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SPIN DOCTOR 23 Dicembre Dic 2015 1450 23 dicembre 2015

Grassroots, il futuro della politica è cool e vincente

Prima Obama, poi Trudeau: quando l'elettorato si trasforma in comunità.

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Justin Trudeau.

Ha destato scalpore, ben oltre i confini del Canada, la vittoria del giovane candidato liberale Justin Trudeau alle elezioni dello scorso ottobre.
Con 184 seggi alla Camera dei deputati il partito liberale si è assicurato la maggioranza assoluta e ha consentito al suo carismatico ma inesperto leader di diventare il secondo premier più giovane della storia canadese.
Al di là dell’immensa popolarità guadagnata da Trudeau, è interessante analizzare le dinamiche che ne hanno agevolato la vittoria. Soprattutto perché negli Stati Uniti si voterà a breve per la Casa Bianca.
L’adozione di strategie grassroots e di modalità innovative di profilatura dell’elettorato hanno dato alla campagna dei Liberali quello slancio che ha consentito a Trudeau di battere il premier conservatore uscente Stephen Harper, nonostante il Partito liberale languisse nei sondaggi al terzo posto, superato anche dall’altra forza di opposizione, i Nuovi democratici.
L’IMPORTANZA DELLA STRATEGIA. Quella che si è conclusa a ottobre è stata una campagna lunga per gli standard canadesi: 78 giorni. Il Partito liberale si è attivato con larghissimo anticipo, con l’obiettivo di dare vita a una campagna tecnologicamente innovativa, imperniata su strategie di mobilitazione dal basso e sull’uso dei big data.
Potendo contare su risorse limitate rispetto ai competitor (soprattutto i conservatori al governo, forti nel fundraising), il team di Trudeau si è attrezzato da subito per fare in modo che il tono della campagna potesse essere prontamente rimodulato, reagendo agli stimoli provenienti dai volontari sul territorio. Le vaghe allusioni di prammatica rivolte all’esigenza di «ascoltare la pancia del Paese» hanno trovato in Canada una traduzione smart ed efficace: chiediamo a volontari di dirci cosa si aspetta l’elettorato da noi.
L’APPORTO DECISIVO DEI VOLONTARI. La campagna elettorale per le legislative canadesi è stata influenzata dal ricordo delle vittorie di Barack Obama. E dai suoi uomini. Già al termine del 2014 due veterani del team di Obama del calibro di Jennifer O’Malley Dillon (vice-capo della campagna alle ultime presidenziali) e Jeremy Bird (field director nazionale) si erano trasferiti in Canada per portare l’esperienza obamiana rispettivamente ai Liberali di Trudeau e ai Nuovi Democratici di Mulcair.
Gli osservatori concordavano però su un fatto: il Canada non è gli Stati Uniti. Un sistema politico più “povero” di fondi, leggi più restrittive nel campo della privacy e un elettorato volatile impedivano un trasferimento acritico delle tecniche utilizzate dal senatore dell’Illinois per conquistare la Casa Bianca.
La “via canadese” è stata soprattutto dettata da un imperativo: raggiungere gli elettori uno a uno, puntare sulla partecipazione dal basso anziché sulla semplice trasmissione unilaterale dei messaggi. Se mobilitazione deve essere, essa deve partire dal territorio e reggersi sulle gambe dei volontari.
Qualche anno fa suscitò aspre polemiche la decisione di far scegliere il leader di partito non solo agli iscritti, ma anche ai semplici simpatizzanti. Anziché erodere la base del partito, questa decisione fu l’inizio di una corsa inarrestabile. Quella per conquistare il Paese.
UNA CAMPAGNA PARTITA DAL BASSO. La strategia grassroots parte da qui: l’apertura all’esterno permise agli apparati di partito di raccogliere informazioni su più di 300 mila sostenitori e spingere oltre 80 mila volontari a scendere in campo per partecipare alle primarie di partito.
Ciò consentì di raccogliere un numero impressionante di dati e di farne un uso accorto: più conosci chi devi convincere, più sei in grado di definire il messaggio giusto. Ogni tipo di messaggio (anche gli spot televisivi sulle tivù locali!) poteva essere rimodulato in base all’audience.
«Speranza e Duro Lavoro» non è stato solo uno slogan con vaghe reminiscenze obamiane, ma la chiave di volta di una mobilitazione a tutto campo, online ma soprattutto offline. I volontari di Trudeau hanno bussato a più di 5 milioni di porte, mettendo a frutto il lavoro di mesi.
I volontari erano stati adeguatamente formati, fatti sentire parte integrante della campagna e non meri esecutori di ordini provenienti dal quartier generale. L’accesso ai database li responsabilizzava e motivava, consentendo loro di imparare gradualmente come interfacciarsi nel modo più efficace possibile con i potenziali sostenitori e di informare i vertici sui temi che avevano maggiore risonanza tra i cittadini.
Ricorrere a metodi testati altrove nella convinzione che rappresentino il segreto per vincere non è solo sbagliato, ma stupido. L’esempio canadese ci dimostra che lo straordinario esempio delle campagne di mobilitazione a sostegno di Obama non è destinato a restare confinato nei manuali, ma ad essere fatto proprio e riapplicato in base alle specificità e alle differenze di altri contesti nazionali.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

Twitter: @gcomin

La rubrica Spin Doctor torna a gennaio.

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