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FOCUS 23 Dicembre Dic 2015 1425 23 dicembre 2015

Commissioni d'inchiesta, perché sono ormai inutili

È il solo strumento con cui la politica risponde ai grandi scandali italiani. Risultati concreti: zero. Dalla P2 e Mitrokin, fino a Etruria: perché sono un flop.

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La sede centrale di Banca Etruria ad Arezzo.

E siamo a 81 soltanto nella storia repubblicana.
Con la decisione di creare anche un apposito organismo per indagare sul fallimento delle quattro banche di credito cooperativo (Etruria, CariChieti, Carimarche e Carife), la politica italiana conferma la sua abitudine a rispondere ai grandi scandali (politici, sociali, economico/finanziari) sempre allo stesso modo: con una bella e quasi sempre inutile commissione d’inchiesta parlamentare.
Successe così nel 1862 quando un’imbarazzante relazione del generale La Marmora svelò alla nascente Italia unita la forza del brigantaggio al Sud. E lo stesso fece Giolitti 30 anni dopo lo scandalo della Banca di Roma.
Ma le cose negli anni sono andate sempre peggio se Sergio Romano, ambasciatore e e storico dei fatti contemporanei, sentenziò sul Corriere della Sera: «Tanti sforzi ma risultati vicini allo zero». Mentre lo storico Nicola Tranfaglia le ha bollate come «un vero e proprio strumento di governo».
Come quella Mitrokhin guidata da Paolo Guzzanti: il centrodestra disse che il centrosinistra aveva rallentato la pubblicazione della liste di presunte spie al soldo del Kbg, il centrosinistra replicò che quelle brandite dal centrodestra erano cose note e arcinote.
OGGI SEI COMMISSIONI SPECIALI. Soltanto a oggi in parlamento lavorano, spesso nel silenzio dei media, sei commissioni d’inchiesta speciali: c’è quella sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali a esse correlati; quella sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (rilanciata nell’ultima legislatura), l’Antimafia, quella sulla pirateria, quella sull'uranio impoverito, quella sul sistema di accoglienza e identificazione dei migranti alle quali si può aggiungere il giurì sul caso Cera D’Ambrosio.
Costo per il funzionamento è in media tra i 50 e i 70 mila euro all’anno. Risultati concreti, al netto di qualche titolo sui giornali: zero.
Piu di 15 anni fa lo storico Ernesto Galli della Loggia e il suo presidente Giovanni Pellegrino se le dissero a mezzo stampa, perché il primo non si capacitava sul perché dovesse ancora esistere un consesso nato come straordinario per gestire un’emergenza e divenuto nella prassi politico/parlamentare permanente.
Senza contare che, nonostante tante legislature a disposizioni, avesse finito soltanto per mettere nero su bianco le divisioni della politica sugli anni di piombo.
Conclusione non accettata da Pellegrino, il quale – pur ammettendo le distanze tra destra e sinistra – ha sempre vantato il lavoro fatto d’indagine sulla nuova eversione, condiviso da maggioranze e opposizioni, che ha evitato che si ricreasse lo stesso clima di contiguità degli anni Settanta.
IL BUCO NELL'ACQUA DELL'INCHIESTA P2. Altra commissione famosa quella presieduta negli Anni 80 da Tina Anselmi sulla loggia P2 dopo la pubblicazione delle liste degli iscritti. Tre anni di lavoro, 198 testi ascoltati, 14 operazioni di polizia giudiziaria, cinque relazioni di minoranza e sullo sfondo una domanda, senza risposta, rilanciata su Lettera43.it anche dal figlio di Roberto Calvi: ma Licio Gelli era davvero il capo della P2?
La commissione d’inchiesta sull’Irpinia guidata da Oscar Luigi Scalfaro, nel 1990, arrivò alla conclusione che dei 70 mila miliardi di lire stanziati per la ricostruzione post terremoto 58.600 finirono nel nulla. A chi (politici, imprenditori, funzionari corrotti, camorristi) non si è mai saputo. Per la gioia degli stessi compagni di partito di quello che di lì a poco sarebbe diventato presidente della Repubblica.
Le prime due grandi commissioni, nel 1952, sulla disoccupazione e sulla miseria fecero scoprire la distanza tra il Nord e il Sud del Paese.
SI INDAGA SU QUALSIASI COSA. Poi il parlamento ha indagato quasi su tutto: nel 1958 sul banchiere di Dio Giovanni Battista Giuffrè, nel 1961 sugli errori nella costruzione dell’aeroporto di Fiumicino, nel 1963 sulla strage del Vajont o sullo scandalo delle tangenti – era il 1989 – sulle tangenti dell’affaire 'Bnl-Atlanta”.
Il canovaccio è sempre lo stesso: si profilano grandi rivelazioni, c’è sempre una potenziale gola profonda poi mancano sempre i riscontri decisivi. Non sono mai state ritrovate le scorie radioattive che il pentito dei casalesi Carmine Schiavone (utile in altre inchieste) rivelò all’Antimafia. La commissione su Telecom Serbia nel 2001 guidata da Enzo Trantino non arrivò neppure a presentare la relazione finale tutta tesa com’era a dimostrare la maxi tangente pagata a Romano Prodi, Lamberto Dini e Pietro Fassino, denunciata dal sedicente conte Igor Marini. Che non era neppure nobile.

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