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REPORTAGE 20 Dicembre Dic 2015 2108 20 dicembre 2015

Spagna, queste elezioni segnano una svolta storica

Rajoy perde 3,5 milioni di voti. I socialisti toccano il punto più basso di sempre. Podemos: «Il Paese è cambiato». Nessuno ha la maggioranza: si torna alle urne?

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da Madrid

Il premier spagnolo Mariano Rajoy.

«La Spagna è già altro»: lo dice tre volte Inrigo Errejon, co-fondatore di Podemos, alle nove e mezzo della sera.
Quando ancora non c'era nessun risultato ufficiale, ma le urla del “Si, se puede” arrivavano come un rombo dalla strada.
IL CAMBIO DI PODEMOS. Fuori dal Teatro Goya, gremito da oltre 300 giornalisti, decine di telecamere e dal cicaleccio costante dei flash in sottofondo, i sostenitori del partito degli Indignados venivano a prendersi la loro vittoria: la revolucion di chi ha subito la crisi prima e l'austerity poi, trasformata con l'andare avanti dei mesi in un più rassicurante cambio. Ma sempre la fine di un sistema e l'inizio di un altro.
Podemos è terzo partito, per qualche ora ha sognato di essere secondo, di aver superato i socialisti. Ha raccolto però il 20,66% dei consensi: un elettore su cinque.
IL PEGGIOR RISULTATO DEI SOCIALISTI. Il Partido popular vince le elezioni con il 28,72% delle preferenze, ma perde all'incirca 3,5 milioni di voti, un crollo che lo riporta indietro nel tempo al 1989, alla caduta del muro di Berlino. Il Psoe, secondo partito con il 22,02% dei voti, ha registrato il peggior risultato di sempre.
Nessuno ottiene la maggioranza. E il Paese per la prima volta precipita nell'incertezza, nel rischio di ritornare alle urne.
«Inizia una nuova era», esordisce il 39enne Pablo Iglesias salendo sul palco a scrutinio non ancora teminato e attorniato dalla squadra di un partito nato nelle aule universitarie e capace in nemmeno due anni di vita di stravolgere la politica spagnola.
FINITO IL BIPARTITISMO. «Il bipartitismo è finito», sentenzia mentre già Plaza Reina Sofia, la piazza di Podemos vicino alla stazione tragicamente celebre di Atocha, trabocca di persone:
una moltitudine viola, una festa di liberazione, un prima e un poi nella storia del Paese. «Ora una riforma costituzionale», scandisce con il piglio retorico di sempre, «è imprescindibile».

Podemos: «Entriamo in una nuova epoca»

Sostenitori di Podemos in piazza a Madrid.

Le televisioni, abituate alla rassicurante alternanza tra socialisti e popolari, hanno trasmesso a ciclo continuo immagini tra l'elettrizzato e l'incerto.
I sondaggi in mano al premier Mariano Rajoy, riferiti a una Angela Merkel piuttosto preoccupata durante una pausa del Consiglio Ue, erano fondati. La remontada c'è stata.
Gli spagnoli si sono riversati al voto più che quattro anni fa. L'affluenza ha superato il 73%. Con i picchi nelle regioni in cui Podemos era più forte.
In Catalunya e i Paesi Baschi, è diventato primo partito. A Madrid, in Navarra, in Galizia è secondo.
RAJOY VINCE MA NON BASTA. Non è bastato all'eterno Rajoy girarsi la Spagna in pullman per la prima volta nella sua lunga carriera politica, puntare tutto sull'umanizzazione, presentarsi ai cooking show in tivù ed evadere puntualmente ogni confronto, con l'eccezione di quello finito a insulti con il leader socialista Pedro Sanchez.
Non è stato sufficiente promettere meno tasse per tutti, l'aumento delle pensioni e prendersi i meriti della ripresa economica. La vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría, la donna forte abituata a fare da controfigura al premier debole, ha spiegato che il voto «è un apprezzamento al governo».
Ma a Calle Genova, la sede ristrutturata per un terzo con fondi neri a sentire l'ex tesoriere Luis Barcenas da poco uscito di prigione, il pallottoliere dei seggi in parlamento ha riservato pessime notizie. La corruzione, qualcosa, ha contato davvero.
IL FLOP DI CIUDADANOS. Il centrodestra spagnolo perde la maggioranza, e non può nemmeno contare su Ciudadanos, il partito centrista di Rivera, chiuso in un hotel 4 stelle nel Nord della città a leccarsi le ferite del suo 13,93%.
«Il marketing del nuovo non ha funzionato», affonda pungente il segretario di Podemos sull'altro leader del rinnovamento. Ma il vecchio non gode certo di buona salute.
A calle Ferraz, la nuova e più modesta sede del Psoe, i telefoni squillano e pochi rispondono. «Dobbiamo imparare a gestire la frammentazione», spiega l'ex consigliere economico di Zapatero, José Carlos Diez. «Da domani cambia tutto nell'establishment politico, ma anche in quello finanziario ed economico».

Rebus maggioranza, si rischia di tornare alle urne

Pedro Sanchez.

Al quartier generale di Podemos, il segretario generale con il physique du role da studente e la responsabile della comunicazione avvolta nella sciarpa fucsia, hanno l'aria insieme stanca e luminosa.
Poco importa al popolo viola che la Spagna chiuda la stagione del bipartitismo con nessun partito, ma persino nessuna alleanza a due, in grado di ottenere i 176 voti che servono per controllare il Congresso dei deputati.
LA RIFORMA COSTITUZIONALE DI IGLESIAS. Non ci riescono Rajoy e Rivera che era pronto ad astenersi per offrire «stabilità al Paese». E nemmeno socialisti e Podemos, alleati scomodi ma obbligati, se insieme avessero superato l'asticella. Alla domanda su una possibile coalizione con il Psoe, Iglesias risponde alzando la posta: «Ora non si parla di alleanze, quello che è irrimandabile e imprescindibile è la riforma costituzionale».
E snocciola i punti del suo progetto, ripetendo per ognuno quelle due parole, irrinunciabile e imprescindibile: una nuova Costituzione per i diritti sociali - necessità abitative, educazione, sanità pubblica - , il cambiamento della legge elettorale che rispetti davvero il «proporzionalismo» della Carta, una Costituzione per una Spagna plurinazionale che riservi alla Catalanuya il suo stato di nazione e la possibilità, infine, di sfiduciare il premier a metà a mandato.
LA COALIZIONE IMPOSSIBILE. Podemos parla di un nuovo patto sociale, di un nuovo inizio. Ma per molti è l'inizio di un incubo in un Paese che non ha mai vissuto un'elezione simile dalla transizione democratica del 1977. E il giudizio, si potrebbe esserne certi, è diffuso anche tra gli osservatori di Bruxelles.
Nelle sale stampa, negli studi televisivi, nei capannelli dei cronisti politici, si ragiona al millimetro, all'ultimo risicato seggio, si ipotizza un'alleanza coi partiti di sinistra.
Ci sarebbero Izquierda Unida-Unidad Popular e Esquerra Republicana, ma è il partito degli indipendentisti cataliani. Difficile, quasi impossibile, per il Psoe presentare un tale patto di governo. Podemos e i socialisti già governano insieme la capitale Madrid, ma l'indipendentismo è un'altra storia.
E intanto tocca a Rajoy il primo tentativo. E i socialisti potrebbero anche decidere di seguire le indicazioni di Bruxelles e lasciare governare un'alleanza di centrodestra seppure in minoranza: per molti elettori un tradimento delle promesse.
NUOVO PARLAMENTO A GENNAIO. Il nuovo parlamento si insedierà nelle prime settimane di gennaio. Forse solo per una legislatura temporanea, parentesi istituzionale prima di un ritorno alle urne.
«La Spagna cambierà», dice il co fondatore Errejon con la consapevolezza di avere in mano il frutto della rivolta civica nata quattro anni fa a Puerta del Sol. «Ha iniziato a cambiare il 15M (15 maggio 2011, data in cui sono cominciate lo proteste degli indignados, ndr». E questa è la sola certezza della notte.

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