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STRATEGIA 3 Febbraio Feb 2016 1924 03 febbraio 2016

Flessibilità, ora Renzi bussa anche per la crisi in Libia

Gioco al rialzo del premier. L'esclusione dei costi della crisi in Libia in cambio del sì ai 3 miliardi di fondi per la crisi migranti in Turchia. L'Ue storce il naso.

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da Bruxelles

Jean-Claude Juncker e Matteo Renzi.


Tutti per uno, uno per uno.
Potrebbe essere questo il motto dell'Unione europea dove sono gli individualismi dei singoli Stati membri a spadroneggiare.
Se a Calais c'è la Giungla dei disperati.
A Bruxelles c'è infatti quella dei politici nazionali.
Che pur di portare a casa una piccola conquista, sono disposti anche a sacrificare la tanto acclamata unità europea.
UNA BATTAGLIA AL GIORNO. Ogni giorno ognuno fa la sua richiesta e inizia la sua battaglia.
L'estensione del prestito per la Grecia, lo sforamento del tetto del deficit per la Francia, la direttiva meno dura sulle emissioni auto gradita alla Germania, il sì al taglio del welfare dei lavoratori comunitari nel Regno unito, l'esclusione delle spese legate alla crisi dei migranti dal computo del deficit per l'Italia (0,2% del Pil, ovvero 3,3 miliardi).
E ora anche l'esclusione «dei costi sostenuti dall'Italia dall'inizio della crisi della Libia».
RIALZO DELLA POSTA IN GIOCO. È questa infatti l'ultima volontà messa sul tavolo dell'esecutivo europeo dal governo italiano, che anziché abbassare i toni della discussione tra Roma e Bruxelles, ha deciso di alzare la posta in gioco.
Il 3 febbraio il governo Renzi ha chiesto che nel documento sul fondo Ue da 3 miliardi per la gestione dei migranti in Turchia - su cui ha sciolto la riserva accettando di mettere la sua parte: 224,9 milioni di euro - sia inserita la richiesta di scorporare dal calcolo del deficit nell'ambito del Patto di stabilità e crescita anche «l'intero ammontare dei costi sostenuti dall'Italia dall'inizio della crisi della Libia».
BOTTINO DA 10 MILIARDI DI EURO. Ovvero circa 10 miliardi di euro, se si calcola la spesa corrente in conto capitale per la crisi migranti dal 2011 al 2015 riportata nel documento programmatico di bilancio 2015 del ministro delle Finanze.
Una sparata o una richiesta reale?, si chiedono a Bruxelles.
La clausola sugli 'eventi eccezionali' che dovrebbe permettere lo scorporo è stata introdotta con il '6 pack' che aveva riformato il Patto di stabilità Ue il 13 dicembre 2011.
BRUXELLES RESTA PERPLESSA. Ma per quanto la crisi in Libia sia iniziata proprio nel 2011, chiedere ora uno sconto per spese inserite nei precedenti bilanci già approvati, fanno notare a Bruxelles, è quantomeno singolare.
Se non un bluff per alzare la posta e ottenere alla fine almeno lo scorporo dei 3,3 miliardi presentati sin dall'inizio.
La richiesta non è ancora stata presa in considerazione dalla Commissione Ue, ma non sembra aver riscosso finora simpatia o solidarietà da parte degli altri Paesi.

È il caso di fare la guerra per lo 0,2% di sconto sulla crisi dei migranti?

Bandiere dei Paesi membri dell'Unione europea.

Perché se l'Unione fa la forza, ai 28 Stati membri interessa soprattutto rafforzare la propria parte.
Il rischio è però che nello scontro di uno contro tutti si esca meno forti di prima.
Ed è quello che sta succedendo all'Italia.
Combattendo allo scoperto per la conquista della flessibilità, rischia di uscire dallo scontro intrapreso con la Commissione ancora più irrigidita.
E soprattutto di far irrigidire gli altri, «quando poi alla fine la vera guerra da vincere», osservano a Bruxelles, «non è lo 0,2% di sconto sulle spese per la crisi dei migranti», che sono appena 3,3 miliardi di euro, ma stimolare la crescita, ottenere investimenti, avere dei partner in Europa.
E tenersi buoni quelli che a Bruxelles contano e tengono i conti.
UN PERIODO DI TENSIONI. Come il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che il 15 gennaio, giorno dell'apertura delle ostilità con il premier italiano, ha ricordato: «Sono stato io a concedere la flessibilità (con la Comunicazione del 2015, ndr). E a difenderla».
Il 3 febbraio, infatti, dopo settimane di batti e ribatti con Renzi, è lo stesso Juncker ad aver sottolineato alla plenaria dell'Europarlamento a Strasburgo che nel vagliare i bilanci degli Stati membri «la Commissione svolgerà il suo ruolo senza cadere in una politica rigida e stupida di austerità».
Una frase che ha fatto storcere il naso più agli esponenti del Partito popolare europeo (Ppe) di cui Juncker fa parte che ai socialdemocratici.
WEBER PRO AUSTERITY. Finora la politica di austerity è infatti stata difesa dai falchi del Ppe capeggiati all'europarlamento dal tedesco Manfred Weber, che non perde occasione per ribadire: basta flessibilità.
«La Commissione europea negli ultimi anni ha dato massima flessibilità. Ma ora anche i commissari socialisti, penso a Pierre Moscovici, constatano che non ci sono più ulteriori margini per maggiore flessibilità», ha detto Weber a Strasburgo.
«Non c'è nessuna chiusura su questo punto nei riguardi dell'Italia», ha smentito poche ora dopo il commissario francese tirato in ballo dal tedesco.
FRECCIATA A JUNCKER? Per questo, come ha fatto notare l'europarlamentare di ReteDem Daniele Viotti: «Siamo sicuri che il vero obiettivo di Weber non sia Renzi, ma Juncker?», ha detto riferendosi al fatto che «in questo momento, denso di sfide epocali per l'Europa, il leader del più grande partito politico del parlamento Europeo riesce a esibirsi sempre e solo su aspetti ragionieristici».

L'Italia non concede solidarietà gratis

Il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici, e il ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan.

Inoltre le decisioni sulla flessibilità dei bilanci pubblici degli Stati membri «saranno prese a maggio, caso per caso», ha ricordato Moscovici ribadendo ancora una volta «certo che esiste la flessibilità di bilancio in Europa, e l'Italia è il Paese che beneficia di più di queste flessibilità, per gli investimenti e per le riforme strutturali. Noi», ha concluso il commissario, «abbiano un dialogo aperto con le autorià italiane e sulle nuove richieste di tenere conto delle spese per la crisi dei rifugiati per la lotta al terrorismo».
DIALOGO ROMA-UE. Un dialogo anche epistolare inaugurato da Juncker lunedì primo febbraio, quando ha scritto direttamente al premier Renzi confermando che il contributo nazionale di ogni Stato membro al programma di assistenza finanziaria da 3 miliardi di euro per la gestione dei profughi in Turchia non sarà preso in conto nel calcolo del deficit pubblico ai fini del rispetto del Patto di stabilità Ue.
Una decisione nota ma finora mantenuta di basso profilo, forse per non suscitare le solite critiche dei Paesi 'rigoristi', a partire dalla Germania.
E che il 3 febbraio è diventata ufficiale davanti al via libera dell'Italia sui tanto contestati fondi per la Turchia.
APERTURA (A PAROLE). «Anche il governo italiano, nel frattempo, si è detto disponibile. È un fatto positivo che riconosco», ha detto il lussemburghese il 3 febbraio mattina parlando alla plenaria dell'Europarlamento a Strasburgo, «e ci tengo a ringraziare gli stati membri e soprattutto l’Italia, che hanno dato prova di solidarietà», ha aggiunto.
Una solidarietà che però l'Italia non concede gratis: in cambio dello sblocco di quei fondi vuole lo scomputo dal deficit delle spese affrontate dall'inizio della crisi in Libia.
Perché in Europa anche la solidarietà ha un prezzo. Resta però da capire se quello chiesto dall'Italia non sia troppo alto.

Twitter @antodem

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