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INTERVISTA 3 Febbraio Feb 2016 1010 03 febbraio 2016

Lazar: «Questa è la crisi finale della sinistra»

La gauche in Europa non fa più welfare. Perde consensi. E capacità di attrazione. Il politologo Lazar: «Si fa dettare l'agenda dai populisti, potrebbe non rialzarsi».

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da Bruxelles

Paese che vai sinistra che trovi. O che non trovi.
In Svezia il governo ha deciso di espellere 80 mila richiedenti asilo arrivati nel 2015; in Danimarca i socialdemocratici hanno votato la proposta che prevede la confisca dei beni ai profughi e l'estensione a tre anni prima di poter chiedere il ricongiugimento famigliare (sinora bastavano 12 mesi, ndr).
In Italia il premier Renzi ha deciso di non cancellare il reato di clandestinità, almeno per ora, per una questione non di giustizia, ma di «percezione», mentre la sua alleanza di governo rischia di spaccarsi su un'altra battaglia: quella per le unioni civili. L'Italia, come ha ricordato il quotidiano britannico Guardian, «è ancora l'unica grande nazione occidentale a negare alle coppie gay la possibilità di vedere riconosciuta legalmente la loro unione e adottare un figlio».
LA CRISI DELLA SINISTRA EUROPEA. In Slovacchia, il premier socialdemocratico Robert Fico ha più volte detto: «No ai profughi di religione musulmana».
E in Francia, proprio in questi giorni, si discute una misura che ha spaccato la maggioranza socialista e la gauche costringendo alle dimissioni lo stesso ministro della Giustizia, Christiane Taubira. Si tratta della revoca della cittadinanza alle persone con la doppia nazionalità condannate per terrorismo.
Non proprio esempi di liberté, égalité e fraternité, davanti ai quali viene in mente la frase del celebre film di Nanni Moretti, Aprile: «Dì una cosa di sinistra, dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà».
Ma purtroppo la sinistra, ricorda a Lettera43.it Marc Lazar, storico e sociologo francese della politica, «ha perso le sue basi sociologiche, la forma partito è contestata da tutti, non fa più welfare, e per il momento, non riesce nemmeno a raccontare, ad avere una narrativa di quello che succede».
«PERDE VOTI E CAPACITÀ DI ATTRAZIONE». Persa nei suoi dilemmi, sembra sempre più una brutta copia della destra xenofoba e populista, che oggi «detta l'agenda politica». A partire dall'immigrazione.
«Il problema della sinistra e della fedeltà ai suoi valori esiste, ma non è solo svedese in questa Europa incapace di gestire la crisi dei migranti», ha infatti sottolineato il ministro dell'Interno di Stoccolma Anders Ygeman, autore del piano choc di espulsione.
Una deriva che si potrebbe spiegare con le parole del sociologo francese Alain Touraine: «La gauche è in agonia, fuori tempo e fuori dal mondo. E non potrà resistere a lungo».
Basta guardare il prezzo «già altissimo che sta pagando per i suoi errori: negli ultimi 10 anni si sono registrati i risultati elettorali più bassi dal '45», osserva Lazar. «La sinistra perde non solo voti, ma capacità di attrazione sociale e culturale. E forse questa», ammette con amarezza, «è davvero la sua crisi finale».

Marc Lazar, storico e sociologo della politica.


DOMANDA. La crisi dei migranti è il cavallo di Troia della sinistra?
RISPOSTA.
In effetti per la sinistra riformista che è al potere o ha una vocazione governativa è un dilemma, perché da un lato pensa ad accogliere, dall'altro è costretta prendere decisioni dure e drastiche per due ragioni ben precise.
D. Quali?
R. La prima è perché oggi sono i partiti populisti a dettare l'agenda politica e ad esercitare un pressione fortissima sulla sinistra. In Svezia, Danimarca, Italia e Germania la destra cresce sempre più, per non parlare del Front National in Francia.
D. La seconda ragione?
R. Il problema di questa deriva è che, se si guardano i sondaggi, i cittadini più ostili ai migranti sono i ceti popolari, i più poveri.
D. Proprio quelli che la sinistra dovrebbe rappresentare, difendere, tutelare?
R.
Sì. Non si tratta di persone colte, che hanno per esempio un lavoro a tempo indeterminato, che viaggiano per il mondo, ma persone con un livello di istruzione più basso, che hanno proprio paura dei migranti. E questo pesa molto sulla sinistra.
D. Perché così rimane senza elettorato?
R. Un elemento fondamentale della crisi della sinistra è la sua perdita di insediamento: non ha più influenza sui ceti popolari che alle elezioni o si astengono o votano i populisti, l'estrema destra perchè promette loro maggiore sicurezza.
D. Allora per non scomparire la sinistra replica il programma della destra?
R. Come diceva Tony Blair negli Anni 90, «bisogna fare la guerra al crimine e alle condizioni del crimine». Così si riconquistano i ceti più popolari che si sentono indifesi e hanno paura. Il problema è che oggi i populisti e le destre hanno creato un link molto pericoloso tra crimine, insicurezza e migranti.
D. Quindi?
R. C'è un'attenzione maggiore verso il tema della sicurezza e a volte, come fa l'Spd in Germania, si cerca di essere più duri sui migranti. Ma questo provoca una discussione interna alla sinistra molto accesa.
D. Che cosa viene messo in discussione?
R.
Le scelte fatte davanti alla crisi dei rifugiati. Si parla di fine della moralità, dei valori, della solidarietà. L'apertura ai disperati è un dilemma fortissimo perche se oggi la sinistra non fa una politica di sicurezza viene attaccata dai populisti. Ma se la fa, in un certo modo, rischia di mettere in crisi la sua stessa esistenza.
D. Così per salvarsi deve chiudere la porta in faccia ai profughi...
R. Anni fa Michel Rocard, esponente della sinistra moderna, anche libertario, molto social-liberal, disse: «Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». E per questo fu criticato, stigmatizzato da tutta la sinistra.
D. Invece ora la sinistra francese sta rivalutando Rocard?
R. La Francia è stata la più colpita da terrorismo in Europa, il governo è in balia delle reazioni della popolazione, che cambia continuamente idea: ad agosto i sondaggi avevano registrato una chiusura ai migranti, poi dopo la foto di Aylan, il bambino siriano trovato morto su una spiaggia turca, c'è stata una riapertura da parte dell'opinione pubblica all'accoglienza. Ma dopo gli ultimi attacchi di novembre un'altra chiusura.
D. E gli altri Stati membri che non hanno subito attacchi che scusa hanno?
R.
Purtroppo in Europa c'è stata la crisi economica, che ha messo a dura prova la tenuta sociale. A questo si aggiunge il flusso dei migranti e la crisi profonda verso la politica sia a livello nazionale che europeo. Una crisi a 360 gradi che spaventa tutti e aiuta i populisti perché accresce la tentazione di una ricerca di riferimenti, di una maggiore autorità.
D. Dalla crisi all'autoritarismo: quanto è breve il passo?
R.
Non siamo negli Anni 30 per fortuna, le cose sono diverse. Per quanto ci siano elementi comuni a quel periodo come il ripiegamento sul razzismo e l'omofobia, ci sono anche molte differenze.
D. La più importante?
R.
C'è una forma di coscienza storica che ricorda e sa come è andata a finire quel periodo con i diversi totalitarismi: fascismo, nazismo, stalinismo.
D. Privare i rifugiati dei propri beni non è proprio un segno di buona memoria...
R.
Malgrado tutto siamo in una fase in cui l'insediamento della democrazia è forte, almeno spero. Non so, forse sono troppo ottimista. So bene che ci sono molte ragioni per avere paura.
D. Paura di cosa?
R.
Del vuoto prima di tutto, quello che si è creato non solo davanti alla crisi economica e sociale, ma anche a quella culturale. Oggi ci chiediamo: chi siamo? C'è una crisi di identità, non sappiamo come vivere con tante diversità, cosa significa creare, in questo contesto, una società. E in un momento così critico la sinistra non fa sentire la sua voce, non ha più un progetto.
D. Perché?
R.
È divisa, ha perso gran parte delle sue basi sociologiche, la forma partito è contestata da tutti, non fa più welfare come in passato. E non riesce più a fare neanche l'Europa, che a partire dagli Anni 60 è stata una sua nuova identità.
D. Che cosa riesce a fare allora?
R.
Purtroppo, per il momento poco. Come anche una parte della destra, la sinistra non riesce ad avere una sua narrativa di quello che succede. Non dico di proporre un sogno, ma raccontare qualcosa per il presente e il futuro.

«Il vero freno? I Paesi dell'Est»

D. Si è passati dall'utopia alla distopia?
R. Touraine dice che ora la sinistra è in agonia, ed è vero, ma già alla fine degli Anni 70 diceva che la sinistra era morta.
D. Forse era risuscitata ma per poco...
R.
Credo che la storia della sinistra socialista, a differenza della sinistra comunista, è stata ciclica con momenti di grandi avanzate e poi difficoltà e ritirate, ma la sua forza è sempre stata quella di adattarsi. Solo che oggi non so se sarà ancora capace di inventarsi qualcosa.
D. Per esempio?
R. Una parte della sinistra dice da molti anni che dobbiamo uscire dalla nostra tradizione. È quello che teorizzava negli Anni 90 Blair in Gran Bretagna, Schröder in Germania, e ora Renzi in Italia e Valls in Francia. Si dice che se c'è una società aperta deve esserci anche una sinistra aperta, efficiente, pragmatica non legata solo allo Stato.
D. Talmente aperta che rischia di perdere i propri valori fondanti?
R. Secondo il sociologo britannico Anthony Giddens, «dobbiamo andare oltre la destra e la sinistra», anche se sono convinto che, ancora oggi, come diceva il filosofo Norberto Bobbio, è il valore dell'uguaglianza a tracciare la linea di separazione tra la sinistra e la destra.
D. «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri»: dopo Animal farm di George Orwell, nessuno crede più a quell'uguaglianza...
R.
Non significa egualitarismo, ma un´uguaglianza delle opportunità, rispettosa dei percorsi e delle aspirazioni individuali. La sinistra oggi vuole uscire dalla politica tradizionale e accettare l'idea della competizione, della meritocrazia.
D. Per ora non riesce a vincere neanche la battaglia contro l'austerity...
R. In Europa è vero che i partiti socialdemocratici sono in un vicolo cieco. Si cerca di difendere l'idea europea come orizzonte politico, ma è una battaglia difficile.
D. Qual è il problema?
R.
Tutti sanno di dover combattere per una maggiore flessibilità, ma per ora la sinistra a Bruxelles non ha un rapporto di forza favorevole. I socialdemocratici cercano di cambiare le cose, ma non hanno i numeri, il potere, sono come in prigione e ne soffrono molto.
D. Se poi tra i socialisti ci sono politici come l'olandese Jeroen Dijsselbloem, la partita diventa ancora più difficile...
R.
Sì, ma il vero freno al percorso riformatore della sinistra è arrivato dai Paesi dell'Est quando c'è stato l'allargamento.
D. Per ora l'unica gauche che sembra rivivere una seconda primavera è quella britannica di Jeremy Corbyn.
R. Con la vittoria di Corbyn alle primarie abbiamo assistito a un back to future, all'incarnazione della politica tradizionale del labour unita al ritorno dell'interesse dei giovani. Ora la sua grande sfida è vedere se può vincere le elezioni. Il suo è un ritorno al passato che anche in Francia e in Italia qualcuno sta provando a ricreare, come Stefano Fassina.
D. In Spagna, invece, con Podemos si punta al futuro?
R. Podemos è un nuovo partito, all'inizio si è presentato come alternativo, anti-destra e anti-sinistra. Aveva come slogan quello del 'popolo contro la casta', ma mantiene comunuque l'identità della sinistra, quella che viene dall'America latina di Hugo Chàvez, populista.
D. In Europa qual è la sinistra più rappresentata?
R. Il socialiberalismo, che si dice di sinistra ma vuole cambiare la società, riformarsi. E in Europa l'uomo di riferimento è Renzi: quando si consultano i policy network, i siti internet vicini a Blair, questa sinistra riformista, è incarnata dal premier italiano e da quello francese.
D. Renzi e Valls saranno capaci di salvarla?
R.
Non lo so, lo scontro interno è durissimo. Sono momenti terribili, il rischio è di arrivare a due sinistre, due blocchi incapaci di allearsi.
D. E di disintegrarsi a vicenda?
R.
Un po' come successe dopo la Prima guerra mondiale con la scissione comunista che ha a lungo indebolito la sinistra. Per ora la sinistra della sinistra non è ben organizzata, non c'è un riferimento chiaro, ma questo scontro indebolirà i leader attuali alle prossime elezioni, quindi Renzi in Italia e Hollande in Francia.
D. Che cosa manca a questa sinistra per uscire dalla crisi?
R.
Manca la capacità di analisi, di raccontare qualcosa. Deve ricostruire un rapporto di fiducia con la popolazione. La società è completamente scollata dalla politica. Ma non so se ci riusciranno. Forse questa è davvero la crisi finale della sinistra.

Twitter @antodem

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