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CONFLITTI 7 Gennaio Gen 2016 2247 07 gennaio 2016

Libia, la battaglia dell'Isis per il petrolio

I miliziani avanzano verso le infrastrutture petrolifere a Est di Sirte. L'obiettivo dello Stato Islamico è rovinare del tutto l'economia del Paese.

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Depositi di petrolio in fiamme a Est di Sirte.

Lunedì 4 gennaio, l'Isis ha dato inizio a una violenta offensiva nel Nord della Libia contro importanti infrastrutture petrolifere.
Cacciato l'anno scorso dalla sua roccaforte di Derna (attorno alla quale comunque continua a farsi notare), lo Stato islamico in Libia si è saldamente insediato a Sirte. Dalla città natale di Muammar Gheddafi ha lanciato un assalto ai quattro terminal petroliferi del bacino omonimo, attraverso i quali un tempo veniva esportato l'80% del greggio libico.
Lunedì i jihadisti hanno conquistato la cittadina di Ben Jawad, la porta della cosiddetta 'mezzaluna petrolifera' sulla Sirte, e nei due giorni seguenti ha ingaggiato combattimenti che hanno causato l'incendio di sette cisterne di petrolio, cinque al terminal di Sidra e due in quello di Ras Lanuf. Il bilancio degli scontri è di 10 guardie delle installazioni e 'oltre cento combattenti' dell'Isis uccisi, secondo un portavoce delle stesse guardie.
Nella serata di giovedì 7, alcune fonti hanno segnalato un'autobomba esplosa nei pressi di un checkpoint a Ras Lanuf che ha ucciso due soldati e un civile.
ALMENO 74 MORTI IN UN ATTENTATO DELL'ISIS. Contemporaneamente, l'Isis non ha rinunciato alla sua strategia del terrore. Sempre giovedì, un camion-bomba guidato da un attentatore suicida è esploso nei pressi di una base di addestramento della polizia nell'ovest della Libia, a Zliten, causando decine di morti, almeno 74 secondo una fonte ospedaliera.
Il bilancio potrebbe aggravarsi a causa delle molte decine di feriti, oltre 200.
L'attentato è stato una 'operazione di martirio', ha sottolineato 'Aamaq', network di propaganda collegato all'Isis.
IL NUOVO GOVERNO ANCORA IN STANDBY. «Bisogna attuare l'accordo politico recentemente firmato, superando le divisioni interne per dare vita ad un governo di accordo nazionale e concentrarsi sulla comune lotta al terrorismo», ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Analoghi appelli sono arrivati da tutte le principali istituzioni internazionali.
Quelli che dovevano essere gli accordi risolutivi per la situazione libica non si sono ancora concretizzati, e il Paese si trova ancor più in difficoltà per la crescente minaccia dell'Isis.
IL PETROLIO È IL PRIMO OBIETTIVO. Un governo che riesca a prendere in mano la situazione sembra ancor più necessario nel momento in cui lo Stato islamico minaccia di entrare in possesso di importanti riserve energetiche come ha fatto in Siria e in Iraq.
Le infrastrutture e i pozzi nelle mani dei miliziani implicherebbero due conseguenze devastanti: l'Isis in Libia avrebbe modo di auto-finanziarsi come fa in Medio Oriente e, forse ancora più grave, priverebbe il Paese dell'unica residua entrata economica che gli è rimasta. L'esportazione di greggio è già crollata a un quarto dei livelli pre-rivoluzione. La National Oil Company della Libia è una delle poche istituzioni rimaste funzionanti, ed è vitale per scongiurare il totale fallimento del Paese.
PRIMA IL SABOTAGGIO, POI LA CONQUISTA. Gli attacchi arrivano in contemporanea alla richiesta di aiuto della National Oil Company. Sul suo sito l'azienda ha lanciato un messaggio di “Cry for help” per tutte «le persone onorevoli della nazione ad accorrere per salvare quel che è rimasto delle nostre risorse prima che sia troppo tardi».
Il primo obiettivo dell'Isis è rovinare l'avversario, e in questo caso l'avversario è la fragilissima economia libica. Dopo aver fatto terra bruciata e aver reso inutilizzabili le infrastrutture di estrazione, trasporto e stoccaggio del greggio, i miliziani aspettano che il nemico si ritiri dalle zone, ormai infruttuose. Solo successivamente vi si insedia e ricomincia lo sfruttamento. È la stessa strategia usata nell'ovest dell'Iraq, ora riproposta sulle maggiori riserve petrolifere africane.

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