Balzani Pisapia Milano 151201202831
SPIN DOCTOR 27 Gennaio Gen 2016 1900 27 gennaio 2016

Un lobbista per le città: Cincinnati insegna

I messaggi veicolati ai decisori pubblici sono di rilevanza vitale. Anche Milano ci pensi su.

  • ...

Giuliano Pisapia e Francesca Balzani.

Si discute vivacemente sull’opportunità di considerare l’amministrazione di una città alla stregua della gestione di un’azienda.
Il dibattito nell’ambito delle primarie 2016 del Partito democratico per il Comune di Milano si è acceso subito, mettendo a confronto un ex city manager - Giuseppe Sala - che aveva collaborato in passato con la Giunta di centrodestra e l’attuale vice sindaco uscente - Francesca Balzani - che ha commentato: «Una città non è un Consiglio di amministrazione».
Dall’altra parte della barricata corre per Palazzo Marino anche l’ex ministro montiano Corrado Passera, già ai vertici di importanti aziende e istituti bancari.
SERVONO DOTI POLITICHE. Nulla di nuovo sotto il sole: è indubbio che amministrare un Comune non è equiparabile alla guida di un’azienda, poiché richiede una combinazione virtuosa di competenze tecniche e doti prettamente politiche.
Pensiamo a quanti leader sono partiti dal livello locale per poi raggiungere le luci della ribalta nazionale.
Uno su tutti l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha ricoperto precedentemente le cariche di presidente di Provincia e sindaco di Firenze.
L’altro lato della medaglia? Le città italiane sono messe a dura prova da vincoli sempre più stringenti di finanza pubblica che ne comprimono considerevolmente gli spazi di manovra.
RISCHIO DI IMPOPOLARITÀ. A ciò si unisce la crescente complessità dell’azione amministrativa, con il costante rischio di essere travolti da improvvise e incontrollate ondate di impopolarità.
Non stupisce dunque che, a fronte del successo registrato da sindaci che hanno scelto di andare oltre i confini della propria città, siano sempre maggiori i timori di figure politiche che temono di “bruciarsi” candidandosi a livello locale.
Fare il sindaco può regalare grandi soddisfazioni, ma i rischi sono sempre dietro l’angolo.

Cincinnati spende 200 mila dollari per attività di lobbying


Si inserisce in questo quadro un’attività che può risultare strana, ma è quanto mai attuale.
“Cincinnati assume una costosa agenzia di lobbying di Washington D.C.”, titolava un sito locale della cittadina americana dell’Ohio.
A ottobre 2015 il city manager ha infatti chiuso un contratto del valore di 200 mila dollari con una delle più influenti società di lobbying e relazioni pubbliche americane, la Squire Patton Boggs.
Nei ranghi della società figurano professionisti con importanti esperienze politiche alle spalle, quali ex capigruppo al Senato e portavoce della Casa bianca.
CIFRA RADDOPPIATA. La cifra è significativamente più alta rispetto al passato: rappresenta infatti quasi il doppio di quanto veniva speso fino a quel momento per finanziare l’attività di un team composto da solo due risorse interne.
Cincinnati non è comunque un caso isolato, se consideriamo che nel 2015 oltre 600 player locali tra Stati federali, città e altri enti governativi hanno investito ingenti risorse per garantirsi i servizi di consulenza delle migliori agenzie di lobbying della East Coast.
A fornirci i dati è uno studio del Center for Responsive Politics.
PER INFLUENZARE IL CONGRESSO. Una ricerca condotta dagli studiosi Matt W. Loftis e Jaclyn J. Kettler rivela inoltre come, tra il 1998 e il 2008, le città statunitensi hanno speso oltre 150 milioni di dollari in attività di lobbying volte a influenzare i membri del Congresso.
Lo studio è particolarmente interessante perché non si limita a elencare le cifre, ma tenta di analizzare le motivazioni che spingono una città statunitense a destinare parte del proprio budget a tali attività.
Anche dall’altro lato dell’Atlantico esistono infatti associazioni di rappresentanza simili all’Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni italiani.
A contattare gli stakeholder di riferimento a nome degli enti locali infatti erano state finora la Lega nazionale delle Città e la Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti.
RIGIDA NORMATIVA AMERICANA. Anche in virtù di un dettaglio rilevante: mentre un rappresentante di tali associazioni ha libero accesso ai corridoi delle istituzioni di Washington, la rigida normativa americana in materia di lobbying (ancora inesistente in Italia) impone ai lobbisti privati di iscriversi all’apposito registro e a sottostare alle normative vigenti.
La decisione comporta un aggravio di spesa per l’amministrazione cittadina, che per essere sicura di portare a casa i risultati dovrà monitorare costantemente le attività della società e valutare la durata del contratto.
Inviare qualche dipendente del Comune o il capo gabinetto direttamente a Washington è, a confronto, molto più rapido e conveniente.

Ricorre al privato soprattutto chi è lontano dalla capitale federale

Loftin e Kettler hanno analizzato i dati in modo intelligente, evidenziando come le motivazioni alla base delle attività di advocacy siano fortemente condizionate dalle caratteristiche della città.
Dimmi che città sei e ti dirò che attività di lobbying metterai in campo.
Sono dunque le opportunità strategiche a determinare la convenienza del ricorso ad un’agenzia privata di lobbying.
MESSAGGI FONDAMENTALI. Una città con un basso livello di impiego spende in media il doppio rispetto a una città con un buon livello di occupazione, poiché i messaggi da veicolare ai decisori pubblici sono di rilevanza vitale per l’economia cittadina.
Molto banalmente, la decisione di ricorrere al privato è dovuta anche ai chilometri che separano l’ente locale dalla capitale federale: una città di medie dimensioni, rivela lo studio, sarà molto più propensa all’aumentare della distanza dai centri decisionali.
Per fare un paragone con l'Italia: Aosta e Palermo si sentono maggiormente lontane da Roma di Firenze e Napoli e saranno dunque disposte a spendere di più per contattare e convincere i deputati o i decisori di riferimento.
OHIO, STATO DECISIVO. Lo stesso vale per l’importanza strategica del collegio nel quale la città è collocata.
Cincinnati, non a caso, è la terza città dell’Ohio, ritenuto dagli esperti di politica americana lo Stato da conquistare per garantirsi la vittoria alle Presidenziali.
Lo studio sopracitato conferma che una città situata in una zona elettoralmente strategica spenderà fino al 50% in più di una che si trova in un collegio non contendibile.
Non si tratta solo di disponibilità di risorse: dietro l’attività lobbistica delle città si celano profonde riflessioni sul futuro economico e sull’importanza politica dell’area urbana.
Fermo restando il ruolo fondamentale ricoperto da un’istituzione dinamica come Anci, il dilemma posto all’inizio sembra molto meno categorico.
Un Comune non è forse equiparabile a un Consiglio di amministrazione, ma la lobbying può comunque essere utile, tanto a un’azienda quanto a un ente locale, per conseguire i propri obiettivi.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

Correlati

Potresti esserti perso