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MAMBO 4 Febbraio Feb 2016 1411 04 febbraio 2016

Utero in affitto, vi spiego perché è un finto problema

Il filosofo Vacca difende il Family day. E sbaglia. Perché la loro battaglia è capziosa.

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Roberto Maroni e Maurizio Gasparri al Family day.

In una intervista al Corriere della Sera del 3 febbraio il mio amico Beppe Vacca ha stupito molta gente di sinistra con parole favorevoli alla piazza del Family day e ai contenuti di quella adunata.
Due temi emergevano fra gli altri. Il primo è la valutazione della piazza. Vacca diceva che quella di sabato 30 gennaio non può essere definita come «una piazza reazionaria» perché c’era popolo vero e perché molti pensieri lì radunati coinvolgevano anche chi era fuori dal Family.
Se una piazza sia definibile o no reazionaria, o rivoluzionaria o altro ancora, non serve ricorrere alla sociologia.
Generalmente in piazza, se non si tratta di un semplice assembramento di poche persone, c’è il popolo. C’era il popolo nei moti di Reggio, che furono fascisti, c’era il popolo nel raduno sindacale a difesa dell’articolo 18 convocato da Cofferati (e anche lì la diatriba sui numeri assomiglia a quella di oggi).
Una piazza si può legittimamente definire politicamente, quindi, non in nome della tipologia dei presenti ma dal carattere politico che essa assume, dalle parole d’ordine, dai discorsi dei leader che la piazza applaude.
LA PIAZZA REAZIONARIA DEL FAMILY DAY. Quella del Family era una piazza reazionaria per una ragione di fondo: pretendeva di imporre ad altri un pensieri proprio. Era la manifestazione più arrogante della prepotenza. Persino col suo leader voleva dettare le regole per fare sesso: senza concepimento, disse il mitico Gandolfini, tenetevi le mutande (sintesi mia).
Vacca sostiene nell’intervista che il dato antropologico della disputa sta nel fatto che un bimbo/a nasce dall’unione di un uomo e di una donna e si dichiara contrario (condivido) all’utero in affitto.
Vediamo meglio la questione per capire dove finisce il ragionamento filosofico e inizia la prepotenza ideologica. Una donna omosessuale può generare un figlio grazie al contributo di un occasionale compagno di sesso diverso.
Può tenersi il bambino e allevarlo con una sua compagna. Con questa dividerà l’amore per la creatura (non normabile legislativamente) e le responsabilità, questi da normare.
Un omosessuale maschio può avere un rapporto occasionale con una donna etero o persino gay e avere così un figlio a lui affidato.
Siamo anche in questo caso di fronte a tre aspetti: l’utero non è in affitto, il figlio è frutto di un rapporto sessuale uomo/donna, il genitore gay può ottenere o chiedere l’affidamento del bambino e dividerne la cura con il proprio compagno o la propria compagna.
TANTO RUMORE PER NULLA. Il tema divisivo riguarda solo gli omosessuali maschi che non abbiano amiche che vogliano generare con loro un figlio o che si rifiutino, sia pure per una volta, di avere rapporti etero.
Qui c’è il rischio dell’utero in affitto (rischio che c’è anche per un’ampia casistica di coppie eterosessuali senza figli).
Bisognava convocare centinaia di migliaia di persone, dire stupidaggini sui gay, imporre la propria visione del mondo, della famiglia, del sesso per contenere il desiderio di omosessuali maschi ad essere padri?
Qui la netta demarcazione antropologica rischia di diventare reazionaria nell’interpretazione sia di un laico marxista sia di un laico ultra-cattolico.
Il legislatore può imporre divieti all’utero in affitto (già ci sono), ma ha il dovere di riconoscere la legittimità di tutto il resto, con buona pace di Gandolfini e del mio amico Beppe Vacca.

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