Siria Accordo Tregua 160212161200
DIPLOMATICAMENTE 17 Febbraio Feb 2016 0800 17 febbraio 2016

Le bombe sulla Siria e le sirene della real politik

A Monaco si è decisa una resa più che una tregua. Tutti gli intoppi verso la transizione.

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John Kerry (Usa), Sergej Lavrov (Russia) e Staffan de Mistura (Onu) annunciano l'accordo di Monaco sulla Siria.

Speravo di essere smentito quando ho commentato “l’accordo” raggiunto il 12 febbraio 2016 a Monaco di Baviera dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria.
Speravo che il mio scetticismo sarebbe stato superato dalla forza delle tante ore di discussione e degli innumerevoli incontri bilaterali di preparazione che avevano fatto affermare all’Alto rappresentante Federica Mogherini che si era fatto un passo avanti importante, concreto, non tanto sulle parole, sui principi, ma sulle azioni da fare assieme, in modo coordinato.
Azioni riguardanti sia gli aiuti umanitari alla popolazione siriana intrappolata nelle città assediate sia la cessazione delle ostilità tra le parti coinvolte nella guerra civile sia la prosecuzione della lotta contro lo Stato islamico, al Nusra (al Qaeda) e le entità definite terroristiche dal Consiglio delle Nazioni unite.
PREOCCUPAZIONI CONFERMATE. E mi ero ripromesso di tornare su questa trista storia siriana allo scadere della settimana per invitare a guardare al futuro orizzonte siriano con maggiore positività.
Non perché la mia opinione sia particolarmente rilevante, ma per non contribuire a quella deriva rinunciataria o problematicistica che sta alla base di tanti disastri sociali e politici.
Ebbene, le dichiarazioni e i fatti che ci ha consegnato la cronaca delle giornate successive hanno solo alimentato il mio scetticismo e la mia preoccupazione.
GLI ATTACCHI CONTINUANO. Mosca ha chiarito a chi ancora non lo voleva capire che l’accordo non implicava alcun rallentamento degli attacchi terra-cielo che stava e sta portando avanti con le forze militari del regime di Bashar al Assad e le milizie iraniane, libanesi (Hezbollah) contro il terrorismo, termine questo che nell’ottica del regime comprende gran parte di quelle forze di opposizione che chiamiamo moderate; che il caos è l’unica reale alternativa attuale a Bashar, ciò che ha incoraggiato lo stesso Bashar a dichiarare che il suo obiettivo era la riconquista, nel tempo necessario, di tutto il territorio siriano, ipotesi che penso vada al di là dei calcoli russi mirati a negoziare davvero una volta conseguita una riconosciuta superiorità politico-militare sulla cosiddetta «Siria utile», dalla zona costiera all’area compresa nella direttrice Damasco, Homs, Aleppo fino al confine turco. Quella cioè che rientra nei suoi interessi strategici.
E la parte restante? Su quella parte restante, come sulla sorte di Bashar - non del regime - si riserva a mio giudizio di trattare più in là, magari ponendo sul tavolo dossier che dalla lotta all’Isis spazino anche oltre gli equilibri regionali del Medio Oriente.
STRATEGIA AMERICANA RIVEDIBILE. Washington paga il prezzo di errori pregressi (non suoi) e di una strategia mediorientale tutta sua che, proiettata alla realizzazione di un’area “multipolare” capace di trovare al suo interno sufficienti ragioni di equilibrio complessivo, è stata portata avanti tra molte incertezze e qualche ambiguità che gli sono costate credibilità e affidabilità anche tra i suoi partner e alleati storici nella regione.
A cominciare dall’accordo sul nucleare iraniano che ha voluto a tutti i costi come suo tassello fondamentale, alla progressiva priorità riconosciuta alla lotta contro l’Isis rispetto a quella contro Bashar al Assad (tesi del male minore), anche in forza di malcelati dubbi sulla capacità della leadership dell’opposizione siriana di costituirne una valida alternativa.
Penso che in cuor suo Obama, pur convinto della necessità della sua dissolvenza, condivida da tempo l’affermazione del premier russo Medvedev secondo il quale l’allontanamento, adesso, di Bashar, «vorrebbe dire il caos». Libia docet.
OCCHIO DI RIGUARDO A ROHANI. Mi chiedo anzi, in questo contesto, se nelle sue valutazioni non trovi spazio anche l’attenzione a evitare di mettere in difficoltà Rohani, mai stigmatizzato per il cospicuo contributo all’offensiva russa data dai suoi miliziani impegnati in Siria, prima dell’importante e forse decisivo appuntamento elettorale del 26 febbraio.
In definitiva, Obama si rende conto di aver perso l’iniziativa, di non poterla e né volerla recuperare in termini militari.
E di avere dalla sua la carta, debole per un interlocutore come Putin, del richiamo agli impegni assunti dalla Russia di fronte alla comunità internazionale - nel dicembre del 2015 con la Risoluzione 2254 e poi nel gennaio 2016 a Ginevra - sia sul versante umanitario, sia sul processo di transizione e soprattutto su quello della lotta al terrorismo, Isis e al Qaeda in primis.
INCOMBONO VENTI DI GUERRA. Dunque la carta del negoziato. Ed è Obama che chiama Putin - non viceversa - per riaffermarne la validità ed evitare la spirale delle contrapposizioni verbali, pessime consigliere con i venti di guerra che incombono.
Sulla carta negoziale hanno convenuto, di fatto, obtorto collo, anche l’Arabia saudita e gli Emirati arabi.
È significativo infatti che dopo il loro minaccioso annuncio dell’irreversibile decisione di intervenire militarmente in Siria, contestuale tra l’altro, alla ribadita inammissibilità di un ruolo di Bashar nella transizione siriana che sembrava il preludio di una pericolosa svolta nella dinamica della guerra civile siriana - tanto maggiore in quanto corredato dalle immagini degli aerei già pronti nella base aerea di Incirlik in Turchia - è stata rapidamente ridimensionato: nell’obiettivo, riguardante il terrorismo (e non Bashar) è stato precisato e nei tempi e nei modi, subordinati, si è annotato, a quelli coerenti con la strategia della coalizione a guida americana.
Si è trattato dunque di una mossa tattica, più che dell’anteprima di un’offensiva suscettibile di portare a un confronto militare con Mosca con cui Riad si confronta su un cruciale incrocio di dossier - non ultimo quello petrolifero, oggetto dell’ancora nebulosa intesa di Doha del 16 febbraio - che qualche interconnessione potrebbero avere.
BRUTALE ATTACCO TURCO AI CURDI. La Turchia di Erdogan, non paga dell’opaca gestione della sua frontiera (foreign fighter) e del prezzo per l’improvvido abbattimento del caccia russo, ha ritenuto che fosse venuto il momento di usare il paravento dell’Isis per sferrare un brutale attacco ai curdi, alleati degli americani contro l’Isis ma correi di collateralismo con Bashar contro le stesse forze dell’opposizione moderata.
È riuscita però ad avere dalla sua la cancelliera Merkel, in cambio di una poco commendevole contropartita in materia migratoria, sul tema di una no-fly zone per proteggere i civili siriani.
Mente è lecito chiedersi se ciò che è stato deciso a Monaco sia stato più una resa che una tregua, i ministri degli Esteri dell’Europa ci offrono un abbozzo di risposta: inorridendo di fronte ai devastanti «danni collaterali degli ospedali e delle scuole», che condannano, ribadendo l’impegno a premere su tutte le parti perché vengano onorati gli impegni presi a Monaco, imperniati su quelli solennemente assunti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (la già ricordata Risoluzione 2254); e annunciando la decisione di aprire un ufficio a Damasco col compito, per dirla con l’Alto rappresentante Mogherini, di «coordinare gli aiuti umanitari» e nel contempo «sostenere il processo politico» verso una «transizione». D’intesa col regime siriano, naturalmente.
Come dire, piovono le bombe - e non solo su Isis e al Nusra come concordato a Monaco - mentre risuonano le sirene della real politik.

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