Siria: De Mistura, inizio colloqui pace
DIPLOMATICAMENTE 3 Febbraio Feb 2016 1200 03 febbraio 2016

Sul fragile negoziato siriano irrompe l'Isis

A Ginevra poche novità. Mentre le stragi dello Stato islamico fanno il gioco di Assad.

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Staffan de Mistura, l’Inviato speciale delle Nazioni unite per la Siria.

È stato facile prevedere che il negoziato sul futuro della Siria sarebbe partito in ritardo e in condizioni di grande precarietà e fragilità.
Altrettanto lo è stato immaginare che lo Stato islamico avrebbe cercato in tutti i modi di irrompere sulla scena di una guerra che lo vede bersaglio di ben tre coalizioni internazionali - quella a guida americana, quella a guida russa e quella interaraba capitanata dall’Arabia saudita - con un gesto clamoroso, com’è puntualmente avvenuto.
Non foss’altro che per comunicare al mondo che la partita è ancora tutta da giocare, e non solo in Siria e Iraq, ma anche altrove, a cominciare dalla Libia e dalla Nigeria.
TESTE DI SERIE A CONFRONTO. Cominciamo con Ginevra, la sede del negoziato, dove hanno fatto la comparsa, dopo un’attesa tormentata, le due teste di serie del confronto: Bashar al-Jaafari, il capo delegazione siriana per il regime di Bashar al Assad di cui è Rappresentante permanente all’Onu e Riad Hijab, già primo ministro di Bashar al Assad (per tre mesi nel 2012) il capo delegazione dell’opposizione costituitasi nel cosiddetto comitato per il negoziato (17 membri) sotto l’egida dell’Arabia saudita.
Interlocutore comune, ma separatamente, almeno per ora, il regista del negoziato, Staffan de Mistura, l’Inviato speciale delle Nazioni unite per la Siria che nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo si è dichiarato «ottimista e determinato perché si tratta di un’occasione storica che non si può mancare».
UN TRAGICO GARBUGLIO. Da buon diplomatico ha anche sottolineato che si tratta di un negoziato difficile e si è dato un tempo di sei mesi per venire a capo di questo tragico garbuglio; un tempo enorme se si pensa alle migliaia di vittime che continuerà a mietere, alla fuga di massa che continuerà a provocare e alle immani distruzioni che ne saranno ancora l’inevitabile corollario.
Ma un tempo anche troppo breve se si tiene conto delle sabbie mobili che dovrà cercare di superare per far emergere un minimo comun denominatore che possa soddisfare protagonisti e comprimari di questa crisi: da Washington a Mosca, da Teheran ad Ankara, da Riad alla stessa Damasco, tutti portatori di agende fatte di ambizioni in buona misura confliggenti sia in merito al futuro della Siria e dei suoi riflessi non solo sui futuri equilibri regionali ma anche su altri versanti quali per esempio l’equazione dei rapporti tra Russia, Usa ed Europa, principalmente in termini di sicurezza ma non solo.
IMPUDENTI AFFERMAZIONI. Che il rappresentante del regime siriano, alla ricerca di legittimazione internazionale, sia stato il primo a presentarsi a Ginevra era nelle cose, così come era nelle cose che le sue prime dichiarazioni siano state all’insegna dell’impudente affermazione che il suo governo intende porre fine a «questo spargimento di sangue», quasi che non ne sia responsabile primario e, a seguire, del disconoscimento, per non dire della condanna dei suoi futuri interlocutori, definiti ora «poco seri» ora «terroristi».
Un copione scontato.
È costata invece tanta fatica politica la decisione di raggiungere Ginevra da parte della delegazione delle forze di opposizione.
NIENTE CAMPO LIBERO AL REGIME. È prevalsa alla fine la preoccupazione di non lasciare il campo libero al regime di Damasco e di correre il rischio di esporsi all’accusa di boicottaggio della mediazione intrapresa dalle Nazioni unite in ossequio alla Risoluzione 2258; accusa che l’asse Damasco-Mosca, Teheran, Hezbollah stava del resto già accreditando nei corridoi del Palazzo di vetro.
Ha pesato anche la prospettiva di poter contare sui tempi lunghi del negoziato per affrontare progressivamente i nodi più ardui della trattativa.
Riad Hijab ha tenuto in ogni caso a mettere in chiaro che la sua partecipazione all’esercizio - ha incontrato De Mistura in sede diversa da quella ufficiale - resta subordinata al soddisfacimento di alcune pre-condizioni ineludibili, fra le quali l’accettazione di tutte le componenti della sua delegazione (Mosca ne vuole escludere almeno due), l’apertura di corridoi umanitari per garantire l’arrivo degli aiuti alle popolazioni dei centri assediati (che stanno morendo di fame) e la sospensione dei bombardamenti dei civili che invece continua massicciamente (malgrado le prescrizioni in proposito della già citata Risoluzione).
NESSUN CENNO AI CURDI. Non si è pronunciato sui curdi, assenti per ora, perché Mosca li vorrebbe (strumentalmente) tra le opposizioni mentre Ankara li vuole escludere perché asseritamente legati organicamente al Pkk, gruppo bandito come terrorista (anche dagli americani, che per altro li considerano affidabili alleati contro l’Isis).
Ha lasciato sullo sfondo la questione delle questioni e cioè la sorte dello stesso Bashar al Assad sulla quale continua il muro contro muro tra Mosca e Washington e, di riflesso, tra Iran e Arabia saudita e Ankara.
Obama ha ribadito che Bashar al Assad ha perso legittimità e deve lasciare per permettere la cessazione del “salasso” siriano; parole del tutto condivisibili, ma che appaiono espressioni sostanzialmente retoriche a fronte di quanto si sarebbe potuto e si potrebbe ancora fare per darvi un contenuto fattuale.
NODO BASHAR AL ASSAD. A cominciare dalla subordinazione del nodo Bashar alla minaccia dello Stato islamico, nata e sviluppatasi proprio in conseguenza della risposta brutale e sanguinaria da lui data fin dalle prime battute delle manifestazioni di protesta trasformatesi nel tempo in guerra civile.
Si è trattato di una subordinazione che ha avuto il sapore della real politik - l’opzione del cosiddetto male minore - ma che la si è lasciata andare in una deriva che di fatto sta servendo più gli interessi del regime di Damasco e dei suoi alleati russi e iraniani che delle forze di opposizione, tra le quali non a caso è cresciuta e cresce la frustrazione e con essa la tentazione di guardare alle forze più radicali - tra al Qaeda e Isis - quali sponde suscettibili di aiutare la caduta di Bashar.
L'ISIS PUÒ COLPIRE OVUNQUE. La strage al santuario sciita di Sayyida Zeinad a Damasco di domenica 31 gennaio che l’Isis si è intestata può fare il gioco del regime di Bashar al Assad, come qualche analista ha osservato, non senza ragione; ma nello stesso tempo indica a tutte le forze dell’opposizione siriana, moderate e non, che l’Isis è in grado di colpire al cuore il regime anche nel momento in cui è sottoposto a un formidabile attacco concentrico da parte di tante forze militari; accreditandosi dunque quale la vera arma letale per Basahr al Assad.
V’è da sperare che non ne consegua un effetto imitativo/concorrenziale da parte di al Nusra (alias al Qaeda) o peggio ancora una sorta di alleanza tattica.
D’altro canto, il potenziamento in corso dell’armamento aereo russo, accompagnato dall’accusa rivolta da Mosca ad Obama di impegnarsi poco nella lotta all’Isis, sembra suggerire che dopo quattro mesi di massicce operazioni militari terra-cielo ha contribuito a ridare ossigeno e terreno al regime di Damasco nei riguardi dell’insieme delle forze di opposizione, ma ha fatto perdere meno di quanto preventivato all’Isis che sta dimostrando di essere in grado di sferrare attacchi terroristici di portata devastante anche nei punti politicamente e psicologicamente più sensibili del Paese.
VERTICE FORMATO SMALL GROUP. Su questo sfondo si è collocato il terzo vertice della coalizione internazionale anti-Isis in formato 'small group' (23 ministri degli esteri più l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini) co-presieduta dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal segretario di Stato americano John Kerry.
Vertice che ha detto ben poco di nuovo al di là della sollecitazione crescente degli Stati Uniti perché gli alleati facciano «di più»; tutti i livelli, dall’umanitario al militare, dall’intelligence a alla formazione, eccetera.
E che, almeno per quanto riguarda la Siria - ma il giudizio vale anche per l’Iraq e la Libia, sulla quale incombe una improvvida frenesia interventista - ha fatto registrare una vocalità più sonora che rappresentativa di una strategia politico-militare, vorrei dire anche culturale e morale, all’altezza della sfida in atto.

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