Via capo polizia Colonia dopo molestie
DIPLOMATICAMENTE 14 Gennaio Gen 2016 0800 14 gennaio 2016

Colonia non può farci dimenticare Siria e Iraq

Ora l'Occidente teme i profughi. Ma la crisi in Medio oriente è anche colpa nostra.

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Una foto scattata la notte di Capodanno 2015 nella città di Colonia, in Germania, teatro di violenze di massa contro le donne.

Da Colonia a Madaya in Siria a Ramadi in Iraq. In questi giorni il mio pensiero è passato dall’una all’altra città e al più generale contesto in cui queste città sono collocate.
Di Colonia e delle altre città tedesche sappiamo molte cose, una in particolare, e cioè che tante donne, decine e decine, forse qualche centinaio, sono state disturbate, toccate derubate, violate la notte del nostro Capodanno sulla piazza della cattedrale di Colonia: criminali, ladri e furfanti hanno compiuto vigliaccamente quei reati profittando dell’involontaria ma non per questo meno colpevole complicità delle forze di sicurezza.
I MIGRANTI VISTI COME MINACCIA. Voglio escludere con forza qualsivoglia altra ipotesi, ma sta di fatto che in questi ultimi 10 giorni le denunce di reati analoghi dalla Germania all’Europa del Nord si sono moltiplicate e con esse si è allargata e incupita l’ombra della minaccia dei migranti e, a ruota, dei musulmani.
Non ne avevamo proprio bisogno in un’Europa che, se fino a poco tempo fa ne ospitava milioni e milioni senza problemi di convivenza particolarmente nevralgici, deve adesso prendere atto del fatto che la gigantesca ma gestibile ondata migratoria della rotta balcanica del 2015 è bastata a squagliare il collante dei principi e dei valori che sembrava la tenessero assieme e aprire una perniciosa crepa ideologica e settaria che la sua intera dirigenza politica e culturale sembra incapace di rammendare.
Col rischio di temibili derive sociali e politiche di cui abbiamo già potuto constatare alcune prime avvisaglie, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Danimarca alla Francia.
LE VITTIME TRASFORMATE IN NEMICI. L’Europa si sta avvolgendo in una spirale di paura che la porta a cercare il nemico nella vittima e non nel nemico vero che è chi spinge verso la divisione, lo scontro fra noi e 'loro', tra la nostra identità culturale e quella degli 'altri'.
Che la induce a vedere attentati dovunque, anche nei più volgari atti criminosi. E si invoca il fallimento della cosiddetta “integrazione” anche quando di politica di integrazione c’è stata solo l’obbligatorietà dell’omologazione o è stata affogata nella presunzione di una nostra superiorità tanto evidente da non aver bisogno di essere nutrita dalla consapevolezza che la vera ricchezza sta nella diversità e nella fermezza delle regole di convivenza non negoziabili e che è sommamente rischioso pensare che quest’integrazione possa funzionare così, da sola, senza investire in attività capaci di evitare il bighellonaggio senza scopo per giorni e settimane e mesi, come in Italia del resto. Con la donna quale primaria vittima designata.
COSÌ SI FA IL GIOCO DI CHI VUOLE DIVISIONE. Senza pensare che così facendo si sta cadendo proprio nella trappola di chi vuole divisione e scontro tra popoli e Paesi, tra modelli di civiltà e di fede, quando dovremmo aver capito i danni atroci cui può condurre la ricerca della purezza identitaria.
Colpiamo i criminali con il massimo rigore ma non mescoliamo criminalità e appartenenza etnica e/o religiosa e/o tribale come ho sentito affermare a personaggi anche mediaticamente illustri della nostra Repubblica.

A Madaya i siriani muoiono di fame

Questa riflessione mi è parsa tanto più rilevante in relazione alla sostanziale indifferenza con la quale seguiamo vicende che ci dovrebbero straziare sotto il profilo umanitario e sollecitare politicamente: mi riferisco, per restare ancorato all’attualità, alla vicenda di Madaya in Siria dove decine di migliaia di persone stanno letteralmente morendo di fame perché qualcuno - Bashar al Assad e i suoi alleati iraniani e russi - li sta strangolando in un assedio stragista.
SCHELETRI CHE CAMMINANO. Rupert Colville, il Commissario delle Nazioni unite per i diritti umani ha parlato di una situazione «spettrale». Dove si vedono solo degli scheletri che camminano, secondo un altro osservatore locale. Fino a quando riterremo di poter accettare anche questo tipo di strage indotta – solo in queste ore sembra che qualche aiuto possa finalmente arrivare - dopo cinque anni di guerra infame di un regime contro il suo popolo, per di più a due passi da casa nostra?
Ci preoccupiamo giustamente dei contraccolpi del confronto Arabia Saudita/Iran sul previsto negoziato sulla Siria che dovrebbe aprirsi il 25 gennaio, ma forse dovremmo preoccuparci anche e in maniera operativa della slavina di risentimento e di odio che questa guerra, scatenata nel 2011, ha fatto precipitare sul Paese e della responsabilità storica di Mosca e Teheran.
DA MERKEL UNA GENEROSITÀ IMPROVVIDA. È infatti la forza travolgente di questa slavina che ha fatto fuggire milioni di siriani desertificandone le prospettive di vita tra miserabili campi profughi e disperate ricerche di salvezza che l’improvvida generosità della Cancelliera Merkel - annunciata senza previo coordinamento con gli altri partner, poi frenata, poi bloccata quando ormai si era fatta valanga - è riuscita soltanto a esasperare.
Ci preoccupiamo, giustamente, della costituzione di un blocco arabo che si va contrapponendo all’asse sciita qua - anche la Lega araba ha condannato l’assalto alle sedi diplomatiche saudite in Iran – ma nello stesso tempo continuiamo a permettere che la tanto esaltata 'liberazione' di una città come Ramadi (Iraq) dalle milizie dell’Isis – ancora tutt’altro che conclusa – si sia trasformata nella sua devastazione umana e materiale. E la fuga, anche qui di migliaia di persone in cerca di salvezza.
E Ramadi è solo un esempio tra i molti come il disastro che sta patendo lo Yemen nel silenzio generale.

L'Occidente ha contribuito a creare l'Isis

Forze regolari irachene a Ramadi.

La storia non si fa con i se, ma se lo stesso Blair – che meriterebbe di scontare in qualche modo la gravissima colpa che condivide con W. Bush di aver manipolato le cosiddette prove del possesso delle armi di distruzione di massa regalando a Teheran l’Iraq – ha riconosciuto che tutto l’imbroglio iracheno è stato all’origine dell’Isis e che l’inazione occidentale, aggiungo io, ne ha facilitato l’estensione in Siria.
SERVE UN'ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ. Così stando le cose, forse qualche responsabilità ce la dovremmo pur assumere per le ricadute sociali di cui oggi ci lamentiamo e che stanno facendo franare l’intera costruzione europea. E rispondervi all’altezza di quei principi e valori di cui rivendichiamo quasi l’esclusiva, organizzando vere politiche di convivenza attiva e partecipata, informando e formando.
Cercando di capire esperienze, usi e tradizioni diverse dalle nostre, fissando dei paletti tanto rigorosi quanto intelligenti e punendo senza mezze misure chi sgarri, ma non per il colore della pelle o la sua fede, reale o presunta, bensì per il reato di cui si siano resi responsabili. Avendo sempre nel retroterra del nostro pensiero le storie che questi 'migranti' si portano dietro e la difficoltà che la nostra civiltà incontra ancora, dopo tanto tempo di esercizio, nel praticare un’accettabile mediazione fra libertà, fraternità e uguaglianza, sostantivi/obiettivi tanto pregnanti quanto tra loro contradditori.
ACCOGLIERLI È LA RISPOSTA PIÙ SEMPLICE. In fondo, a pensarci bene, dovrebbe risultarci più facile essere positivamente costruttivi all’interno della nostra società nei confronti di chi vi si rifugia che andare a sbrogliare la matassa dei conflitti di cui siamo almeno in parte responsabili; ciò che del resto stiamo dimostrando di non saper e non voler fare se non per conseguire obiettivi di potere.
Una cosa è comunque certa: cercare di non fare né l’una nè l’altra cosa non è solo censurabile; è semplicemente sbagliato e fonte di guai.

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