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MAMBO 21 Dicembre Dic 2015 1558 21 dicembre 2015

Renzi vorrebbe essere un fascio-comunista grillino

In Ue ci si divide in moderati bipartisan e movimentisti. Lui punta a essere entrambi.

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Antipolitica e populismo sono due categorie che, se mai hanno spiegato qualcosa nel passato, oggi appaiono desuete.
I nuovi movimenti politici fanno tanta politica anche istituzionale e ambiscono alla presa del potere, nelle forme democratiche.
POPULISMO, NEMICO DELLA SINISTRA STORICA. Il populismo, inteso come dialogo diretto con la gente comune, è un tratto che non distingue più movimenti da partiti, opposizione da governo.
Va anche detto che il tema del populismo, spesso legato al magma talvolta ingestibile delle “folle”, era stato stigmatizzato come connotato negativo nell’epoca dei grandi partiti di massa. Questi partiti, e soprattutto quelli di sinistra, avevano una finalità – il comunismo o il socialismo – spesso tenuta sullo sfondo che costituiva il massaggio delle anime per il popolo, mentre si svolgeva una più concreta battaglia politico-parlamentare, oltre che sindacale, per il miglioramento delle condizioni di vita di chi aveva di meno. Tutto ciò che fuoriusciva da questo schema era populista.
Finanche le rivoluzioni che non rispettavano le “regole” erano stigmatizzate. Giorgio Amendola bollò come «strateghi di farmacia» Fidel Castro e Che Guevara per la loro teoria dei «cento fuochi di guerriglia» che avrebbero dovuto incendiare l’America Latina e l’Africa.
Il tema del populismo italiano si è affacciato con forza dirompente nella prima “rivoluzione dei ricchi” sorta con l’avvento di Silvo Berlusconi. Il magnate delle tivù e dell’edilizia scatenò contro i partiti tutta la furia iconoclasta di una borghesia frustrata dalla crisi del pentapartito e dal crollo di quelle formazioni politiche e, in nome della leadership, della liberazione da lacci e lacciuoli, sindacali e statali, chiamò il popolo, che poi divenne il “suo” popolo, alla rivolta pacifica. Unì così una destra dispersa che per la prima volta potè dire di sè che era una “destra”, cosa che con la Dc non si poteva dire.
LA DERIVA LEADERISTICA DI RENZI. Poi venne con Beppe Grillo un movimento nato per caso dal ventre sofferente della sinistra e poi dilagato anche in aree di destra. Anche con lui il tema era quello imposto dalle classi dirigenti con articoli e libri fortunati, cioè la Casta, intesa come ceto politico. Grillo unì a questo tutti i pregiudizi verso la scienza, il progresso, la tecnologia.
Per tanti aspetti è stato un movimento luddista e dal sapore antico, di antiche utopie. Oggi fa politica h24 e, come accadde con i leghisti, si scopre che molti suoi parlamentari e sindaci sono bravi, insomma prende voti in quanto opposizione ma non è più né antipolitico né populista.
La sinistra non si accorge che populismo e antipolitica sono i suoi bambolotti di pezza con cui si gingilla per esorcizzare i rivali-nemici. E a mano a mano che sceglie la strada leaderistica, e quindi assume i tratti dell’antipolitica e del populismo, chiama a raccolta i timorosi contro l’avvento dei populisti e degli antipolitici della prima ora.
Finora i risultati europei dicono che, al netto della scomposizione di blocchi e partiti, si stanno formando due schieramenti: l’uno moderato e l’altro movimentista, talvolta di destra talvolta di sinistra, sia l’uno sia l’altro.
Renzi vuole essere l’una e l’altra cosa. Mi pare un’esagerazione.

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