Premier Matteo Renzi 150916202058
MAMBO 26 Gennaio Gen 2016 1034 26 gennaio 2016

Chiamatelo pure debito pubblico renziano

È troppo facile scaricare la colpa sulla Prima Repubblica. Il fardello che grava sugli italiani porta anche il nome del premier. Che, come sottolinea l'Ue, sta ignorando la questione. 

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Il premier Matteo Renzi.

La classifica dei Paesi più indebitati di Europa vede al primo posto la Grecia, con numeri da paura, ma l’Italia è nettamente al secondo posto con un rapporto debito/Pil che supera il 134%.
I rimproveri europei sono, quindi, assolutamente giustificati.
Va anche detto che cifre così alte non vi sono mai state nel passato.
NON È TUTTA COLPA DEL PASSATO. Da quel fatidico 1985 in cui, con il governo Craxi, si superò la quota debito /Pil dell’80%, è stata tutta una vertiginosa salita con solo alcuni momenti di parziale frenata (governo Amato, un paio di governi Berlusconi, governo D’Alema e la staffetta D’Alema-Amato, oltre che le esperienze di Prodi, tuttavia sempre con dati molto superiori al 100% del rapporto debito/Pil).
Con Monti il debito è cresciuto e con Renzi raggiunge il picco storico. Le cause sono diverse e molte, ma non tutte vengono dal passato.
L’incrocio degli anni del pentapartito è stato il periodo di maggiore espansione del debito pubblico uscito da allora fuori controllo.
LA CESURA TRA PRIMA E SECONDA REPUBBLICA. Una parte della discussione su quel periodo, riaperta in questi giorni dalla dolorosa ricorrenza della scomparsa di Craxi cui fu negato il diritto di morire in patria, deve tener conto che quei governi non hanno fatto del bene al Paese e al suo futuro.
Tuttavia, la Prima Repubblica è morta fra il 1992 e il 1993, poco dopo è arrivato Silvio Berlusconi, e poi Prodi e via via gli altri.
La lontananza di queste prove di governo da quelle dei primi decenni di storia repubblicana è assolutamente visibile a occhio nudo.
Cambiato il sistema politico, scomparsi i partiti, cambiato il linguaggio, sono nate nuove forze politiche.

I vizi italiani sono rimasti gli stessi

Silvio Berlusconi e Bettino Craxi.

Si potrà aggiungere che, nello stesso tempo, poche sono state le riforme che hanno alleggerito il peso del “vecchiume” sull’Italia. Ciò è ben vero se pensiamo che solo ora ci avviamo a rompere con il bicameralismo perfetto, purtroppo con una legge che ha molti (troppi?) difetti.
Tuttavia, la cesura fra le due storie repubblicane è netta. Il debito pubblico ha continuato, invece, a crescere.
Da qui una banale considerazione rivolta a chi si presenta come “nuovo” e a chi lo farà nei prossimi anni: è del tutto vero che l’eredità è pesante, ma è altrettanto vero che nessun leader della Seconda Repubblica ha saputo far meglio di quelli della Prima.
IL 'NUOVO' NON C'È MAI STATO. Questa considerazione non deve spingerci alla nostalgia né alla rivalsa. Deve spingerci a vedere un dato di fatto: il “nuovo” non c’è mai stato, i vizi italiani sono rimasti gli stessi.
I nostri governanti sono uguali a quelli di cui affermano di voler prendere il posto. I giovani, a nome dei quali si lanciano riforme e discorsi populistici, devono sapere che il fardello che graverà sulle loro spalle, formato da un debito pubblico sproporzionato, porta sicuramente i nomi di coloro che dall’85 in poi hanno governato l’Italia, ma che fra questi nomi ci sono anche quelli di oggi, a cominciare da quello di Renzi.
Non mi addentro, non è mestiere mio, nelle strategie per abbattere il debito pubblico. Ne abbiamo sentite tante.
Neppure nelle sciocchezze che spesso a sinistra si dicono, pensate ai poveri greci quando c’era Varoufakis.
Scrivo solo che l’Europa, quando dice a Renzi che non si sta occupando del debito pubblico, ha ragione. E Renzi può anche alzare la voce, fare casino, invocare la dignità nazionale, ma hic Rhodus, hic salta.
UN PAESE IN CERCA DI VOCAZIONE. Veniamo così al nodo della questione italiana che è complessa ma che può essere così semplificata: c’è indubbiamente un nodo istituzionale che ha strutture antiche, c’è una burocrazia statale in gran parte non finalizzata a far fare uno scatto al Paese, c’è una questione morale che travolge anche i grillini, c’è uno spirito pubblico che si muove fra passività e conati di rivolta.
Ci sono però le cose che stanno in cima a tutto: questo Paese non sa che cos’è, qual è la sua vocazione.
Quando vediamo il calo dei dati della produzione industriale, quando vediamo l’uliveto pugliese devastato da una malattia (potrei fare decine di esempi di economia reale) capiamo che c’è una questione di governo.
Chi governa non va al sodo delle cose: debito, svolta produttiva, modernizzazione, lavoro. Allora scriviamolo: queste sono malattie della Seconda Repubblica.
La crescita del debito pubblico viene da lontano, ma ormai è colpa di chi è vicino.

Twitter @giuseppecaldaro

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