal gruppo di attivisti muniti di megafono e posizionati nello spicchio centrale degli spalti. Ed è il coro più ripetuto, assieme ad «Albert presidente». Perché Ciudadanos è diventato il leader del fronte anti indipendentista in Catalogna. È un partito 'della nazione', si direbbe a Roma. Blairista, lo definisce l'Economist.
Ma agli occhi italiani, sembra il progetto renziano giunto a compimento.

Le possibili alleanze: Ciudadanos coi popolari, Podemos coi socialisti

La manifestazione di Podemos alla Caija Magica.

Chi critica Ciudadanos lo considera semplicemente di destra.
Rivera da giovane militò nel Partido popular. Alcuni deputati del Pp siedono oggi nei parlamenti regionali sotto la sua sigla.
Ada Colau, la sindaca di Barcellona, lo ricorda due volte di fronte alla folla del palasport Caja Magica, assediato da venditori di riviste marxiste e zeppo di attivisti dei movimenti sociali. In un discorso interrotto continuamente dagli applausi, la Colau snocciola di fronte ai sostenitori di Podemos i nomi dei nemici.
Come Santiago Lanzuela, il deputato popolare che stava nella commissione economica del parlamento all'apice della crisi, quella di fronte alla quale Colau chiamò i banchieri «criminali». Ora, spiega la sindaca, è nel cda di Ree e prende uno stipendio di 175 mila euro.
«CHIEDETE SCUSA PER IL DOLORE». «Chiedete scusa per tutto il dolore che avete provocato», grida rivolta ai Popolari e ai socialisti. E poi se la prende con Ciudadanos che dice di essere nato nella strada: «Noi sulla strada», ribatte lei, «non vi abbiamo mai visto».
E quasi si commuove, quasi le si rompe la voce, a ricordare quando se ne stava in strada a difendere chi stava perdendo la casa.
Gli 11 mila del palazzetto viola credono nella remontada (la rimonta, ndr): secondo gli ultimi sondaggi il partito di Iglesias ha superato al terzo posto quello di Ciudadanos. «Speriamo che si possa trovare un accordo coi socialisti, speriamo che lo chiedano», confida Victor Uceda, attivista di Madrid.
RIVERA RESTA IL KINGMAKER. Se i popolari dovessero risultare vincitori ma senza maggioranza assoluta, come sembra dalle ultime ricerche di opinone, il kingmaker sarebbe in ogni caso Rivera: dovrebbe decidere se appoggiare o meno un nuovo governo di centrodestra.
«Noi cerchiamo di vincere», commenta Manuel Casseres, consigliere comunale di Ciudadanos a Granada, «di certo non entreremo in un esecutivo; possiamo dare appoggio esterno ma solo basandoci su un programma».
Il leader dei cittadini, l'uomo che piace alle imprese di Spagna ma che è anche il leader più popolare, potrebbe chiedere al Pp la testa di Rajoy, magari per sostituirlo con la vicepresidente Soraya Santez Santamaria. Non proprio un cambio di sostanza. Ma di sicuro un grande colpo di comunicazione.
Comunque vada la politica spagnola non è più un passo a due. «Finora siamo stati costretti al bipartitismo, ma ora», conclude ridendo Raquel Carmen, «non ne podemos più»,

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