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CONTI 2 Febbraio Feb 2016 1654 02 febbraio 2016

Unioni civili, il flop delle politiche per la famiglia

Chi vota contro il Cirinnà cosa ha fatto per genitori e figli "tradizionali"? Nulla. Tra precarizzazione del lavoro femminile e bonus spot si condanna la maternità.

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Difesa della famiglia naturale, tradizionale, eterosessuale.
Perché «sbagliato è sbagliato», recitavano i cartelli branditi pure da suore e sacerdoti al Circo Massimo.
Non è poi sfuggita la performance dei «tre tenori» del Family Day che si sono esibiti sulle note di Nessun dorma: Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi.

  • Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi al Family Day.

Vero, in piazza mancava il padrino della manifestazione del 2007, Silvio Berlusconi. Però quel che fu Forza Italia, Pdl e di nuovo Forza Italia era ben rappresentato. Al fianco degli alleati 'storici' e riconfermati.
Da Giorgia Meloni - che ha colto l'occasione per annunciare la sua gravidanza fuori dal matrimonio raccogliendo comunque gli applausi della piazza - ai governatori leghisti Roberto Maroni e Luca Zaia.
Ma al di là delle arie, delle promesse, dei cori e degli striscioni, come si è concretizzato l'impegno degli ultimi governi in favore della famiglia?
In altre parole: cosa hanno fatto realmente i «tre tenori» e i loro colleghi per aiutare mamme e papà?

Alla famiglia tra l'1 e l'1,5% del Pil

Alle famiglia va tra l'1 e l'1,5% del Pil italiano.

La risposta è poco o niente.
Per rendersene conto, basta dare un'occhiata ai dati Ocse: la nostra spesa sociale nel 2014 è stata pari al 28,64% del Pil: sei punti sopra la media Ocse (22%) ma ancora sotto a quella francese (32%).
Alla famiglia, però, è destinato l'1,5% del Pil (ultimi dati disponibili sono del 2011). Tradotto in euro, stiamo parlando di circa 24 miliardi.
Di questi lo 0,2% è destinato alla maternità e ai congedi parentali su una media Ocse dello 0,4%. Lo 0,4% agli assegni familiari, su una media Ocse dello 0,8%. Lo 0,6 va all'educazione e alla cura della prima infanzia. E il restante ad altri mezzi di sostegno.
LE STIME AL RIBASSO DI CONFARTIGIANATO. Più allarmante, e forse più realistico, lo scenario dipinto dall'Ufficio studi di Confartigianato secondo cui la spesa pubblica per la famiglia è di 16,5 miliardi di euro, appena l'1% del Pil (contro una media Ue dell'1,7%), mentre gli interventi a favore degli anziani e per la salute si aggirano intorno al 20%. Questo significa che per ogni euro speso per la famiglia, almeno 20 sono destinati agli over 65.
In soldoni, per la famiglia spendiamo meno che per la Difesa, visto che stando ai dati dello Stockholm International Peace Research Institute, centro di ricerca indipendente svedese, nel 2013 l'Italia ha sborsato la bellezza di 24,6 miliardi di euro.
ISTRUZIONE, ITALIA FANALINO DI CODA. Ancora più drammatico è l'investimento nell'istruzione, elemento fondamentale alla crescita e allo sviluppo di quei bambini che il popolo del Family Day si propone di difendere e tutelare.
Solo l’8,2% della spesa nazionale è infatti destinato al settore, meno di un terzo di quel che viene speso per le pensioni d’anzianità. Percentuale che vale all'Italia la maglia nera d'Europa.
«Per la famiglia si spende troppo poco», spiega a Lettera43.it Elisabetta Addis, docente di politica ed economia del Welfare alla Luiss. E non da oggi.
Le politiche messe in campo, a partire dal bonus bebè, sono più che altro slogan. Finché fanno presa sui cittadini e hanno appeal mediatico-elettorale, è il ragionamento, vengono riproposti.
Sia chiaro: «Con 1.000 euro in tasca, sicuramente le famiglie respirano», continua Addis. Ma non è certo così che si sostengono le madri. E la natalità.

Il bonus bebè? Non l'ha inventato Renzi

Il bonus bebè venne introdotto da Berlusconi nel 2005.

Va detto che Matteo Renzi non si è inventato nulla con i suoi 80 euro al mese riservati ai neo genitori. Che diventano 960 euro all’anno per i nuclei con reddito Isee fino a 25 mila euro e il doppio, 1.920 euro (160 euro al mese), per chi non va oltre i 7 mila.
L'IDEA DEL CAV. L'assegno in realtà lo aveva introdotto Berlusconi con la Finanziaria del 2005: 1.000 euro una tantum per i nuovi nati. Bastava una autocertificazione, e incassare alle Poste.
Il limite per accedervi, dopo varie capriole, venne fissato a 50 mila euro di reddito all'anno, ma nella missiva prestampata firmata dall'ex premier e inviata a 700 mila famiglie non era precisato se netto o lordo.
Com'è finita? Nel 2011, 8 mila famiglie hanno dovuto restituire la cifra col rischio di dover pagare pure una sanzione di 3 mila euro perché accusate di autocertificazione mendace. Avevano dichiarato il netto.
Romano Prodi, salito a Palazzo Chigi nel 2006, non confermò il bonus preferendo destinare i fondi a detrazioni fiscali e congedi.
I PRESTITI FLOP. Nuovo governo (si fa per dire), nuovo aiuto: nel 2009, con Berlusconi ancora a Palazzo Chigi, partì il Fondo per i prestiti alle famiglie con nuovi nati. Non si trattava più di un regalo, ma di un prestito agevolato alle famiglie che si erano allargate nel 2009, 2010, 2011.
L'inziativa fu sostanzialmente un flop: vennero impegnati solo una decina dei 75 milioni che finirono a solo 25 mila famiglie.
Nonostante i tagli, le lacrime e il sangue, anche il governo dei Professori, quello di Mario Monti, cercò di dare una mano alle famiglie: ecco allora il bonus di 300 euro al mese per le spese di asilo nido o baby sitting attraverso voucher inserito nella riforma Fornero. In totale, vennero stanziati per un triennio 20 milioni di euro. L'idea, però, non ingranò: troppi i vincoli burocratici.
L'ABORTO LETTIANO. Pure Enrico Letta nella sua breve permanenza a Palazzo Chigi mise mano ai sostegni familiari con un fondo «per contribuire alle spese per il sostegno di bambini nuovi nati o adottati appartenenti a famiglie residenti a basso reddito».
Rimase tutto sulla carta, visto che il decreto attuattivo non è mai arrivato. E che l'esecutivo morì in culla dopo poco più di nove mesi
Insomma, i bonus prima dell'era Renzi non hanno registrato grandi successi.

Senza pari opportunità si danneggia la famiglia

Elisabetta Addis, docente di politica ed economia del Welfare.

Il problema però è a monte.
«In Italia», spiega Addis, «è in corso un suicidio demografico. Dagli Anni 90, infatti, il tasso di natalità è fermo all'1,2%».
Finora siamo rimasti a galla grazie agli immigrati.
Ma adesso la tendenza, complice la crisi economica, si è invertita. E il nostro Paese è diventato una semplice meta di passaggio.
«SCELTA DELLA MATERNITÀ CONDANNATA». La denatalità, però, non è un caso. «In tutti questi anni non si sono volute aiutare le donne e con esse le famiglie. La scelta della maternità è stata così condannata».
Questo anche a causa, continua Addis, «di politiche del lavoro che se hanno fatto bene alle imprese non si può dire lo stesso per le famiglie».
Nel mirino la precarizzazione - o liberalizzazione, a seconda dei punti di vista - che ha sottratto ulteriore sicurezza alle donne.
PRECARIZZAZIONE E BILANCIAMENTI. «Anche nel resto del mondo», mette in chiaro la docente, «il lavoro è stato riformato ma al contempo sono stati messi a punto strutture e servizi che consentono alle donne di fare figli». Come asili nido, è bene sottolinearlo, sicuri, con orari flessibili e senza troppi vincoli.
Invece, davanti a queste necessità la risposta della politica è ancora il bonus bebè.
E così, l'incertezza del reddito, la mancanza di strutture e l'impossibilità di mantenere un bambino autonomamente da mariti e compagni hanno innescato nelle donne una sorta di «sciopero della natalità».
A questo va aggiunto che quando l'Italia avrebbe potuto e dovuto agire con politiche efficaci e strutturali non l'ha fatto.
«L'ITALIA HA PERSO IL TRENO». «Abbiamo perso il treno. Gli altri Paesi hanno agito negli Anni 80 e 90, in epoca pre euro e cioè prima dei vincoli al bilancio imposti da Maastricht».
Successivamente è venuta meno la libertà di investire in servizi pubblici dedicati alle famiglie.
La mancanza di risposte efficaci è bipartisan. Con una differenza. «Gli esecutivi non berlusconiani», ricorda Addis, «non volendo essere additati come spendaccioni non hanno praticamente messo in atto politiche per la famiglia».
Una cosa è certa: finché non si garantisce alle donne maggiore sicurezza sul lavoro - contrattuale e di reddito - non si faranno più figli. E, conseguentemente, la famiglia è condannata all'estinzione.
LE NOMINE MONCHE DEL GOVERNO. Anche per questo è grave che nell'ultima spartizione di poltrone Renzi abbia affidato la delega alla Famiglia al nuovo ministro agli Affari regionali all'alfaniano Enrico Costa senza nominare, per bilanciamento, un sottosegretario alle Pari opportunità (delega che ufficialmente resta nelle mani del premier dopo le dimissioni di Giovanna Martelli che ha pure lasciato il Pd).
Un dipartimento orfano, insiste Addis, che però «è complementare all'idea di famiglia».
Soprattutto in un momento in cui le concezioni di pari opportunità e di famiglia per qualcuno arrivano a essere incompatibili.
Come hanno dimostrato alcuni interventi dal palco del Family Day.

Twitter @franzic76

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