Barack Obama Salman 150511175223
DIPLOMATICAMENTE 23 Dicembre Dic 2015 0819 23 dicembre 2015

Contro l'Isis tante coalizioni, pochi risultati

Usa, Russia, Arabia: si moltiplicano le alleanze. Ma finora cos'hanno fatto?

  • ...

Barack Obama con re Salman.

Tutti assieme appassionatamente.
Tutti uniti in armi, dalla coalizione internazionale a guida americana, varata nel settembre 2015, a quella di cui Mosca ha assunto la regia dal 30 settembre scorso, per sconfiggere i due massimi gruppi del terrore, al Nusra (versione siriana di Qaeda) e soprattutto l'Isis, alias il Califfato, alias lo Stato islamico.
Tutti uniti, da Washington a Mosca agli altri membri del Consigli di sicurezza delle Nazioni Unite e i rispettivi sodali, regionali, nazionali e locali, anche con le armi della diplomazia, per rilanciare un processo di transizione destinato a dare alla Siria uno sbocco di stabilizzazione politico-istituzionale.
Una comunione di propositi che ha dello storico, come è stato enfaticamente sottolineato, anche perché salata con un blocco politico-militare da far tremare le vene ai polsi a chiunque ne sia destinatario e bersaglio.
ARABIA IN SOCCORSO DI OBAMA. Penso che tutti ci auguriamo che così sia e che per lo Stato islamico e per al Qaeda sia finalmente iniziato il conto alla rovescia. Ma allo stesso tempo penso pure che in questo conto vi siano dei fattori critici, se non proprio negativi, che rischiano di alterarne il ritmo e dunque anche il tempo e la portata del saldo finale.
Sul versante militare, Obama, pur messo in difficoltà dall’irruzione di Putin sul teatro di guerra siriano e dalle obiezioni della parte più battagliera della sua amministrazione, non ha ceduto all’impulso di rivedere in maniera sostanziale la sua strategia di fondo, sulla quale del resto poco ha inciso anche la rinvigorita volontà offensiva di Francia e Gran Bretagna e l’apporto di Berlino.
Gli è venuta in soccorso l’Arabia saudita che ha risposto alle sue sollecitazioni per una sinergia strategica col mondo islamico, con l’annuncio della formazione di una coalizione militare di 34 paesi musulmani pronta a integrare un grande partenariato contro il terrorismo nelle sue diverse espressioni, Isis in testa naturalmente.
PUTIN, DOVE SONO I RISULTATI? Putin dal canto suo ha dovuto prendere atto che la sua pur vistosa operazione militare non ha conseguito altrettanti vistosi risultati dopo circa tre mesi di attacchi combinati con le forze del regime di Damasco di Hezbollah e delle guardie rivoluzionarie iraniane.
La sua “guerra-lampo” è ancora tutta lì. Probabilmente sta realizzando che l’Isis aveva, e ha, una gamma di opzioni di difesa in mobilità superiore ai suoi calcoli e che anche una possibile ritirata/ripiegamento non sarebbe necessariamente qualificabile come una “sconfitta” del Califfato. E poi, sconfitta dove? In Siria, in Iraq, nel mondo? Come, militare, ideologica, religiosa?
Certo è riuscito a ridare ossigeno ad Assad e al suo regime - che resta pur sempre al (e forse “il”) vertice delle sue priorità - colpendo laddove utile e non troppo plateale anche le forze di opposizione “moderate” e ha saputo profittare, col cinismo che gli è proprio, del passo falso di Ankara (l’abbattimento del caccia russo) per tagliare ruvidamente le ali alle sue ambizioni.
E appare determinato a sfruttare fino in fondo il questo vantaggio tattico anche sotto il profilo negoziale.

Siria, la Risoluzione recepisce quanto convenuto a Vienna

Bashar al-Assad, presidente della Siria.

Non stupisce che l’opzione della soluzione politico-diplomatica, sempre attiva sullo sfondo, abbia ripreso slancio sulla scia di questa evoluzione sul terreno e abbia in qualche modo favorito sia la causa del “male minore” (Assad rispetto allo Sato islamico) che l’opportunità dell’inclusione dell’Iran al tavolo della trattativa.
E che gli eventi che ne sono seguiti, in primis la rabbiosa reazione dello Stato islamico (le stragi di Sharm el Sheik e Parigi), ne abbiano suggerito non solo l’accelerazione, ma anche la sua collocazione nella cornice legittimante delle Nazioni Unite.
Lo volevano gli Stati Uniti e ancor più Mosca che, con Pechino, vi hanno sempre visto la massima istanza cui riferirsi in difesa dell’inammissibilità di un “cambio di regime” (Assad) imposto dall’esterno.
ASSAD 'MALE MINORE'. Da qui l’iniziativa della Risoluzione del 18 dicembre che nella sostanza recepisce quanto già convenuto a Vienna circa i passaggi da compiere per mettere definitivamente fuori gioco le forze del terrore e avviare il processo di transizione.
Ovviamente la Risoluzione mette la sordina sulla sorte di Bashar al Assad che, dopo aver acquisito il ruolo di “male minore”, come detto prima ha conseguito di poter restare per un tempo ancora indefinito ma che Usa e alleati confidano possa essere breve e sfociare in una rinuncia dello stesso; ipotesi questa che Rohani e Putin sarebbero alieni dall’incoraggiare se non a prezzo di contropartite ancora tutte da verificare nella portata e nella accettabilità.
Altrettanto ovviamente resta da definire l’equilibrio tra la delegazione del regime e soprattutto i componenti dell’opposizione e se è vero che il loro perimetro sarà in larga misura quello emerso dalla riunione promossa da Riad che si è meritata per questo un formale tributo di riconoscenza nella Risoluzione stessa, è anche vero che la sua indeterminatezza offrirà a Putin spazio per continuare a colpire i gruppi che tuttora considera come “terroristi”.
UN PERCORSO IMPERVIO. Il Gruppo internazionale di sostegno alla Siria (Issg) si è già messo all’opera per superare quest’indeterminatezza, ma non sarà facile visti i contrastanti interessi dei suoi 19 membri, tra i quali anche l’Italia, date le profonde differenze di sensibilità che li caratterizzano.
A maggior ragione sarà impervio il percorso per giungere a concordare un cessate il fuoco sufficiente a permettere la formazione di un governo di transizione cui tra l’altro spetterà di scrivere la nuova Costituzione e organizzare le elezioni.
Entro 18 mesi e in un’area già desertificata dalla morte, dalla distruzione e dall’odio, in cui continuerà la guerra anche se circoscritta, in linea di principio, alle forze del terrore marcate Isis e al Qaeda.
A guidare il processo sarà Staffan de Mistura, il terzo Inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, dopo Brahimi e Kofi Annan, vaso di coccio tra vasi di ferro che dalla sua ha soprattutto la stanchezza della guerra e la minaccia di un male maggiore.
La posta in gioco, come noto, va ben al di là della Siria e dello stesso Medio Oriente.

Correlati

Potresti esserti perso