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INTERVISTA 5 Gennaio Gen 2016 1707 05 gennaio 2016

Rosa Belfaour: «Il commercio può salvare Schengen»

L'analista Balfour mette in guardia: se salta il Trattato a rischio l'Ue. Ma la leva economica potrebbe tutelarlo. Perché Bruxelles sui migranti sbaglia tutto.

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Il Trattato di Schengen, uno dei pilastri della Ue, sospeso a intermittenza da alcuni Paesi membri, rischia di minare definitivamente l'esistenza dell'Unione stessa.
Sono ormai sei gli Stati ad aver interrotto temporaneamente la libera circolazione tra i confini interni dell'Europa.
L'ultima la Danimarca, che senza violare le regole del patto europeo ha chiuso le porte di casa usando la stessa motivazione di tutti gli altri: è a rischio la sicurezza nazionale, troppi flussi di migranti fuori controllo.
Così hanno detto prima di lei Norvegia, Svezia, Austria, Germania e Francia.
ANCHE L'ITALIA PRONTA A CHIUDERSI. E ora anche l'Italia, secondo quanto riporta il Corriere della sera, è pronta a ripristinare i controlli alla frontiera con la Slovenia, anche se il ministro Alfano ha smentito l'indiscrezione.
Un effetto dominom questo, che farebbe tremare l'Europa. Così il 6 gennaio il commissario Ue all'Immigrazione Avrampoluos ha convocato i ministri competenti di Svezia, Danimarca e Germania, obiettivo: salvare Schengen, trovare una soluzione comune.
Ma in realtà tutti sanno che «in pericolo è soprattutto l'Unione europea», dice a Lettera43.it Rosa Belfaour, analista politica del think tank European policy center di Bruxelles: «Se la crisi dei rifugiati fosse avvenuta in un contesto europeo diverso sarebbe risolvibile, ma la situazione in questo momento è molto instabile e fragile. Basta poco per far crollare il castello».

Rosa Belfaour, analista politica del think tank European policy center.

DOMANDA. Meglio allore decretare la fine di Schengen?
RISPOSTA.
Per quanto gli eventi siano negativi, non vediamoli come catastrofici. Certo quello che sta accadendo è preoccupante, perché stiamo assistendo al moltiplicarsi di iniziative unilaterali spesso non coordinate e non governate neanche internamente.
D. Insomma anarchia totale.
R.
Sono dettate dalle esigenze di alcune zone che soffrono di particolare problemi di sovraffolamento e non riescono a sostenere i flussi immigratori.
D. E per questo si decide di mettere a rischio la libertà europea di andare da uno Stato all'altro senza essere controllati?
R.
Non sono scelte facili, in Svezia per esempio c'è un dibattito interno sulla decisione presa a livello nazionale, pare che circa 200 Comuni non siano ancora stati utilizzati per la gestione dell'accoglienza.
D. Problemi di mala gestione a livello locale che però si ripercuotono a livello europeo...
R. Il flusso di arrivo di queste persone su una piccola città o un villaggio che deve accogliere mille persone diventa un problema enorme e le tensioni possono crescere facilmente. Molti servizi sono pagati dai Comuni, c'è quindi un impatto finanziario importante che non è distribuito equamente in tutto il Paese né a livello comunitario.
D. Quindi che fare?
R.
Prima di tutto bisogna riconoscere che alcune amministrazioni sono sotto pressione e forse quelli che dicono «teniamo le porte aperte, accogliamo tutti», dovrebbero ascoltare di più chi nel piccolo sta gestendo una situazione così complessa.
D. A livello locale sarà difficile, ma a livello europeo non dovrebbe, invece pare impossibile trovare una soluzione proprio a Bruxelles.
R.
Le decisioni prese purtroppo sono unilaterali, non coordinate tra loro e stanno causando un effetto a catena.
D. Tanto che la Germania ha detto che la zona Schengen è in pericolo.
R.
Sì, ma anche in Germania ci sono numerosi contrasti su come affrontare la situazione: la cancelliera Merkel ha problemi con il suo stesso partito, la Cdu, in particolare con il Csu in Baviera, un territorio di frontiera che per quanto ricco e capace di accogliere, si sta mostrando insofferente alle scelte fatte dal governo.
D. Governo che rischia di saltare come lo spazio Schengen?
R.
Per ora tiene duro la linea Merkel che è quella di non mettere le quote perché, come ha detto il suo stesso portavoce, questi problemi non si possono affrontare da soli.
D. Servirebbe l'Ue, appunto.
R. È questa infatti la proposta della Commissione: agire insieme, ma sinora ognuno è andato in ordine sparso, il fallimento della relocation è totale, basta vedere i dati. Il patto siglato a fine settembre prevedeva che dall'Italia partissero 80 stranieri al giorno, in tre mesi ne sono stati trasferiti appena 190 in altri Paesi Ue.
D. Una débâcle che però si poteva intuire sin dall'inizio, vista la riluttanza di numerosi Stati membri ad assumersi le proprie responsabilità.
R.
Tutta la situazione poteva essere gestita in maniera diversa: c'è stata una totale mancanza di preparazione e di immaginazione.
D. In che senso?
R.
Sarebbe stato meglio prendere i rifugiati dalla Turchia e garantire loro un passaggio sicuro, senza metterli nelle mani degli scafisti e dei criminali, creando l'enorme caos sulla rotta Balcanica.
D. E ora per risolvere la situazione ognuno decide di chiudere le frontiere.
R. Adesso stianno cercando di tappare i buchi, ma c'è una mancanza di fiducia degli Stati membri nella Commissione europea, in qualsiasi iniziativa di coordinamento comune e soprattutto degli Stati tra loro.
D. Quanto durerà questo clima di sfiducia e accuse reciproche?
R. In questa situazione è difficile trovare una soluzione. Nella diatriba tra Germania e Grecia sulla Grexit c'era per esempio anche il problema della gestione del flusso dei migranti da parte dei greci, che i tedeschi hanno criticato più volte.
D. E ancora non è stato risolto: ci dobbiamo rassegnare alla fine dello spazio Schengen?
R.
No, c'è ancora una speranza: tutti i Paesi sanno che chiudere le frontiere creerà un enorme traffico, danneggerà l'economia, anche dei Paesi scandinavi che da oltre 20 anni hanno un regime di libera circolazione. Tutto questo comporterà degli ostacoli non solo alle persone, ma al commercio dei beni.
D. Un banalissimo intasamento alle frontiere ci salverà?
R.
Sì, se blocca centinaia di camion che trasportano merci, causando perdite economiche, o se fa perdere un'ora di tempo al pendolare transazionale che viaggia ogni giorno tra la Danimarca e la Svezia, o tra il Lussemburgo e la Francia o il Belgio e l'Olanda.
D. In Italia i cittadini sono andati in tilt già solo con le file a Bardonecchia causate dai controlli al tunnel del Frejus, al confine tra Italia e Francia.
R.
Introdurre i controlli alle frontiere oggi fa capire in concreto ai cittadini che cosa abbia significato Schengen in tutti questi anni e quindi potrebbe fornire una chiave interpretativa diversa anche per l'opinione pubblica per scongiurare la chiusura.
D. Quindi più che la perdita di alcuni diritti, è la perdita dei beni a rappresentare un deterrente alla chiusura definitiva delle frontiere?
R. Sì, potrebbe incentivare gli Stati a trovare soluzioni tutti insieme. Inoltre non bisogna sottovalutare che il rafforzamento dei controlli comporta costi enormi che non sono quantificabili ma sono alti: le cifre sui giornali sono solo approssimative.
D. Ancora una volta quindi è la leva economica che potrebbe salvare uno dei pilastri dell'Ue?
R.
Sì, in questa fase, a parte volontà da parte di alcuni attori come la Commissione Juncker, la Germania e pochi altri Paesi, non vedo una grande spinta politica a salvare Schengen. Spinta che può venire invece dal vantaggio economico procurato a tutti i Paesi che hanno aderito al Trattato.
D. Quindi possiamo stare tranquilli?
R. No, l'indebolimento di Schengen è un pericolo da non sottovalutare, ma non penso che possa essere smantellato nella sua interezza, si tratta di un accordo intergovernativo dal quale non si torna indietro facilemente.
D. Ma?
R. Possono essere intaccati alcuni principi, alcune dimensioni del suo funzionamento, che stiamo già vedendo con l'introduzione di questi controlli temporanei.
D. Più che la guerra permamente come ha detto il premier francese Valls all'indomani degli attacchi di Parigi, con queste restrizioni della circolazione, il pericolo è di avere un disagio permanente?
R. Sì, a rischio c'è non solo la libera circolazione, ma alcune libertà personali e per questo bisogna stare in guardia. Quello che manca è una visione di lungo periodo su come e dove andare, qualcuno lo sa ma non ha la forza politica per imporsi e in questo momento ha paura di esporsi troppo.
D. Che cosa si rischia però nel continuare a nascondere la testa sotto la sabbia?
R.
Che l'Ue si perda e l'euroscetticismo vinca. Basta vedere per esempio come sta reagendo il Regno Unito, dove le ragioni per una Brexit diventano più forti nel momento in cui i britannici vedono un'Europa che non funziona. Preoccupano anche le decisioni presa dalla Polonia sul controllo dei mezzi di informazione.
D. Insomma il rischio è di arrivare a un'ulteriore frammentazione politica a livello europeo?
R.
Non solo a un mancato consenso sul progetto europeo, ma proprio a una contestazione dello stesso.
D. Dalla crisi dei rifugiati alla crisi degli europei.
R. Se la crisi dei rifugiati fosse avvenuta in un contesto europeo diverso sarebbe risolvibile, ma il contesto in questo momento è molto instabile e fragile. Basta poco per far crollare il castello.
Trovare soluzioni politiche accettabili per gestire ora sia la questione dei rifugiati che del terrorismo, che sono comunque due problematiche di natura diversa, è difficile perché bisogna fare già i conti con la crisi dell'eurozona e mille altri problemi.
D. C'è il rischio che si passi dai blocchi alle frontiere ai muri veri e propri come ha già fatto l'Ungheria?
R.
Il 2015 è stato definito l'annus horribilis ed è vero, interpretare questa crisi in chiave positiva è difficile, ma non bisogna essere allarmisti. Ci sono una serie di segnali che ci possono ancora fare sperare.
Il quadro normativo di Schengen prevede la possibilità in casi di emergenza di chiudere le frontiere. Fino ad ora però sono state riaperte. Non dimentichiamo poi che dal punto di vista tattico il blocco è spesso usato dagli stati come deterrente per scoraggiare l'arrivo di nuovi migranti.

Twitter: @antodem

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