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FACCIAMOCI SENTIRE 18 Gennaio Gen 2016 1320 18 gennaio 2016

Il caso Juncker-Renzi, emblema del masochismo all'italiana

Il premier alza la voce con l'Ue e noi lo critichiamo: così non facciamo gli interessi del nostro Paese.

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Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Fino a qualche settimana fa era abbastanza facile, leggendo i giornali, trovare delle critiche molto pesanti nei confronti di Jean-Claude Juncker, attuale presidente della Commissione europea.
Tra il serio ed il faceto alcuni si spingevano addirittura a scrivere che bisogna parlare con lui prima delle quattro del pomeriggio perché poi potrebbe essere poco lucido...
Molti ricorderanno lo scalpore che destò l’inchiesta giornalistica che pubblicò nel 2014 i nomi di oltre 300 aziende multinazionali direttamente coinvolte nelle decisioni fiscali (naturalmente di favore) prese dal governo lussemburghese di cui lui era primo ministro.
Nella sua biografia, Wikipedia ricorda che Juncker annunciò inoltre le sue dimissioni dal governo del Lussemburgo nel luglio 2013 a seguito di uno scandalo riguardante i servizi di intelligence. Era accusato di aver costituito una vera e propria polizia segreta e di aver schedato centinaia di migliaia di cittadini.
In Italia un personaggio politico con un curriculum simile sarebbe stato mediaticamente “spellato vivo”.
LA DIATRIBA CON JUNCKER. Il signor Juncker, fino a poco tempo fa, veniva tuttavia accusato da quasi tutti i giornali nostrani di prendere decisioni a livello di Commissione europea particolarmente favorevoli alla Germania e particolarmente sfavorevoli per l’Italia sopratutto su una serie di problemi quali il salvataggio delle banche, l’energia, l’immigrazione e la flessibilità sui conti richiesta dal nostro Paese a seguito dei pesanti costi sostenuti per far fronte ai flussi migratori che conosciamo.
Ciò detto, a un certo punto il nostro primo ministro si è fatto carico di esprimere apertamente e a più riprese l’italico dissenso e naturalmente la controparte ha reagito nel modo che ha ritenuto più opportuno. Diciamo senza usare un linguaggio istituzionale.
Alcuni hanno definito quello di Juncker «quasi un insulto ad un Paese sovrano».
COSA SAREBBE SUCCESSO IN FRANCIA? Se la stessa cosa l’avesse però fatta al presidente della Repubblica francese o al primo ministro britannico molto probabilmente i 60 milioni di transalpini o i 53 milioni di inglesi sarebbero stati dalla parte dei loro rappresentanti in modo abbastanza compatto.
La domanda che si sarebbero fatti sarebbe stata di merito; ovvero se la posizione del loro rappresentante istituzionale, criticata dal presidente della Commissione europea, era o meno in linea con i superiori interessi del Paese.
Da noi invece si è scatenata una “guerriglia mediatica” non sul merito ma sulle ragioni che hanno portato Renzi a prendere la sua posizione e molti di coloro che appartenevano al club dei critici di Juncker hanno apprezzato il lussemburghese perché finalmente ha detto a quel presuntuoso (e non solo) di Renzi quello che si meritava.

La pioggia di critiche su Renzi

Matteo Renzi e Angela Merkel.

Secondo alcuni Renzi avrebbe attaccato la Commissione solo per beceri interessi di politica interna ovvero per sottrarre consensi al M5s, alla Lega Nord e a FdI da sempre contrari all’Europa e naturalmente all’euro e da sempre pronti a scaricare sull’Europa le responsabilità della situazione economica attuale nel nostro Paese.
Magari Renzi, dietro la diatriba con il presidente della Commissione europea, sta immaginando di portare avanti una strategia tesa a ridiscutere la revisione del Fiscal Compact, ovvero dell’accordo che obbliga gli Stati europei a vincoli riguardanti il contenimento del debito pubblico.
L'INTERESSE DELL'ITALIA PRIMA DI TUTTO. Personalmente mi pongo solo una domanda: ammesso che si possa raggiungere questo quasi impossibile obiettivo, è, o meno, interesse dell’Italia (e ovviamente lo è)?
Non mi interesserebbero affatto le ragioni di politica interna (leggi consenso elettorale che ne deriverebbe). Io credo che bisogna giudicare anche chi opera in politica per quello che fa e per gli obiettivi che riesce a raggiungere nell’interesse del Paese e non per le motivazioni che li spingono a farlo.
Non capisco perché fino a ieri tutti a lamentarsi che eravamo gestiti dalla Troika. Oggi tutti a criticare Renzi che dice “non ci facciamo telecomandare”.
Certo non è sufficiente un battibecco tra Renzi e Juncker per poter dichiarare raggiunto questo obiettivo, ma se non sosteniamo tutti insieme il nostro primo ministro neanche nelle diatribe internazionali come possiamo immaginare di guadagnare la “dignità” che ci compete?
DOV'È FINITA LA NOSTRA COESIONE NAZIONALE? I soliti benpensanti mi daranno del renziano e mi accuseranno di prendere le sue difese (di cui peraltro non ha bisogno). Vorrei tranquillizzare tutti: direi le stesse identiche cose chiunque fosse il nostro presidente del Consiglio.
Non mi eccita neanche un pò tifare pro o contro Renzi, come non mi eccitava tifare pro o contro Berlusconi secondo le italiche abitudini.
A me interessa l’Italia, il suo presente, il suo futuro e il futuro che potrà garantire alle future generazioni.
Da Craxi in poi si sono succeduti molti presidenti del consiglio - Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti, Amato (2), Ciampi, Berlusconi (3), Dini, Prodi (2), D’Alema, Monti, Letta, adesso Renzi - ma nel frattempo (con forse l’unica eccezione del periodo di Ciampi) la coesione del Paese è diminuita anziché migliorare.
Come è possibile che l’Europa ci rispetti se non rispettiamo prima noi le nostre istituzioni?
SERVE RISPETTO PER LE ISTITUZIONI. Molti diranno: Renzi non è stato eletto. Sia chiaro che nessuno dei presidenti citati è stato eletto. Ricordo che la nostra è una democrazia parlamentare e, pertanto, finché in parlamento c’è una maggioranza comunque costituita il presidente della Repubblica non può sciogliere le camere.
È quindi solo una questione di rispetto delle istituzioni. Che possono essere cambiare ma che fin quando ci sono devono essere rispettate.
La Francia ha un presidente con la popolarità più bassa dal dopoguerra ad oggi ma a nessun francese verrebbe in mente di non seguire il proprio presidente in una diatriba internazionale.
Ho già scritto che noi abbiamo da imparare molto sul senso dello Stato dei cugini transalpini.
L’ultimo esempio ce lo ha fornito la difesa d’ufficio della Renault sulla faccenda dei gas di scarico simile a Volkswagen da parte del ministro dell’Ecologia (sottolineo ecologia) francese, sig.ra Ségolène Royal. Vogliamo immaginare cosa sarebbe successo da noi in un caso simile?

Twitter @FrancoMoscetti

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