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MAMBO 20 Gennaio Gen 2016 1031 20 gennaio 2016

Renzi pare un caudillo dell'America del Sud

Fa il presidenzialista senza aver preso voti. E senza conoscere il diritto costituzionale.

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Matteo Renzi, segretario del Partito democratico.

Nel suo ultimo bellissimo libro di ricordi scritto con Lorenza Foschini e in alcuni passaggi televisivi Renzo Arbore ha ricordato che Tu vuò fa l’americano, la nota canzone di Renato Carosone, mitico pianista e cantante degli anni del Dopoguerra e del Boom, era dedicata a lui che nella Napoli ribollente del tempo suonava in orchestrine dentro bar e ritrovi, imitando i crooner americani suonando lo swing e vestendosi come loro fin nell’impomatatura dei capelli.
Anche Alberto Sordi dette vita a quella famosa scena notturna degli spaghetti che ricompaiono all’improvviso al posto di latte, senape e altre americanate che reggevano il confronto con la fame dell’americano di borgata romano.
IL MODELLO USA, ONNIPRESENTE NELLA NOSTRA VITA. Insomma, l’America è fra di noi. Persino io, nel mio piccolissimo, da giovane comunista avevo il mito dell’America, dei suoi scrittori, da Faulkner a Steinbeick, e poi il filone ebraico nordamericano per tacere di Elvis e di altri rocker che mi fanno impazzire tuttora.
Sugli Stati uniti ci siamo amati, odiati e divisi. Tuttora mifa impressione leggere in alcuni reportage come nel Vietnam, del Sud e del Nord, lo stile di vita americano convive nei giovani con le icone rivoluzionarie. Abbiamo fatto, forse, troppe manifestazioni che sembreranno oggi ai giovani vietnamiti francamente inutili. Chissà!
Anche la politica italiana guardò all’America. I comunisti si sentirono esclusi da quel rapporto. Un po’ demonizzarono, tentazione rimasta fino ad oggi talché per ogni vicenda complessa si tira in mezzo un servizio segreto statunitense, persino per Mani Pulite, un po’ il Pci inventò l’Altra America, quella buona, quella di Luther King e, a certe condizioni, di Kennedy.
Il Psi non mandò mai segnali filoamericani netti, nel suo interno erano forti le componenti filo-arabe come nella Dc, alleato fedele ma un po’ infido degli americani, visto che con Andreotti e Fanfani, soprattutto, trescavano anche con i terribili comunisti del Kremlino.
Il modello politico americano, invece, non venne mai preso sul serio. C’era il Welfare europeo a fare da scudo contro suggestioni presidenzialiste e ultra-maggioritarie.
Berlusconi portò qui dell’America quei modelli culturali e televisivi che laggiù erano andati in voga decenni prima, ma non volle mai fare l’americano, anche se a noi e agli stessi amici d’Oltreoceano era apparso un po’ come un Sordi.
Gli ambasciatori Usa sono stati più o meno interventisti, dalla terribile ambasciatrice Luce che si comportava come un commissario politico a intellettuali raffinati come Gardner o a uomini aperti e discreti come l’attuale ambasciatore e la sua gentile consorte.
Ma l’America restava e resta lontana.
IL PREMIER HA DECISO DI FARSI STATO. Renzi, invece, ha preso una sola cosa da quel grande Paese.
Ha deciso che suoi fiduciari possono prendere posto nei ranghi della diplomazia e della sicurezza. Matteo si è fatto Stato. Il presidenzialismo è una forma di governo e un modello istituzionale rispettabilissimo. Prevede però il piccolo dettaglio di una serie di contro-poteri e un dettaglio ancora più piccolo che è rappresentato dal voto dei cittadini.
In Italia senza né l’uno né l’altro si decide che a Bruxelles andrà non un ambasciatore ma un uomo politico fedele al premier e che alla cybersicurezza non andrà né un ambasciatore né un poliziotto né un carabiniere ma un compagno di merenda del premier.
Urge mandare Renzi negli Usa in qualche università a studiare quel diritto costituzionale.
Quell’America che lui traduce in italiano assomiglia troppo non all’America del Nord ma a quella del Sud di alcuni decenni fa.
E non va bene per uno che non ha preso un voto elettorale per fare quel che fa.

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