Rohani agli Usa, acceleriamo su missili
DIPLOMATICAMENTE 20 Gennaio Gen 2016 1605 20 gennaio 2016

Iran, la questione siriana è il primo banco di prova

Si apre il tavolo negoziale. Adesso vedremo se Teheran è veramente affidabile.

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Hassan Rohani, presidente dell'Iran.

Il 25 gennaio dovrebbe aprirsi il tavolo negoziale sulla Siria promosso dalle Nazioni Unite.
È una data che sulla carta riveste una grande importanza per diverse ragioni: in primo luogo per il futuro di questo Paese ormai largamente irriconoscibile rispetto al 2011 quando fu investito dal domino della cosiddetta Primavera araba e che da allora ha sofferto oltre 300 mila morti, l’esodo della metà circa della sua popolazione, un’immane distruzione materiale e una guerra che da civile è divenuta guerra per procura in chiave politico-settaria e terreno di scontro dell’estremismo sunnita.
IL PESO DELLO SCONTRO TEHERAN-RIAD. In secondo luogo è importante perché il suo esito è destinato a influire sulla dinamica complessiva dei futuri equilibri geopolitici regionali sui quali si stanno esercitando anche potenze internazionali quali gli Usa e da ultimo, con grande impeto operativo e strategico, la Russia di Putin, con la Cina sullo sfondo e un’Unione europea che soffre dell’attivismo dell’ultima ora di Francia e Gran Bretagna.
Ho detto “sulla carta” perché alle pesanti incognite pre-esistenti si sono aggiunte quelle derivanti dalla crisi apertasi tra Arabia saudita e Iran a seguito della nota vicenda dell’esecuzione del religioso sciita Nimr accorpata a quella di altri 46 condannati a morte per terrorismo da un lato, dell’attacco alle rappresentanze diplomatiche saudite e della rottura delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi a iniziativa di Riad dall'altro.

L'assetto del tavolo sulla Siria resta un'incognita

Bashar al Assad e Vladimir Putin.

Le incognite precedenti riguardavano in estrema sintesi – e riguardano tuttora – non solo la sorte di Bashar al Assad, che Russia e Iran continuano a sostenere malgrado i gravissimi crimini di cui si è reso responsabile, ma anche l’assetto stesso del tavolo negoziale e dunque la composizione della delegazione rappresentativa delle forze di opposizione alla cui accettazione Damasco pretende di condizionare la sua partecipazione.
Dandosi per scontato che il regime di Bashar punta ad associare ad al Qaeda e all’Isis la stragrande maggioranza delle forze di opposizione, anche quella internazionalmente riconosciuta come “moderata”.
Si trattava di incognite che la crescente convergenza sull’assoluta priorità del contrasto all’Isis, spinta dall’irruzione russa sul terreno siriano e dall’aspettativa di un costruttivo ruolo regionale dell’Iran post accordo nucleare nutrito dall’amministrazione Obama, stava aiutando ad affrontare pur nei severi limiti imposti dall’incredibile garbuglio delle milizie che si contrappongono le une alle altre. In aggiunta all’Isis.
LA CRISI DEL 4 GENNAIO. Su questo sfondo è precipitata la crisi del 4 gennaio scorso che nessuno dei due Paesi dichiara di voler acuire, men che meno di farne la leva per rifiutare l’appuntamento del 25 gennaio, ma che di fatto ha reso e rende ben più complicata la situazione, già di per sé difficile.
Tra l’altro inducendo l’uno e l’altro a esibire il potenziale dei rispettivi schieramenti pronti a confrontarsi in una chiave inesorabilmente politico-settaria di cui non si aveva alcun bisogno neppure considerando il solo Medio Oriente, con i Paesi arabi con la Turchia da una parte e le popolazioni sciite del Medio Oriente, dal Libano alla stessa Arabia saudita, passando per Siria, Iraq e Yemen, dall’altro.
L'IRAN DIMOSTRI LE SUE BUONE INTENZIONI. Ma se è vero che l’appuntamento del 25 gennaio è precario, è anche vero che esso rappresenta un’opportunità da cogliere per dimostrare, dall’una e dall’altra parte, ma soprattutto da parte iraniana tornata alla cittadinanza del mondo, la disponibilità a ricercare un modus vivendi misurato sugli interessi rispettivi, e ve ne sono, a cominciare dal prioritario interesse della stabilità regionale, piuttosto che sull’appartenenza ideologico-religiosa.
L’Arabia saudita vanta una lunga esperienza al riguardo con il suo partenariato con gli Usa che lo storico ministro degli esteri Saud al Faisal amava definire un “matrimonio di interessi”, non certo di valori.
Per l’Iran della rivoluzione khomeinista del ’79 è meno agevole accedere a una tale logica dato che, a differenza di Riad, ha al suo vertice un’autorità religiosa. Ma col conservatore moderato Rohani e i suoi alleati interni è fattibile.

È solo l'inizio di una partita delicata, ma chi ben comincia...

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Il tavolo negoziale sulla Siria si presenta dunque come il banco di prova di questa disponibilità perché, se è innegabile che al termine di questi cinque anni il regime di Damasco, che piaccia o meno, resti parte ineludibile della soluzione, lo è altrettanto il fatto che questo ruolo non possa essere svolto da Bashar al Assad e famiglia, all’origine della tragedia siriana e dello sciame estremistico che si è riversato nel Paese.
IL RUOLO DI MOSCA. Un ruolo di rilievo può giocarlo in proposito la Russia di Putin che ha tutto l’interesse a capitalizzare al più presto la sua irruzione sul terreno siriano evitando di trovarsi impantanato nelle sabbie mobili di un conflitto logorante che la crisi economica sta rendendo proibitivo.
Così come ha un forte interesse a rendere meno opaca la sua lotta all’Isis – che continua ad allargarsi anche alle forze di opposizione “moderate” - e a rafforzare la concertazione operativa avviata con la coalizione a guida americana, anche se ciò può produrre frizioni con l’alleato iraniano.
Il massacro e il rapimento di massa di cui si sarebbe reso responsabile l’Isis a Deir Ezzor dovrebbe corroborare quest’opportunità.
UN'OCCASIONE IMPORTANTE. In quest'ottica Mosca si è posta in evidenza come potenziale mediatore tra Teheran e Riad, subito seguita da un’improbabile Turchia. Adesso è il turno del presidente cinese Xi Jinping che dopo l’Arabia saudita volerà a Teheran (e al Cairo) con la bandiera della moderazione e pragmatismo, consapevole del suo peso quale cliente privilegiato dell’area e sottoscrittore della Risoluzione Onu sulla road map della transizione siriana?
Ci ha provato senza successo il primo ministro pakistano che Teheran non considera un partner neutrale e ci ha provato Parigi ben sapendo che da Rohani, in visita a Roma proprio il 25 gennaio e poi nella capitale francese, ci si attendono concrete conferme della sua politica “costruttiva”.
Intendiamoci, la riunione del 25 sarà solo l’inizio di una partita molto difficile, ma come dice l’adagio, chi ben comincia è alla metà dell’opera.

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