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BASSA MAREA 29 Gennaio Gen 2016 1224 29 gennaio 2016

Si stava meglio nell'ordine della Guerra fredda

Almeno l'America aveva un ruolo. Ora è assente. Il caos mediorientale lo dimostra.

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Barack Obama e Vladimir Putin.

Ogni tanto può prendere qualche attacco di nostalgia per la Guerra fredda, soprattutto a noi che stavamo dalla parte meno peggio della barricata.
L’ordine della Guerra fredda aveva varie caratteristiche.
La prima quella di essere, appunto, un ordine, cioè sufficientemente ordinato.
Non si può dire di più.
Né buono, né giusto, né fecondo: ordinato.
Tutto il modo a lungo vi si è uniformato, ciascun schieramento con i suoi clientes.
Quello che ci manca, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, è un centro che metta a disposizione canoni interpretativi, oltre che una politica.
UNA VISIONE SMARRITA. Mosca e Washington hanno offerto per mezzo secolo questo “servizio”.
Mosca, la Mosca di una volta, non c’è più.
E Washington sembra avere perso la sua visione: le elezioni presidenziali del 2016 segnano solo un confuso, per ora, tentativo di rimetterla a fuoco, a partire inevitabilmente dalla politica interna.
Se è vero che nel periodo 1989-1991 vinceva il libero mercato, la crisi finanziaria del 2008 è stata il Muro di Berlino dell'America, a partire da Wall Street.
E non ne siamo ancora fuori, anzi.
L'EUROPA BADA SOLO A SE STESSA. È vano sperare che i canoni di un nuovo ordine provengano da Bruxelles, o da Berlino, o dall’asse Parigi-Berlino, e tantomeno da Roma, che fatica a pensare a se stessa.
Da un secolo ormai anche l’Europa, avendo smesso di compiere disastri bellici, può soltanto - quando va bene - badare a se stessa.
La vecchia Europa finiva nel 1917, cioè un secolo fa quasi esatto, con i 14 Punti del presidente americano Woodrow Wilson e la Rivoluzione d’Ottobre, le due nuove tabelle di marcia.
La seconda è finita male.
LA GUIDA USA SI È INCAGLIATA. E la candidatura americana alla leadership mondiale si è incagliata.
Su vari scogli: il primo l’apparente mancanza - finita Mosca e nonostante la radicalizzazione terroristica di parte dell’islam - di un grande avversario strutturato che renda Washington indispensabile.
E su altri scogli, il più insidioso dei quali è la drammatica crisi finanziaria del 2008, non risolto grande scivolone dell’ideologia del mercato la cui vittoria era stata dichiarata dopo la fine dell’Urss.

Dopo la crisi del 2008 Washington non ha elaborato un nuovo ordine

Quello della Guerra fredda era un ordine più militaresco e ideologico a Oriente, meno dottrinale nonostante una notevole componente ideologico-economica (the free world) anche sul nostro versante.
In fondo era stato lo stesso Franklin D. Roosevelt, che il vero problema dell’Urss non aveva mai dovuto e voluto porselo, a sintetizzare al meglio questa visione.
Parlando negli ultimi mesi di vita con il suo amico Morris Ernst, aveva detto: «Quando il momento verrà, basterà un solo libro per conquistare la fiducia del popolo russo».
E quale?, chiedeva Ernst. «Il catalogo di Sears Roebuck», rispondeva il presidente, cioè il grande libro del capitalismo popolare che irradiandosi da Chicago a partire dal 1888 aveva con le vendite per corrispondenza conquistato la provincia americana.
CROGIOLARSI NELLA VITTORIA. La crisi della Guerra fredda è stata chiarissima sul fronte Est.
Più complesso il fronte Ovest, che a lungo si è crogiolato nella “vittoria”.
Si parlò negli Anni 90 di ''Washington consensus'', formula inventata come tabella di marcia per gli emergenti e presto diventata sinonimo di neoliberismo e di fondamentalismo liberista, teorie dominanti a Washington da Reagan a Bush figlio (e a Obama, a ben vedere), e sulle quali Bill Clinton traghettava nel 1992 lo stesso Partito democratico.
L’alter ego di Washington diventava Wall Street, come negli Anni 20.
O meglio, secondo numerosi - e attendibili - giudizi, Wall Street sbarcava in forze a Washington come non mai.
Basta vedere chi ha avuto molti dei posti-chiave economici, di alto e medio livello, da Clinton soprattutto (e già da Reagan, in parte) fino a Obama compreso.
NESSUNO HA ELABORATO CRITICHE. Con il 2008 il ''Washington consensus'' si è dissolto, sostituito dal nulla.
Nessuno a Washington ha eleborato e diffuso una critica dell’accaduto - se ne sono ben guardati, eppure la società americana lo ha fatto e lo sta facendo - né una nuova visione dell’America e del ruolo dell’America nel mondo, passo inevitabile per abbozzare una nuova, condivisa, idea di ordine.

Caos debito e Medio Oriente dimostrano l'assenza di una leadership

Il caos mediorientale è la prova geopolitica di questa assenza.
I timori di questi giorni che ancora l’eccesso di debito inneschi una nuova grave crisi finanziaria ne sono la prova sul versante dei mercati.
Questa campagna elettorale, che sfida i candidati dell’establishment tra cui Hillary Clinton, e finora premia aspiranti anomali come il repubblicano Donald Trump («The Donald è un agente demolitore», scriveva con soddisfazione interpretando l’umore diffuso il Des Moines Register, circa i suoi attacchi a Washington) o il socialdemocratico Bernie Sanders, è secondo Elizabeth Drew della New York Review of Books una «rivoluzione nella campagna elettorale» mossa da due spinte: l’impoverimento della classe media su cui fa leva soprattutto Trump e i timori di una Washington ostaggio dei ricchi, di cui parla soprattutto Sanders.
Ma le due strategie sono contigue e si intersecano, al di là di democratici e repubblicani.
CLINTON E IL LIBERALISM. Per capire come da questo processo potrà sfociare maggiore chiarezza - non subito, nel prossimo decennio - circa l’America e la sua posizione nel mondo è utile ripetere quanto dichiarato in questi giorni da un osservatore esperto come l’ex senatore democratico (1989-2001), ed ex governatore del Nebraska (1983-1987) Bob Kerrey.
Clinton ha allentato, dice Kerrey, il legame tra il partito e il liberalism, che in America vuol dire una visione di centrosinistra e di presenza attiva di Washington nella società per migliorarla, a vantaggio dell’idea del mercato.
«La prosperità rendeva questo possibile», dice Kerrey circa politiche economiche e deregulation.
«Ma l’approccio neoliberista è stato screditato dalla Grande recessione del 2008. E il liberalism è visto ora come un rimedio all’eccesivo affidamento al mercato».
TRUMP È SFIDUCIA POPULISTA. Questo spiega Sanders, un po’ meno Trump, più giustificabile con fenomeni classici e radicati in America di sfiducia “populista” verso le élite.
Non siamo, con questi giudizi, lontani dalla verità su quanto sta succedendo in questo anno elettorale negli Stati Uniti.
La speranza di alcuni, e il timore di altri, di avere di nuovo una Washington propositiva, protagonista di un nuovo ordine (condiviso), passa da questa lenta riflessione collettiva sugli errori del passato.
E da come il voto fra 10 mesi la rifletterà.

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