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DIPLOMATICAMENTE 16 Dicembre Dic 2015 1500 16 dicembre 2015

L'Arabia volta pagina: ora diamole una chance

Dal diritto di voto alle donne fino al dialogo con l'Iran: Riad sta mandando segnali positivi. Che non possono essere ignorati.

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Donne al voto in Arabia saudita.

Dalla velata terra saudita ci vengono tre notizie che meritano di essere conosciute e commentate perché sono indicative del corso di marcia di questo paese, al suo interno e nel contesto della tormentata stagione politica del Medio Oriente.
La prima riguarda il voto alle donne. È una assoluta novità per questo paese ed è il frutto di un percorso che ha preso le mosse dalla decisione, per certi versi di portata storica, di introdurre il voto nella vita politica di quella monarchia, assoluta, certo, teocratica, certo, ma funzionante sulla base di un sistema di formazione del consenso sociale complesso e delicato, maturato con la costituzione stessa dello Stato saudita.
PASSI AVANTI IMPORTANTI. Stavo a Riad, nel 2005, quando si aprirono per la prima volta i seggi per l’elezione dei consigli comunali. Vi furono ammessi solo gli uomini e l’evento si svolse in un clima in cui era difficile dire se il dato dominante fosse più la voglia di partecipazione o la curiosità.
Poi si ripeterono nel 2011 e furono corredate dall’annuncio che la volta successiva avrebbero partecipato anche le donne, quella metà della mela saudita che, pur avvolta in un bozzolo di condizioni di vita per noi incomprensibili e comunque inaccettabili, è forza costitutiva, ben più decisiva di quanto non appaia a prima vista, della società nei suoi più diversi ambiti, dal familiare al professionale, al finanziario, etc.
Adesso il terzo passo in avanti, piccolo, molto piccolo nella nostra ottica, ma importante nella loro, sia perché coerente con la promessa fatta a suo tempo e confermata dal nuovo sovrano insediatosi a gennaio, sia perché inserito nel più ampio percorso riformatore che si sta realizzando e che il brusco ringiovanimento del vertice governativo e della stessa casa reale – col 56enne ministro dell’Interno e Principe ereditario, il figlio 30enne ministro della Difesa, un 53enne ministro laico agli esteri - dovrebbe favorire.
UN PAESE IN FERMENTO. Le candidate sono state 980 a fronte dei 5 mila uomini e se ne sono iscritte al voto 130 mila rispetto all’1,35 milioni di uomini; cifre che hanno del simbolico e che rispecchiano timore/impreparazione/disinteresse, forse anche impedimenti familiari.
Pur tuttavia il processo è stato avviato e il fermento che si avverte nel paese, soprattutto tra la massa giovanile formatasi e in formazione all’estero, appare destinato a crescere.
A giorni sapremo quante saranno state elette: pochissime presumo.

Yemen, si allenta la tensione tra Arabia e Iran

Il Re dell'Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud e l'Ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell'Iran.

La seconda notizia riguarda lo Yemen, dove dopo nove mesi di una micidiale guerra scatenata per procura contro l’Iran, stigmatizzato come il grande istigatore dell’attacco militare degli Houthi al legittimo presidente Abd Rabbih Manṣūr Hadi, costretto alla fuga a inizio anno, si è forse giunti alla possibilità di un cessate-il-fuoco sulla cui basi avviare colloqui di pace.
Forse, perché già precedentemente questa possibilità si è affacciata ma è stata sprecata da entrambe le parti.
A FAVORE DELLA SOLUZIONE POLITICA. Questa volta le ragioni per arrivarci sono più pressanti, prima di tutto il costo complessivo - di morti, feriti, sfollati, di distruzioni materiali, ma anche di immagine - che questa guerra ha provocato finora e la consapevolezza che non sia realistico sperare di poterlo compensare in maniera apprezzabile in termini politico-militari.
Per l’Arabia Saudita si tratta anche dell’opportunità di non esasperare i già difficili rapporti con Teheran in un momento in cui la partita siriana entra in una fase cruciale e gli alleati della coalizione denunciano una certa stanchezza rispetto a questa guerra yemenita.
Lo stesso Consiglio generale del Golfo si è espresso a favore di una soluzione politica.
LA CONTORTA DINAMICA SIRIANA. La terza notizia riguarda la Siria, dove sulla contorta dinamica della guerra civile e dell’offensiva della coalizione internazionale contro lo Stato islamico è precipitata come un macigno, sparigliandone termini e prospettive, la decisone di Mosca di irrompervi direttamente, mettendo a fattor comune la sua forza di fuoco e di intelligence e saldandola con le forze militari del regime di Assad e le milizie iraniane e di Hezbollah libanesi.
Con i seguiti che la cronaca ci ha consegnato, dalla rabbiosa reazione dello Stato islamico – principalmente con le stragi di Sharm el Sheik e di Parigi – alla risposta di Hollande e l’adesione collaborativa di Berlino e di Londra, con un Obama attestato in difesa della sua strategia originaria, particolarmente in affanno dopo le ammissioni del suo ministro della Difesa che ne ha denunciato l’inadeguatezza; all’abbattimento del caccia russo da parte turca sul quale Putin sta cinicamente investendo per togliere spazio d’intervento anti-Assad ad Ankara.

Occhi puntati sui negoziati di Vienna

Barack Obama e Vladimir Putin.

Su questo sfondo si è avviato il tavolo negoziale di Vienna con le due grandi novità maturate nel frattempo: l’inclusione dell’Iran tra i partecipanti e l’accettazione da parte di Washington e Riad della tesi del “male minore” (Assad rispetto allo Stato islamico) e dunque il superamento a termine della pre-condizione dell’uscita di Assad per avviare il processo di transizione.
IL RUOLO DI RIAD. Su questo sfondo Riad ha assunto l’iniziativa di chiamare a raccolta un centinaio di rappresentanti delle opposizioni dai quali ha ottenuto che concordassero su una formazione - forte di 25 membri, includenti sei membri della coalizione, sei esponenti delle fazioni ribelli, cinque dallo Nbc (non ostile al regime) e otto figure indipendenti - da proporre come controparte del regime al tavolo di Vienna.
Si tratta ora di vedere se, e se sì in quale misura, questa formazione – sulla quale stanno emergendo comprensibili riserve - supererà alla fine il vaglio di Mosca e Washington.
Ma comunque vada, Riad si è accreditata per un significativo ruolo di rappresentanza dell’area sunnita che vorrà far valere ad ampio raggio. Anche nella dinamica irachena. E nella guerra allo Stato islamico per la quale ha annunciato la formazione di una coalizione di ben 34 Stati musulmani.
UNA SFIDA MICIDIALE. Vi figurano, tra gli altri, Egitto, Giordania, Marocco, Nigeria, Turchia, Pakistan e Tunisia. La coalizione avrà in Riad il suo centro strategico e operativo congiunto: «Si tratta di un atto doveroso per proteggere la nazione islamica», si legge nel comunicato, «da tutti i gruppi e organizzazioni del terrore, qualsiasi sia la loro setta e nome, che portano morte e corruzione e terrorizzano gli innocenti».
Quest’iniziativa saudita è importante, forse anche decisiva, nella direzione indicata da Obama di un forte coinvolgimento del mondo islamico in questa battaglia contro il terrorismo ed è anche una risposta alla diffusa opinione che quel paese – forse il primo (siamo alla fine del 2013) a dare l’allarme sullo Stato islamico e sul fenomeno dei foreign fighter – sia tra i principali finanziatori del terrorismo.
Lo vedremo attraverso i fatti, naturalmente, ma intanto prendiamone atto. E, soprattutto, prendiamolo a bordo del nostro comune impegno contro questa micidiale sfida.

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