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INTERVISTA 17 Dicembre Dic 2015 1000 17 dicembre 2015

Libia, i punti deboli del governo di unità nazionale

Gli esecutivi di Tobruk e Tripoli in lotta. Quello di Serraj, figlio dell'accordo Onu. L'esperto Mezran a L43: «Così sarà caos, bisognava prima convincere le milizie».

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L’intesa su un governo di unità nazionale è l’ultima possibilità per la Libia.
Per l'Occidente, una «base per ricominciare»: l’esistenza (anche solo formale) di un esecutivo imposto dall’Onu - l’unico a essere poi internazionalmente riconosciuto - apre la strada a una risoluzione per un nuovo intervento militare nel Paese.
ACCORDO FRETTOLOSO. Ma tra chi ne sa, almeno un po’, dell'ex regime di Muammar Gheddafi, sono molte le perplessità sull’accordo firmato il 17 dicembre in Marocco.
Il deterioramento della sicurezza ha affrettatato i negoziati, e invece anche per un’esperta del mondo arabo come Emma Bonino era meglio un consenso più ampio tra le parti: così l'accordo potrebbe rivelarsi inutile o balcanizzare ulteriormente Tripoli.
MILIZIE CONTRARIE. Karim Mezran, analista italo-libico dell’Atlantic Council, «spera davvero che prevalga la buona volontà», ma «sul piano analitico» ritiene «difficile» che l’esecutivo pattuito con a capo il premier Fayez Serraj possa effettivamente governare.
«Il governo dell'Onu non è appoggiato sul territorio, molte milizie non sono d’accordo», spiega a Lettera43.it da Washington, «si rischia di creare un mostro a tre teste. Tobruk e Tripoli ancora operativi e in più l’esecutivo di Serraj».
Di fronte alla dissoluzione di Stato e risorse, «non è scontato che i libici si mettano d’accordo».

L'esperto di Nord Africa e Medio Oriente dell'Atlantic Council Karim Mezran.  

DOMANDA. Com’è possibile che in un Paese così ricco di petrolio, i poco più di 6 milioni di libici che potrebbero navigare nell’oro litighino fino all’autodistruzione?
RISPOSTA. Lo diceva anche la Nato nel 2011: siete un Paese di poche persone, avete un sacco di soldi, cavatevela. Invece è possibile, se levi il tappo a 40 anni di centralizzazione del potere.
D. Com’era la Libia di Gheddafi?
R. Un Paese già a monte diviso e frammentato, tenuto per decenni nell’isolamento totale. La gente era schiacciata, ma anche abituata a prendere dallo Stato. Prendi i soldi e non ti ribelli, diceva Gheddafi.
D. E dal 2011 cos’è successo?
R. È saltato il sistema di colpo e la gente abituata a non contare nulla si è trovata all’improvviso con un po’ di potere, e l’accesso a tanti soldi. I libici hanno perso la testa. La frammentazione è figlia della lotta per le risorse e della mancanza di una forza coagulante centrale.
D. Che fine hanno fatto i fondi sovrani della Libyan investment authority e altre casseforti statali?
R. Sono fondi investiti in compagnie e in società, di fatto congelati. Da tempo c’è una disputa su chi ne abbia la legittimità, la Lia non è operativa. Ma una volta ratificato il nuovo governo, l’unico a quel punto riconosciuto dalla comunità internazionale, saranno i ministri di Serraj a decidere che fare della Lia, della Banca centrale libica e degli altri centri di potere nella capitale... Un bel problema.
D. Nel 2014 a Tripoli furono assaltati tutti i palazzi del potere.
R. Tripoli è la Libia. Lì si trova la maggior parte degli interessi, tutto ruota attorno alla capitale, controllarla è fondamentale.
D. Ma il nuovo esecutivo potrà insediarsi a Tripoli? L’Onu si dà 40 giorni di tempo.
R. Come l’Onu pensi di mandare il governo di Serraj a Tripoli rimane un mistero. Spero nella buona volontà e nel pressing dei diplomatici, mi auguro davvero che i due parlamenti rivali capiscano che da soli non vanno da nessuna parte. Ma è difficile.
D. Si teme un nuovo assalto ai centri del potere.
R. Anche se viene ratificato, il governo Serraj non è appoggiato sul territorio. O si mandano 50 mila soldati a difenderlo a Tripoli, oppure si doveva prima convincere le milizie ad accoglierlo. Ma questo non è stato fatto: molte milizie non sono d’accordo.

La bomba esplosa di recente a un check point d'ingresso di Tripoli (Getty).  

D. Si scatenerà una guerra tra il governanti di Tripoli (ufficialmente decaduti) e il futuro esecutivo della «concordia»?
R. Peggio, a questo punto si rischia una lotta tra il governo di Tobruk, che continuerà a lavorare, tra quello di Tripoli, che continuerà a lavorare, e il terzo, appoggiato dalla comunità internazionale. Un mostro a tre teste.
D. Davvero i rappresentanti libici che hanno negoziato con l’Onu erano solo una parte dei due governi di Tripoli e Tobruk, e i loro capi non sarebbero del tutto d’accordo?
R. Sì, il quadro rimane assolutamente frammentato. C’è il problema del generale Haftar a Tobruk. Dell’apparato autoinsediato a Tripoli. Dei consigli locali ancora divisi. Delle forze partitiche inconsistenti. Del controllo dell'indotto petrolifero di Brega. Di potenze straniere come il Qatar, l’Egitto e gli Emirati arabi entrati nel risiko. Delle molte milizie che si equivalgono. Una pletora di attori.
D. Ma alla fine la bozza dell’accordo di unità nazionale dell’Onu dà più potere al governo 'uscente' di Tobruk o a quello islamista 'uscente' di Tripoli?
R. È questo il punto, nessuna fazione guadagna un peso specifico maggiore dell’altra. La Libia resta nella frammentazione che ha originato il caos, di conseguenza anche la tenuta del nuovo governo sarà fragile, non avrà potere sul territorio.
D. Ma il benessere della popolazione si sta erodendo. A breve può saltare l’ingranaggio della Banca centrale libica. Dunque gli stipendi.
R. Di fronte alla minaccia della dissoluzione statale e delle risorse è probabile - ma non scontato - che i libici si ravvedano. Se prevalesse la razionalità, si sarebbero messi d’accordo quattro anni fa. E invece prevalgono logiche ideologiche, d’interesse, tribali.
D. Per quale motivo alcuni esponenti dei due governi di Tripoli e Tobruk avevano proposto un «accordo solo tra libici», diverso da quello dell’Onu?
R. Quello era un tentativo delle minoranze di entrambi i parlamenti di far saltare l’accordo. Cercare di rinegoziarlo, per modificarne delle parti a loro vantaggio.
D. Quante chance ha questo piano di pace delle Nazioni Unite?
R. È un accordo affrettato, spinto dall’Occidente per il bisogno di avere un governo di unità nazionale che possa permettere un intervento diretto contro l’espansione dell’Isis. Mi auguro che, piano piano, l’Onu abbia davvero la forza di rimettere un po’ di ordine, ma restano molti dubbi.
D. Dalle sue informazioni l’Isis si sta avvicinando ai pozzi petroliferi?
R. Effettivamente si sta lentamente espandendo dalla zona di Sirte (città natale di Gheddafi, ndr), perché si è alleato con gli ex gheddafiani. Si espande non per le proprie forze, ma per le debolezze degli altri. Se Tobruk e Tripoli si unissero, l’Isis in Libia morirebbe subito.

Twitter @BarbaraCiolli

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