Matteo Renzi Caserta 160116161818
MAMBO 19 Gennaio Gen 2016 0856 19 gennaio 2016

Renzi sia meno se stesso e un po' più Enrico Letta

Ha creato fronti con chiunque e pensa solo ai suoi. Al momento non è un uomo di Stato.

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Matteo Renzi a Caserta.

Mi piacerebbe parlar bene di Matteo Renzi. Non come fa il mio amico Rondolino che si entusiasma di tanto in tanto. Almeno, come mi capitava all’inizio del suo governo quando, pur turandomi il naso di fronte a solenni “carognate” (la rottamazione solo per chi era stato di sinistra, l’ingiuria verso i “vecchi”, il rifiuto di una storia passata e della storia tutta intera), avevo apprezzato la vigoria dell’iniziativa e il tentativo di aprire varchi in una politica da troppo tempo chiusa in se stessa. Non avevo fatto i calcoli con il male italiano: il familismo amorale, dannazione non solo meridionale.
RENZISMO, UNA STORIA DI FAMIGLIE. La storia del renzismo si svolge fra tre ragazzi e soprattutto fra i tre loro genitori e alcuni amici. Poi viene lo Stato, poi vengono le riforme. Alcune necessarie ma scritte male, come quella sul Senato, alcune non buone, come la legge elettorale, altre gestite in modo trucido contro il sindacato, vedi il jobs act, e si potrebbe continuare.
Si potrebbe continuare con l’elenco quotidiano di persone, istituzioni, anche internazionali, che i giovani, incauti fucilieri di palazzo Chigi, quotidianamente colpiscono come se non fosse in gioco l’avvenire di un Paese che è stato anche stimato, che ha avuto una classe dirigente che non è quella ridicolizzata da Renzi, Grillo e Salvini, ma da uomini di Stato, di maggioranza e di opposizione, che ci hanno portati ad essere la settima potenza del mondo.
In queste ore l’accumulo delle crisi sta diventando imbarazzante.
Ecco un piccolo elenco. In crisi con la Commissione europea. In crisi con l’episcopato sull’adozione rafforzata. In crisi con il mondo della sicurezza per la nomina di Carrai. In crisi con una parte del Pd per Verdini. Problemi con la magistratura per le inchieste sulle banche. E poi, e poi…
Siamo stati facili profeti a immaginare che questa strategia, perché di una strategia si tratta, di aprire fronti uno dopo l’altro per far dimenticare quelli già spalancati alla fine avrebbe portato all’accumulo dei problemi.
Siamo stati facili profeti quando abbiamo segnalato che Renzi non stava portando al governo una nuova classe dirigente ma occupato il potere con parenti e famigli di scarsa qualità. Ora i nodi stanno venendo al pettine.
IL PREMIER SMETTA DI APRIRE FRONTI. Per quanto tempo il premier immagina che le opposizioni, comprese quelle interne al suo partito, si faranno intimorire dalla sua pressante iniziativa? Dura minga, diceva una adorabile pubblicità sul vecchio Carosello nella tivù di quando Renzi non c’era ma il mondo andava avanti lo stesso, in verità.
Ora siamo a un punto in cui se il premier non cambia radicalmente impostazione può farsi male.
Deve innanzitutto chiarire che non sta occupando lo Stato con uomini di mano suoi amici. Lo Stato, a partire dalla sicurezza, è un bene comune.
Deve poi aprire un fronte con l’Europa che non alluda pesantemente alla rottura ma alla trattativa dura, ferma, ma alla trattativa.
Deve trovare il modo per andare incontro ai cattolici del suo partito che gli propongono soluzioni ragionevoli.
Deve in pratica essere meno Renzi. Forse un po’ Enrico Letta.
Nostalgia canaglia!

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