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INTERVISTA 23 Gennaio Gen 2016 2020 23 gennaio 2016

Schengen, Rossi: «Frontiere solide per salvarlo»

Controlli ai confini europei. E con gli Stati più esposti ai flussi migratori. La giurista Rossi a L43: «L'Italia rischia, ma così l'Ue può salvare il trattato».

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Ha appena 31 anni eppure c’è già chi lo vorrebbe mandare in pensione. Il trattato di Schengen affronta il momento più difficile della sua esistenza, messo in pericolo da psicosi e paure create da un flusso di migrazioni senza precedenti ed episodi di terrorismo e violenza sempre più frequenti e preoccupanti. L’Unione europea, però, ha escluso la sospensione degli accordi che regolano la libera circolazione all’interno del territorio comunitario e il ricorso all’articolo 26 del codice.
FMI PREOCCUPATO. Il Fondo monetario internazionale teme per le ripercussioni economiche che porterebbe uno stop alla libera circolazione. Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan mette in guardia dai rischi per l'euro. L’Italia, per bocca del primo ministro Matteo Renzi, ha più volte ribadito il suo no secco a qualsiasi accordo che limiti Schengen.
Perché a essere toccati potrebbero essere soprattutto gli italiani. «Quello a cui si sta lavorando è una nuova interpretazione di Schengen», ha spiegato a Lettera43.it Lucia Serena Rossi, docente di Diritto dell’Unione europea all’Università di Bologna e Consigliere Giuridico del Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei Sandro Gozi.
«Potrebbero essere introdotti controlli alle frontiere con determinati Paesi», ha spiegato Rossi, «e lasciare invece quelle con altri senza controlli». E l’Italia, in questo, sembra avere «tutto da perdere».

Lucia Serena Rossi, docente di Diritto dell'Unione europea all'Università di Bologna.

DOMANDA. Secondo il diritto europeo, per quanto tempo si può sospendere Schengen?
R.
Fino a due anni, in teoria. E due anni sono tanti, troppi. Quello che si sta cercando di fare è trovare delle soluzioni contro questa psicosi che si diffonde tra tutti gli Stati.
D. Come?
R.
Il Consiglio si riunirà per interpretare le regole di Schengen. Finora ci sono state diverse sospensioni ma solo per eventi temporanei di breve durata. Ora sembra si vada verso sospensioni molto più lunghe. Anche perché non c’è modo di capire quanto durerà questo enorme flusso migratorio.
D. Servirà un voto.
R.
Sì, un voto a maggioranza qualificata. Finora tutte le sospensioni sono avvenute su richiesta di uno Stato e autorizzate dalla Commissione. Ora però si cerca un’interpretazione diversa di Schengen, e serve un voto.
D. E l’Italia ha già fatto sapere di non essere d’accordo.
R.
L’Italia ha tutto da perdere dalla sospensione di Schengen. Da noi entrano in moltissimi dal mare ma anche via terra dalla Slovenia, molti per andare in altri Stati membri. Se dovesse essere sospeso Schengen rimarranno in Italia.
D. Ha senso un’Europa senza Schengen?
R.
Bisogna dire che per tanto tempo ha funzionato senza Schengen. Eliminare Schengen non significa eliminare la circolazione da un Paese all’altro.
D. Però la complica.
R.
Schengen ha permesso di evitare i controlli sistematici alle frontiere, ma si circola anche se ci sono i controlli. Schengen simbolo di un’Europa in cui si transita liberamente, ma il diritto di circolazione è diversa dall’assenze di controlli.
D. È un problema anche da un punto di vista pratico. È logico pensare che si formeranno file alle frontiere.
R.
Questo è vero, soprattutto per automobili e camion. In aeroporto si ripristineranno i controlli dei documenti anche nel corridoio Schengen.
D. E secondo alcune stime si perderebbe un giro d’affari di almeno 28 miliardi di euro.
R.
Rallentare il traffico delle merci ha dei costi. Ci sono merci deperibili che soffrono le lunghe attese alle frontiere. Oggi non siamo più abituati a questo tipo di frontiere.
D. Un bel problema.
R.
Sì, ma non credo che Schengen sarà abolita, finora si è trattato solo di controlli mirati sulle persone, ma Schengen è un pacchetto che ormai in toto fa parte del diritto dell’Unione per gli Stati che non hanno fatto l’opting out. Sospenderlo rimette in gioco non tanto il principio circolazione quanto la semplicità.
D. A cosa può portare l’opposizione italiana? A uno strappo?
R.
Io credo che sia una situazione in cui si dovrà ascoltare tutti e cercare una posizione di compromesso. L’Italia non è in grado di imporre da sola il proprio volere, ma probabilmente non è nemmeno da sola in questa posizione. Altri Stati membri sono in condizioni simili.
D. Si dice che Mark Rutte, premier olandese e presidente di turno dell’Ue, abbia un piano B: una mini-Schengen con cinque o sei Stati, ma senza Italia.
R.
Questo è un sogno di questi Paesi che si ricordano che Schengen è nato esattamente tra quei cinque Stati. Ma una cosa del genere oggi sarebbe contraria al diritto dell’Unione. Non possono semplicemente farlo.
D. Quindi servirà qualcos’altro?
R.
Sì. Soluzioni negoziate con deroghe. E magari l’utilizzo di sfumature ben diverse: magari la Germania potrà chiedere l’autorizzazione a un controllo alla frontiera del Brennero con l’Italia e non con la Francia, ma non si può parlare di una Schengen ristretta.
D. Ma come si è arrivati a questa situazione?
R.
Far saltare Schengen è quasi paradossale, perché è stato creato per fermare alle frontiere esterne i cittadini di Paesi terzi e garantire libera circolazione ai cittadini dell’Unione. Questi ultimi, ora, vengono colpiti perché non funziona il sistema dei controlli esterni .
D. E l’Ue sta cercando di rinforzarla.
R.
È l’unica strada possibile per tenere in vita Schengen. Il beneficio per i cittadini del’Unione può sopravvivere solo se la frontiera esterna tiene ed è controllata.
D. Si parla di un piano per una Guardia frontiera e costiera europea. Di 1.500 uomini. Ma bastano?
R.
Piuttosto che utilizzare tante risorse nelle frontiere interne sarebbe meglio trasferirle su quelle esterne. Non è solo una questione di numero di uomini, ma anche di mezzi male impiegati. Tornare ai controlli interni tra Stati membri costerebbe di più.
D. Ma quanto è giustificato questo allarme migranti?
R.
C’è tanta psicosi e paura, ma bisogna ricordarsi che chi scappa ha le stesse nostre paure: Isis e violenza. L’alternativa è quella di agire in quei territori, la protezione che diamo ora con l’accoglienza è solo temporanea.
D. Fino a quando?
R.
Fin quando si sistemano le situazioni nei Paesi da cui vengono queste persone. Non tutti hanno diritto all’asilo, la grandissima maggioranza di loro non ce l’hanno. Sono casi di protezione temporanea di guerre civili.
D. Un’emergenza che l’Ue dovrebbe affrontare unita. Ma sul sistema delle quote sembra si stiano facendo passi indietro. O no?
R.
Il discorso quote è un discorso giusto. I flussi devono essere ripartiti. L’Italia ha interesse a che si realizzi, altri Stati frenano.
D. In tanti vorrebbero che si restasse agli accordi di Dublino, con i controlli e la gestione del fenomeno lasciata ai Paesi di primo approdo: Italia e Grecia in primis.
R.
Le regole e i controlli sono giusti, servono per prevenire rischi gravi come il terrorismo. Sono venuti prima e sono vincolanti da ben prima che si parlasse di flussi così cospicui.
D. Ma ora si è creata una situazione di stallo, una divisione in fazioni opposte.
R.
C’è una reciproca deresponsabilizzazione: l’Europa dice prima fai i controlli poi parliamo di quote, l’Italia dice il contrario.
D. E chi avrà ragione?
R.
La Commissione sta cercando di portarlo avanti. Stiamo parlando di un discorso avanzato da Juncker, di una proposta che viene direttamente dall’Ue, non di un’istanza esclusivamente italiana.

Twitter @GabrieleLippi1

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