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PROFILO 18 Gennaio Gen 2016 1053 18 gennaio 2016

Roberto Giachetti a Roma: uno, digiuno, centomila

Un ex radicale sottoposto a normalizzazione rutelliana. Esperto di epigrammi, votare lo eccita più che digiunare. E ora ci prova a Roma. Masneri su Giachetti.

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Santo, poeta, digiunatore, dialogatore.
La candidatura di Roberto Giachetti alle primarie da sindaco Pd di Roma Capitale potrebbe essere, nella sua surrealtà, un capolavoro politico di Matteo Renzi. Se mai dovesse vincere, perché il Pd pare perdente in partenza e questo nome sembra messo lì per perdere con molto onore.
EX RADICALE E MARGHERITA, ORA RENZIANO. Con spirito dei tempi Giachetti, già radicale, già Margherita, poi renziano, vicepresidente della Camera, ha annunciato la sua candidatura su Youtube dal Gianicolo, e «la Roma che vedete alle mie spalle è la Roma della Grande bellezza», ha motteggiato in favore di telecamera, ma mettendo in chiaro che «il quartiere del Gianicolo dove sono nato e vissuto», quello che suscitava sturbi ai giapponesi in gita nel film di Sorrentino, non sarà il focus del suo mandato: lui lavorerà invece per la «Roma vera, quella che non si vede», «la Roma delle persone normali, delle periferie»; e delle carceri. E in fondo, al centro dell'obiettivo del selfie-video dal Gianicolo c'è proprio Regina Coeli, e il carcere, vecchia ossessione radicale, è centrale nella narrazione giachettiana; in carcere ha passato il giorno di Natale, «al minorile di Casal del Marmo», come da tweet, e poi per non farsi mancar nulla l'ultimo dell'anno è stato invece a Rebibbia.

  • L'autocandidatura che Roberto Giachetti ha lanciato su Youtube.

Roberto Giachetti e Matteo Renzi.

«Fantasista renziano per certi versi buttato e per altri buttatosi nel pantano capitolino», ha scritto Filippo Ceccarelli su Repubblica, e «comunque con slancio fin troppo temerario, spes contra spem, come direbbe Pannella con linguaggio biblico intendendo la più disperata delle speranze, quella di conquistare il Campidoglio», e in questo buttarsi o essere buttato c'è tutto il personaggio, comprese le sofferenze e il travaglio.
A Fuori Onda su La7 gli è stato ricordata una sua risposta al blog Romafaschifo, in cui negava veementemente una candidatura, e lui ne è venuto fuori così: «Il mio è stato un travaglio reale», e «per motivi politici e personali che di certo non verrò a dire a voi ho cambiato idea», e insomma una franchezza e una temerarietà da non-politico, in un corpo politico al massimo.
DIGIUNO COME BODY ART PANNELLIANA. Grande digiunatore, contro la legge elettorale del Porcellum (meno 18 chili), per la nascita del Pd (2007) e poi l’esecuzione delle primarie (2008). Il digiuno e il feeling con le carceri fan parte della body art pannelliana: del resto iniziò come cronista parlamentare di Radio Radicale prima della conversione alla Margherita per poi diventare il Doug Stemper di Francesco Rutelli, capo segreteria nel primo mandato e capo di gabinetto nel secondo, «impegnato in prima linea a gestire i casini della città», come ricorda un collega-amico, conoscitore delle buche e della pancia romana come nessun altro.
Doug Stemper buono, però, solutore di problemi, un anti-Odevaine; mai sfiorato da inchieste, maldicenze, sospetti. Un santo, insomma, che va volontariamente a Regina Coeli mentre mezzo Pd romano teme di finirci coattamente.
DIALOGANTE COI 5 STELLE. Poco machiavellico, dialogante coi Cinquestelle e con la Destra, stile di vita pauperista, lo si vede in giro a piedi, con lo zainetto, e pur essendo ormai navigato politico ha l'aria del newcomer, e anche questa freschezza, insieme alla calata romanesca, potrebbe essere un atout a costo zero per Renzi dopo gli stralunamenti di Marino.
In più è un ex radicale sottoposto a normalizzazione rutelliana: pur non arrivando alla conversione di Santa Romana Chiesa e al tifo laziale (anzi è indomito romanista, quasi sempre allo stadio) fu impegnato in prima linea nel Giubileo del 2000 - e qui starebbe la magia renziana, trasformare un radicale abbastanza ardito in un sindaco capace di non scontentare Oltretevere (sempre nella trasmissione di Parenzo e Labate ha detto che pur essendo favorevole ai matrimoni gay non li celebrerebbe finché non ci fosse una legge, «per non creare false aspettative», e insomma ha imparato la realpolitik).

Votare, votare, votare: una passione irrefrenabile per le urne

C'è una cosa che lo eccita più che digiunare, ed è votare: vuole votare sempre. È stato uno dei due che pretendevano la legittimazione del Renzi premier tramite passaggio elettorale nella riunione del Pd che affondò il governo di Enrico Letta del 13 febbaio 2014 (l'altro era Paolo Gentiloni, suo amico fraterno, fratello maggiore, figura di riferimento quasi paterna, dice sempre chi lo conosce; e curiosamente altro papabile a sindaco di Roma, oltre che suo simmetrico antropologico: pacato, aristocratico, moderato dove Giachetti è esagitato, popolano, talvolta isterico).
Votare, sempre. «Le primarie devono essere confronti veri»; «un confronto con Marino? Magari» ha detto in tivù.
A ogni attacco d'opposizione briga e strepita perché si vada al voto. Vuole che il renzismo si affermi attraverso il plebiscito. Non disdegna la polemica contro il segretario.
QUALCHE FRIZIONE ANCHE CON RENZI. Il 30 marzo, discussione infuocata sull'Italicum: «Matteo, io ci ho 54 anni e faccio politica dal '79, quando tu eri appena nato», ha detto al premier. «Ne ho attraversate parecchie, ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza, senza mai nascondere la mia divergenza». E poi al 'nemico' Stefano Fassina: «Io m'adeguo alla maggioranza, non perché m'oo dice Matteo!», in romanesco nel testo (Fassina è il grande oppositore, è stato anche l'unico a sinistra a contestare la discesa in campo per Roma).
Ha una faccia, Giachetti, anzi sembrano tre facce in una, capelli ordinati e occhiali fighetti e poi una barba stazzonata, il tutto montato su grandi orecchie che gli danno un'aria da cartoon, da personaggio di Zerocalcare, e nel suo agitarsi molto è una maschera che tiene insieme centro e periferia, ed è una maschera romana, e anche questo dovrebbe contare dopo il 'marziano' Marino.
Non ha l'aria malvissuta e un po' freak dei radicali, non porta cravatta ma ha una sua eleganza borghese.«Giachetti è un tipo magro, alto, forte maratoneta e grande torero nelle battaglie d'aula», scrive la collega deputata Ileana Argentin nel suo Chissà cosa si prova a ballare (Donzelli). '
Discretamente interessato alle signore, da esse ricambiato, sempre in maniera inquieta, conquista anche cucinando, in una famosa terrazza o terrazzetta del Gianicolo.
PIÙ CHE JEP GAMBARDELLA ESCE DA UN FILM D OZPETEK. Non è Jep Gambardella, però, qui non siamo nella Grande Bellezza, è più qualcosa tipo Cuore sacro, alla Ozpetek: periferie e carceri e pensiero poetico.
Qualcuno direbbe: pasoliniano. Quando non digiuna o cucina, il candidato Giachetti affida gli sturm und drang a versi, haiku, epigrammi, che confeziona in piccole plaquette da regalare agli amici, non cercando facili complicità di case editrici ma affidandosi alla tipografia.
Nella raccolta Un passo avanti e uno indietro del 2009 scrive: «Se ci fosse posto mi accoccolerei vicino a te». E anche: «Rotondare i lembi del cuore/così che le parole non vadano più a segno»; «c'è un silenzio obbligato/c'è un amore che supera il silenzio/ tagliato dai fiori e dalla lapide».
Un sindaco un po' poeta e un po' santo, un po' La Pira un po' Petroselli, che riscattasse col suo corpo e il suo travaglio il corpo pochissimo mistico di Roma capitale.
Magari ce cascano.

Twitter @michimas

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