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SCONTRO 19 Gennaio Gen 2016 0801 19 gennaio 2016

Polonia, le riforme preoccupano l'Ue: cresce la tensione

Sostituzione forzata delle toghe e legge bavaglio: l'Europa richiama la Polonia. Che ribatte: «La democrazia non è a rischio». E lo scontro arriva a Strasburgo.

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da Varsavia

Bruxelles richiama ufficialmente Varsavia.
Mercoledì 13 gennaio, la Commissione europea ha deciso di avviare una 'valutazione preliminare' sullo stato di diritto in Polonia.
Motivo della decisione il varo da parte del nuovo governo polacco guidato da Diritto e Giustizia (PiS) della riforma della Corte costituzionale, a dicembre, a cui si è aggiunta la modifica della legislazione sui mezzi di informazione pubblici. La prima permette all'esecutivo di sostituire cinque dei 15 giudici della Corte con toghe ritenute amiche, la seconda di nominare a proprio piacimento i vertici di radio e tivù di Stato.
Due riforme che hanno suscitato le proteste delle opposizioni, e sulle quali l'Europa intende ora vederci chiaro.
L'AVVERTIMENTO DI JUNCKER. Che la situazione polacca preoccupi Bruxelles è stato confermato da Jean-Claude Juncker, nella sua conferenza stampa di inizio anno, venerdì 15 gennaio. «La Polonia afferma che questo tema compete alla legislazione polacca e non all'Europa, ma cio è completamente sbagliato», ha detto il presidente della Commissione europea. «Tuttavia non vorrei che i polacchi pensassero che l'Europa si stia sollevando contro il loro Paese. Non mischiamo la Polonia con il nuovo governo polacco».
Per ora quello dell'Ue è un invito al dialogo accolto con riluttanza da un governo che non perde occasione di contrattaccare ritenendo le preoccupazioni dell'Europa ingerenze nei propri affari interni.
UNA DECISIONE SENZA PRECEDENTI. La decisione di avviare una 'valutazione preliminare' è senza precedenti. È la prima volta in assoluto, infatti, che la Commissione attiva il Rule of Law Framework, nuovo meccanismo a tutela dello stato di diritto dell'Ue approvato nel marzo 2014.
«Non si tratta di un'ingerenza europea nella politica polacca», ha commentato il vicepresidente della Commissione, l'olandese Frans Timmermans. «La politica interna della Polonia non ci riguarda, ma è nostra responsabilità, prevista dai trattati, quella di garantire il rispetto dello stato di diritto. Se questo viene a mancare, allora non c'è democrazia».

I tre stadi della possibile procedura Ue

Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.

Cosa rischia di concreto l'esecutivo di Varsavia?
Per ora nulla. La valutazione appena avviata, infatti, è il primo stadio di una procedura in tre fasi che proseguirebbe solo qualora non dovesse essere raggiunto un accordo fra Bruxelles e il governo.
Al secondo stadio, la Commissione Ue invierebbe una 'raccomandazione' pubblica alla Polonia chiedendo di fare fronte ai problemi identificati entro un tempo definito.
Terzo e ultimo passo, quello della 'procedura formale' che scatterebbe solo in uno scenario in cui la risposta fornita dal governo polacco alla raccomandazione non dovesse rassicurare Bruxelles.
NON SONO ESCLUSE SANZIONI. Solo a questo punto la Commissione europea deciderebbe di aprire la temuta procedura per la violazione dell'articolo 7 del Trattato dell'Unione Europea (Tue), quello relativo allo stato di diritto.
A questo punto, qualora una violazione delle leggi dell'Ue venisse confermata, subentrerebbe il rischio di sanzioni ai danni del Paese responsabile.
In base allo statuto Ue, fra le sanzioni possibili in caso di 'violazione grave e persistente' da parte di uno Stato membro vi è la sospensione del diritto di voto.
«NESSUNA POLEMICA, SOLO DIALOGO». Un esito estremo che, senza dubbio, rappresenterebbe una sconfitta per ambo le parti in causa.
Ecco perché l'Europa è intenzionata a scongiurare sul nascere una simile eventualità. Come ha assicurato Timmermans, «il nostro obiettivo è trovare una soluzione dialogando con le autorità polacche, non iniziare una polemica».
A patto però che la Polonia si dimostri collaborativa.

La campagna anti-tedesca dei media vicini al governo polacco

La sede di Telewizja Polska (Tvp), la televisione pubblica polacca.

In questo senso, i giorni che hanno preceduto la decisione presa dalla Commissione non sono stati incoraggianti.
Basti ricordare la campagna anti-tedesca lanciata nelle prime due settimane del 2016 dai media vicini al governo della destra nazionalista di Diritto e Giustizia (PiS).
LA LETTERA A TIMMERMANS. Attacchi a mezzo stampa in nome della 'sovranità polacca' che non hanno risparmiato figure cardine dell'Ue. Le copertine dei settimanali Wprost e W Sieci oltre che del quotidiano Gazeta Polska raffigurano Angela Merkel, il presidente del parlamento europeo Martin Schulz e quello della Commissione Jean-Claude Juncker in fotomontaggi con divise naziste o nell'atto di spartirsi la Polonia.
Quanto a Timmermans, è stato destinatario di una lettera del ministro della Giustizia di Varsavia, Zbigniew Ziobro, che lo accusava di «tentare di esercitare pressioni sul governo e il parlamento democraticamente eletti di uno Stato sovrano come la Polonia».
«ACCUSE INGIUSTIFICATE». Non solo. Ziobro ha definito quelle di Bruxelles «accuse ingiustificate mosse da motivazioni di sinistra». Frasi alle quali Timmermans ha replicato il 13 gennaio precisando di non avere nulla di personale contro Varsavia, e ricordando persino come suo padre venne liberato da truppe polacche in Olanda durante la Seconda Guerra Mondiale.
Senza adottare i toni di Ziobro, altri esponenti del governo polacco a marchio PiS hanno espresso il proprio disappunto nei confronti di Bruxelles.
Una delle prime reazioni politiche all'annuncio dello stadio di 'valutazione preliminare' è stata quella del ministro per gli Affari europei, Konrad Szymański.
Pur apprezzando l'invito di Bruxelles al dialogo, ha lanciato una frecciata all'Europa, sottolineando come «la Commissione Ue ora rischi un coinvolgimento nel dibattito politico interno».

Il caso arriva al parlamento europeo

Beata Szydło, premier della Polonia.

Il 13 gennaio Juncker e il premier polacco Beata Szydło hanno avuto una conversazione telefonica di tre quarti d'ora in cui hanno tentato di fare chiarezza e allentare la tensione.
Toni pacati e distesi, ma problemi non ancora risolti.
S&P TAGLIA IL RATING DI VARSAVIA. Intervenendo sul canale televisivo Tvn24, nella mattinata di giovedì 14 gennaio, a poche ore dalla sua chiacchierata con Juncker, Szydło ha difeso la linea intrapresa dal proprio governo: «Le informazioni fornite a Bruxelles sulla nostra riforma del Tribunale costituzionale erano chiare. In Polonia la democrazia non corre alcun rischio. Dopotutto nessuno ha sparato sui manifestanti che hanno preso parte alle proteste anti-governative degli ultimi giorni».
Nel frattempo, però, le recenti riforme polacche non sono passate inosservate neanche Oltreoceano. Venerdì 15 gennaio l'agenzia di rating americana Standard & Poor's (S&P) ha declassato la Polonia da A- a BBB+, cosa mai avvenuta per Varsavia in precedenza.
«EROSIONE DELL'INDIPENDENZA DI ISTITUZIONI CHIAVE». L'agenzia ha motivato il declassamento «con la significativa erosione dell'indipendenza e dell'efficienza di istituzioni chiave del Paese come la Corte costituzionale e i media pubblici, indeboliti dalle misure legislative adottate in seguito alle elezioni dell'ottobre 2015». Una decisione, quella di S&P, definita «incomprensibile» dal ministro delle Finanze polacco, Paweł Szałamacha, e che ha attirato le ire del governo.
Mercoledì 20 gennaio il parlamento europeo di Strasburgo presieduto da Schulz si riunisce per discutere il caso polacco e Szydło ha già annunciato la propria presenza per «difendere il buon nome della Polonia e respingere le opinioni negative sul Paese che sono apparse sui media di recente».

Twitter @LorenzoBerardi

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