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CRISI 15 Febbraio Feb 2016 0800 15 febbraio 2016

Libia, non solo Isis: le guerre interne ignorate

Confini aperti a tutti i traffici. Battaglie nel Sud. Col rischio di un nuovo Califfato. Nel Paese si incrociano gruppi armati e proxy war. E il crac economico è vicino.

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Confini aperti a qualsiasi traffico.
I collegamenti dei traghetti e i voli delle compagnie straniere verso la Libia sono bloccati.
Ma neanche il divieto di sorvolo e i limiti ai visti dell’Egitto verso i libici, come i fossati alla frontiera con la Tunisia fermano il flusso di armi e combattenti verso il Paese: ogni governo o autorità locale - semplificando, gli islamisti di Tripoli, la città-Stato di Misurata, i laici di Tobruk, grandi gruppi jihadisti come Ansar al Sharia, al Qaeda e lo stesso Isis - che presidia una porzione di Libia fa entrare aiuti e uomini degli sponsor delle loro proxy war.
I visti alle frontiere non vengono guardati, non si sa chi sale sui barconi verso Lampedusa: madri, bambini, forse anche terroristi.
VOLI DALLA TURCHIA. Per gli amici degli amici basta passare da uno scalo aereo o dalle reti criminali dei traffici lungo le rotte dal Sahel.
I tunisini sospetti, per esempio, non attraversano più il confine di terra con la Libia, ma volano verso Istanbul e da lì verso Tripoli e Misurata: anche se Turkish Airlines ha interrotto i collegamenti, per la Turchia operano diverse compagnie libiche.
Anche a Est, dalle piste di Tobruk il generale Khalifa Haftar che controlla il parlamento in esilio (ufficialmente decaduto) fa entrare suoi affiliati e arma a Sud, nel Fezzan, la minoranza nera dei tobu.
LE GUERRE DEL SAHEL. Nel deserto libico combattono contro i tuareg: una guerra ignorata, simile a quella del Mali.
Migliaia di immigrati africani da Sudan, Ciad e Niger entrano in Libia, per unirsi come mercenari alle fazioni, foraggiati da Haftar, ma anche dai Paesi occidentali, dalla Turchia e dal Qatar.
Una zona, il Sahara meridionale, che da decenni risente dell’islamizzazione radicale wahabita finanziata dai sauditi e dagli emiri del Golfo tra i musulmani del Sahel, dove si espande anche la setta Boko Haram affiliata all’Isis.

Il rischio di un nuovo Califfato nel Sud della Libia

Nella Libia grande cinque volte l’Italia, senza governo, esercito né intelligence, nessun gruppo armato controlla il territorio e ogni fazione crede di far di testa sua e viene in realtà strumentalizzata dalla competizione tra diversi potenze e attori stranieri, inclusi i terroristi del Califfato.
Alcune centinaia di capi dell’Isis in fuga dai raid russi in Siria sono entrati negli ultimi mesi in Libia, insediandosi a Sirte grazie ad appoggi molto forti, secondo diverse fonti sentite da Lettera43.it, il canale dei «gheddafiani estromessi da tutto durante la rivoluzione», che stanno fornendo loro anche le chiavi di alcuni pozzi di petrolio.
«UN’OPERAZIONE ESTERNA». Il 75% dei jihadisti del Califfato, denunciano i libici, «viene da fuori, è un’operazione fatta con altre nazionalità, non con nostri combattenti», ormai la maggioranza dei problemi del Paese sarebbe dovuta a «ingerenze straniere».
Alcuni migranti della rotta libica raccontano che a Sud, nell’autoproclamato Wilayat Fezzan del Califfato, c’è l’Isis, ma i libici negano.
Gli spazi vuoti del Sahara, tra il Fezzan e il Sahel, sarebbero però un ambiente ideale per proclamare un nuovo, sedicente Stato islamico in Africa.
UN CALIFFATO NEL SAHEL? Per un osservatore come Ugo Trojano, che negli ultimi anni ha vissuto in Niger come portavoce di una missione Ue operativa, «nell’area che va dal Sud Libia e comprende Ciad, Mali, Niger, Nigeria del Nord, e può arrivare anche al Burkina Faso e a una parte del Senegal, si registra un indubbio incremento delle attività di sette e gruppi terroristici, iniziate con al Qaeda del Maghreb islamico e poi sviluppate in altre sigle. La più preoccupante è quella dei Boko Haram», dichiara a Lettera43.it.

La Libia terreno per operazioni coperte

Nel Sud della Libia potrebbero essere finiti anche i quattro italiani (Fausto Piano, Gino Pollicardo, Filippo Calcagno e Salvatore Failla) rapiti a luglio tra Sabratha e Zuara, a Oves di Tripoli, dei quali si sono perse le tracce.
Tutte le fonti libiche contattate da Lettera43.it dichiarano di non avere più nessuna informazione su di loro.
Le prime fughe di notizie - poi smentite - parlavano di un sequestro per riavere indietro alcuni «trafficanti» arrestati in Italia e per il centro di ricerca su terrorismo e sicurezza Itstime, che monitora anche l'Isis, e del resto «il fatto che finora il caso non si sia risolto con il pagamento di un riscatto non esclude questa e altre motivazioni non economiche».
LUCRARE SUI MIGRANTI. Come lungo altre le rotte, anche i terroristi del Califfato lucrano dal traffico di migranti dalla Libia.
Sono basati nella roccaforte di Sirte, città natale di Gheddafi, hanno cellule dormienti in tutte le altre città e attaccano gli oleodotti e terminal petroliferi della costa della Cirenaica: risorse ingenti di gas e petrolio sulle quali, dal 2011, hanno messo gli occhi anche inglesi, francesi e americani.
Ognuno viene a fare il suo gioco in Libia: da mesi si rincorrono voci di unità speciali straniere (anche italiane), ma dalle stesse fonti occidentali non c’è chiarezza su quanto sta accadendo nel Paese.
I libici negano la presenza e ridimensionano anche a qualche «centinaia di combattenti e non migliaia», i jihadisti nei campi d’addestramento dell’Isis vicino a Sabratha.
LE OPERAZIONI COPERTE. Per appurarlo, alle intelligence occidentali basterebbe inviare un drone, ma non si hanno informazioni a riguardo, mentre è certa l’azione recente, a Sirte, di caccia stranieri ignoti.
Un déjà-vu in Libia, a Bengasi e in altri centri contesi da anni, come pure in Iraq, a Ramadi, dove vengono denunciati droni non identificati che portano armi ed equipaggiamenti nelle zone dove combatte l’Isis.
I libici dicono anche che nel 2012, prima dell’attacco al consolato americano di Bengasi, gli Usa avevano un campo di training segreto, noto in realtà a molti.
E l’influenza degli americani sarebbe ancora «molto, molto importante in Libia».

L'inflazione e le banche senza liquidità

In questo contesto così deteriorato, permeabile a ogni tipo di infiltrazioni e operazioni coperte, una nuova guerra contro l’Isis - guidata dall’Italia - potrebbe portare a risultati disastrosi.
La Libia è sul baratro di un crac imminente.
La sofferenza tra la popolazione è in rapida crescita, come descrive anche l’ultimo rapporto Onu sulle condizione umanitarie.
La lunga guerra civile sta prosciugando tutte le risorse: il 90% della liquidità è andata perduta, la Banca centrale libica sta stampando moneta per pagare i salari e si è introdotto un limite giornaliero ai prelievi dai bancomat.
L’inflazione galoppa: i prezzi aumentano velocemente, anche a causa del mercato nero.
MIGLIAIA DI SFOLLATI. La situazione è grave soprattutto in Cirenaica, a Bengasi: in un anno e mezzo di combattimenti, il generale Haftar non ha ottenuto risultati, solo distruzione, e migliaia di famiglie sono sfollate in Tripolitania.
Otman Gajiji, che come presidente della Commissione dei municipi elettorali coordina i Comuni libici, confida davvero «nel risanamento del Paese del nuovo governo di unità nazionale».
«La diplomazia dell’Onu è in contatto con quasi tutte le milizie di Tripoli, sono stati fatti sforzi seri nei negoziati e ci sono concrete possibilità di far entrare l’esecutivo nella capitale», spiega a Lettera43.it. Ciò nonostante dubita che «se qualcosa dovesse andare storto, le operazioni militari esterne contro l’Isis possano aiutare. In Siria si è fatto lo stesso e non è servito».
I DUBBI SULLA GUERRA NATO. Le bombe colpiscono inevitabilmente anche i civili, creerebbero ostilità in una popolazione sempre più esasperata.
Anche un intervento a terra sarebbe vissuto come un’invasione: non a caso nessuno degli attori libici in campo, anche quelli che vogliono l’aiuto agli occidentali, ha mai aperto a contingenti stranieri.
Si chiede sostegno per formare un esercito, mediare a livello politico e diplomatico, rafforzare controlli e le operazioni d’intelligence.
«La penultima risoluzione dell’Onu dice che nessun Paese può esportare munizioni e materiale bellico», conclude Gajiji, «anche quella andrebbe rispettata, altrimenti è un altro documento d’intenti».


Twitter @BarbaraCiolli

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