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ANALISI 17 Dicembre Dic 2015 0900 17 dicembre 2015

Obama cerchiobottista, che errore aprire all'Iran

L'esportazione della rivoluzione sciita è pericolosa. Il presidente Usa non ha voluto scegliere tra Riad e Teheran. Ma coi negoziati (inutili) di Vienna la sua strategia arriva al capolinea. 

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Nuovo passo verso lo scontro diretto tra il blocco irano-sciita e il blocco sunnita.
Per ora sul piano diplomatico e delle guerre per interposte milizie.
In un futuro prossimo, molto prossimo, sul piano della guerra combattuta, in continuazione di quella - fallita nei suoi scopi - tra Iran e Iraq chiusa nel 1988.
Questo è il significato tanto evidente, quanto stranamente ignorato dai media, della alleanza tra 34 paesi sunniti annunciata con clamore dal nuovo “uomo forte” di Riad, il giovane ministro della Difesa e secondo erede al trono, principe Mohammed bin Salman, figlio del re Salman.
SI ALLARGA LA 'NATO ARABA'. Una alleanza che allarga quella sorta di “Nato araba” che lo stesso Mohammed bin Salman ha organizzato per sconfiggere, e quasi ci è riuscito, la “esportazione della rivoluzione iraniana” nello Yemen con la ribellione degli Houthi.
Una alleanza che vede fianco a fianco, a fronte di un comune nemico strategico, paesi ferocemente opposti sul piano politico come i fondamentali Egitto e Turchia (divisi sul non piccolo tema della distruzione o del sostegno alla Fratellanza Musulmana).
LE ASSENZE PARLANO PIÙ DELLE ADESIONI. Una alleanza in cui le assenze parlano più delle adesioni, perché hanno nome di Libano, Siria, Iraq, Iran, Oman e Algeria.
I primi sono i quattro paesi della “mezzaluna sciita”, che va dal Mediterraneo all’Afghanistan, egemonizzata politicamente, economicamente e militarmente dal regime di Teheran; l’Oman non aderisce perché timoroso di una minacciata invasione iraniana a causa della sua collocazione all’imboccatura dello Shatt el Arab e l’Algeria non partecipa perché settariamente incapace di sedere al fianco del Marocco - sua ossessione - e peraltro sulla soglia di un clamoroso, e secondo, default che spera di evitare solo grazie all’intervento economico di Teheran.

Le inutili trattative di Vienna sul futuro della Siria

Bashar al-Assad, presidente della Siria.

Alleanza sunnita contro l’Isis, dunque - che peraltro sauditi e turchi non hanno certo contrastato sinora - che parteciperà compatta e con un peso contrattuale consistente alle inutili trattative di Vienna sul futuro della Siria, ma che si dota - questo è il punto focale - di una “war room” con sede a Riad, palesemente non solo alternativa, ma addirittura antagonista con quella che ha sede a Baghdad che coordina le attività militari di Russia, Iran, Iraq, Bashar al Assad e Hezbollah.
IN MESOPOTAMIA SI COMBATTONO PIÙ GUERRE. Una alleanza sunnita assemblata per combattere - per ora, poi si vedrà - contro l’Isis, con un progetto antagonista a quello sviluppato da Teheran, con l’appoggio di Mosca.
La riprova che in Mesopotamia si combattono più guerre intrecciate in maniera inestricabile l’una all’altra.
Quella di fondo, che ha prodotto gli spazi su cui si è innestato in modo vincente Abu Bakr al Baghdadi, contrappone il blocco arabo-sunnita a quello irano-sciita. Guerra che è iniziata nel momento stesso in cui il Medio Oriente ha visto saltare equilibri millenari con il trionfo e il tentativo di esportazione della rivoluzione sciita guidata dall’ayatollah Ruollah Khomeini.
Dal 1979 in poi, ininterrottamente, i tentativi di “esportare la rivoluzione iraniana” (in nome dei quali Khomeini nel 1982 rifiutò il ritorno allo status quo offerto da Saddam Hussein e avvallato dall’Onu), hanno segnato l’agenda del Medio Oriente.
L'USCITA DELL'IRAN DALL'ISOLAMENTO. In un primo momento sobillando le rivolte sciite in Kuwait e Arabia Saudita. Subito dopo provocando la scissione del movimento sciita libanese moderato di Amal di Nabih Berri con la nascita di Hezbollah, il cui leader Nasrallah è oggi, non a caso, 'rappresentante in Libano della Guida della Rivoluzione iraniana - Rahbar - l’ayatollah Ali Khamenei'.
Infine, dopo il 2003, portando avanti una duplice strategia: la radicalizzazione della emarginazione dei sunniti in Iraq e lo sviluppo di una inedita “deterrenza nucleare per esportare la rivoluzione” col programma di costruzione dell’atomica, sino al 2003 - lo afferma l’Aiea - sviluppato dal “riformista” Khatami, poi da Ahmadinejad e oggi solo procrastinato da Rohani.
“Deterrenza per esportare la rivoluzione sciita” che ha sinora dato eccellenti frutti anche sul piano internazionale, permettendo all’Iran, già con Ahmadinejad, di uscire dall’isolamento e arrivare addirittura alla presidenza del Movimento dei Non Allineati, oltre a favorire un processo di destabilizzazione dell’area con lo strumento politico-militare che non ha pari.
LE MANCANZE DELLA LEADERSHIP OCCIDENTALE. Un groviglio di motivazioni belliche in cui è difficile distinguere politiche di potenza regionale, Fitna, guerra di religione tra scismi islamici e una componente etnica di radici millenarie così sintetizzata nel 2010, a fronte della Lega Araba, a cui chiedeva inutilmente aiuto, da Abdel Razzaq al Ali Suleiman capo della potente tribù sunnita dei Dulaimi (tra le più grandi dell’Anbar, assieme a quella dei Sammar e degli al Dhari), e presidente del Consiglio dei 39 capi tribù e dei 19 notabili iracheni davanti alla Lega Araba: «Gli arabi devono unire le forze per fermare l’influenza iraniana in Iraq: le distruzioni, le uccisioni, e le espulsioni. Se l’Iraq, Dio non voglia, dovesse perdere l’identità araba… l’Iran si mangerebbe il Golfo dalla sera alla mattina».
Dunque: identità arabo-sunnita contro quella irano-sciita. Un nesso che incredibilmente è sfuggito alla leadership americana e occidentale, con l’unica eccezione del generale David Petraeus che ne fece il saggio baricentro politico, e poi militare, del suo Surge (contro il quale votò l’allora senatore Barack Obama) che tra il 2006 e il 2008 riconquistò il favore delle tribù sunnite dell’Anbar e obbligò Abu Bakr al Baghdadi a rifugiarsi nella accogliente Siria di Bashar al Assad.

L'incomprensibile strategia di Barack Obama

Barack Obama.

La scesa in campo di questa alleanza sunnita (a cui sono pronti ad aggregarsi altri 10 paesi, a partire dalla cruciale Indonesia) dagli interessi strategici antagonisti all’asse Mosca-Teheran in questo complesso scenario non avrà effetti deflagranti nell’immediato.
Ma evidenzia un dato di fatto ineludibile: non vi è più spazio per la incomprensibile strategia di Barack Obama basata, oltre che sulla totale incomprensione delle dinamiche sopra esposte, sul pragmatico appoggio ora all’uno, ora all’altro antagonista.
NEGOZIATI DESTINATI A FALLIRE. Incredibilmente, Obama pensa di poter fare coesistere l’appoggio aperto ai bombardamenti sauditi contro i ribelli Houthi filo iraniani nello Yemen, coi bombardamenti dei suoi jet in Iraq a copertura delle milizie sciite e dei Pasdaran contro l’Isis.
Bombardamenti, questi ultimi, che peraltro rafforzano la “presa” dell’Isis sulle tribù sunnite dell’Anbar che sperimentano sulla loro pelle la «ferocia delle milizie sciite irachene uguale a quella dell’Isis» (copyright Masoud Barzani), denunciata con forza da Abu Tayeb, grande Imam di al Azhar, come da Amnesty International e Human Rights Watch.
Da qui a qualche mese questa ennesima “non scelta” obamiana non sarà più praticabile per una ragione semplice: la trattativa di Vienna che dovrebbe definire e consacrare una mediazione tra i due blocchi islamici contrapposti, a partire dal suo baricentro - la tenuta o meno del regime di Beshar al Assad una volta sconfitto l’Isis - è destinata a fallire.
IL PRESIDIO DEL GOVERNO BAATHISTA. La mezzaluna sciita, così come la Russia che ne ha approfittato per diventare una potenza militare mediterranea a tutto tondo, non può prescindere dal governo baathista sulla Siria, suo unico presidio affidabile.
Potrebbe forse, ma non è detto, sacrificare la persona di Assad, ma non certo la continuità del gruppo di comando che lo circonda. Ma il blocco turco-arabo sunnita non può sopportare questa continuità territoriale e politica della egemonia iraniana.
Infine, ma non per ultimo, solo la mentalità onusiana può pensare che si possa trovare una mediazione in una guerra civile che ha mietuto 250 mila morti.
WASHINGTON DEVE FARE UNA SCELTA. Dunque, scenari fluidi, con continui spazi aperti alle iniziative dell’Isis, conflittualità crescenti, di cui il confronto russo-turco è esempio drammatico, ma solo iniziale, sino a quando nella primavera del 2017 il nuovo, o la nuova, presidente degli Usa non deciderà quale fronte scegliere.
Ed è facile prevedere che scoprirà che gli interessi strategici e di sicurezza degli Usa, come dell’Italia peraltro, sono meglio difesi dal fronte sunnita e sono invece messi in pericolo dalla esportazione della rivoluzione sciita iraniana.
Anche perché le rivoluzioni con forte spinta propulsiva popolare e le loro conseguenze non sono contrattabili, non permettono mediazioni.
L’Iran non è la declinante Urss di Breznev e Andropov. Lezione che Condoleeza Rice aveva ben presente. Mentre Obama e l’ineffabile J.F. Kerry non comprendono neanche i termini di raffronto tra i due avversari dell’America e dell’Occidente.

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