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ANALISI 21 Dicembre Dic 2015 0900 21 dicembre 2015

Pace Israele-Turchia: perché il Medio Oriente svolta

Superata la crisi sulla Mavi Marmara (2010). Per Erdogan in arrivo nuove forniture di gas.

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La nave turca Mavi Marmara, che trasportava aiuti umanitari per Gaza, teatro dell'incidente che nel 2010 ha compromesso le relazioni tra Turchia e Israele.

Israele e Turchia fanno la pace: una novità che assume un rilievo enorme nel Mediterraneo, ben al di là dell’importanza che hanno avuto negli ultimi 30 anni le relazioni tra i due Paesi, uniche democrazie nel Medio Oriente.
Il New York Times ha dato la notizia della firma di un accordo preliminare - quindi non ancora un'intesa firmata dai due governi - che chiude la profondissima crisi innescata dal caso “Mavi Marmara” del 31 maggio 2010.
E apre la strada a sviluppi che potrebbero essere clamorosi, anche se il condizionale è d’obbligo.
È infatti evidente che questa iniziativa, fortemente voluta più dal presidente turco Tayyip Erdogan che dal premier israeliano Bibi Netanyahu, è finalizzata alla definizione di un futuro asse per l’esportazione verso la Turchia del gas estratto dall’immenso giacimento Leviathan, al largo di Cipro.
INTESA VITALE PER ANKARA. Una possibilità che si concretizzerà solo tra alcuni anni - Leviathan necessita di tempo per essere sfruttabile -, ma che può essere addirittura vitale per una Turchia in rotta di collisione col suo principale fornitore di metano: la Russia di Putin.
Un piccolo passo verso la definizione di un nuovo assetto conflittuale di alleanze in Medio Oriente che vede oggi la Turchia capeggiare di fatto un “fronte sunnita” che fa perno sul Kurdistan iracheno e poi su Arabia Saudita, Giordania, Egitto ed emirati del Golfo, in aperta ed evidente rivalità inconciliabile con la “mezzaluna sciita” che comprende Libano, Siria, Iraq e Iran, con la fondamentale copertura militare e politica della Russia.
GUERRA IN YEMEN E SIRIA. Due schieramenti che per ora si fanno guerra per interposte milizie nello Yemen (in cui sta vincendo sul terreno il “fronte sunnita”, a riprova dell’avventurismo iraniano che pure ha innescato la guerra civile appoggiando gli Houthi sciiti), così come in Siria, che hanno progetti divergenti sul futuro del governo di Damasco e che sono destinati a passare di attrito in attrito, di crisi in crisi per interessi non componibili.
Ennesima prova della vacuità della strategia perseguita da Usa, Europa, Onu e Italia che punta a una mediazione tra i due blocchi in cui si è diviso il contesto arabo-islamico, a partire dalla Conferenza di Vienna sul futuro della Siria.
VERSO UN CONFRONTO DIRETTO? Due schieramenti che un domani non lontano potrebbero arrivare a un confronto diretto, come ben si vede con lo schieramento - richiesto dai curdi iracheni - di 1.200 militari turchi in Iraq, nella zona di Mosul che ha provocato una feroce e minacciosa reazione sia del governo di Baghdad (che ha allertato la sua aviazione) sia di quello di Teheran.
Per ora, in attesa di questi sviluppi, resta il fatto positivo che si stia chiudendo - dopo che il tentativo effettuato nel 2013 è fallito - il contenzioso sulla Mavi Marmara, la nave carica di bellicosi manifestanti filo palestinesi intenzionati a violare via mare il blocco israeliano di Gaza con una Freedom Flottilla composta anche da altre navi.
L'IMPERIZIA DURANTE QUEL DISASTRO. Operazione avventurista e estremista, che Erdogan sponsorizzò e che si concluse in modo disastroso anche a causa della incredibile imperizia dei generali israeliani che fecero scendere dagli elicotteri sulla tolda della nave i loro commandos uno a uno, così che furono aggrediti con facilità a colpi di machete e reagirono sparando all’impazzata, uccidendo nove passeggeri.
Durissima fu la reazione di Erdogan che ruppe le relazioni con Israele, mettendo in crisi una alleanza tra i due Paesi che durava da decenni, anche sul piano militare (manovre comuni, forniture militari da Israele alla Turchia), tanto che lo stesso Erdogan nel 2003 aveva inviato la flotta turca al largo di Israele per difenderla, intercettando eventuali missili iracheni lanciati da Saddam Hussein come ritorsione per l’invasione dell’Iraq a opera della Coalition of Willing di George W. Bush.
CREATO UN FONDO PER LE VITTIME. Secondo una autorevole fonte anonima citata dal New York Times, l'accordo preliminare siglato dagli sherpa israeliani e turchi prevede la creazione da parte di Israele di un fondo di compensazione per le famiglie degli attivisti morti nello scontro.
Stando a indiscrezioni dei media israeliani, il fondo raccoglierà fondi per circa 20 milioni di dollari.
La Turchia, in cambio, dovrebbe far decadere le accuse penali a carico dei militari e degli ufficiali israeliani coinvolti nella assolto della Mavi Marmara, e dovrebbe impegnarsi a vietare l'ingresso nel suo territorio a un leader di Hamas, Saleh al Arouri, accusato di aver pianificato attacchi terroristici contro Israele proprio dalla Turchia.
«ACCORDO POSITIVO PER LA REGIONE». Tayyip Erdogan ha dichiarato che una riconciliazione tra i due Paesi «sarebbe positiva per noi, per Israele, la Palestina e l'intera ragione».
Inusuali ed estremamente indicative parole per un presidente turco che negli ultimi anni ha sempre rivolto accuse di fuoco contro il governo di Gerusalemme.

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