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TIVÙ 17 Febbraio Feb 2016 1338 17 febbraio 2016

Porta a Porta fa 20 anni, un talk formato poltrona Frau

Più che un talk, è il tinello dell'immaginario italico. Un'estetica spumosa come la nappa delle poltroncine Hydra. Vent'anni di Porta a Porta visti da Masneri.

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Silvio Berlusconi a Porta a Porta, in una puntata del 2008.

Questa è una storia di poltrone; poltrone di pelle bianca su fondo azzurro.
In un Paese affamato di signorilità, ma con Pil da sempre non scoppiettanti, le poltrone Hydra per Poltrona Frau, di pelle candida, invariabili dalla prima puntata del 22 gennaio 1996, hanno arredato la abusatissima 'Terza camera dello Stato' (copyright Giulio Andreotti, che a un dibattito in Senato in cui non se lo filava nessuno disse appunto «andrò da Vespa»).
TERZA, ANZI SECONDA CAMERA. Dopo vent'anni, abolito il Senato, Porta a Porta, che celebra una puntata speciale la sera del 17 febbraio, diverrà seconda camera dello Stato, mantenendo però le stesse sedute.
Camera con uso di cottura, perché, tra le tante anticipazioni e intuizioni del Maestro dell'Aquila, c'è quella della fine della politica e l'inizio dell'era culinaria: nel 1997 il celebre risotto di Massimo D'Alema con un Vissani proto-Cracco, che allora pareva burinissimo e cattivissimo ma oggi fa tenerezza di fronte ai cuochi nativi televisivi, anticipava di una decina d'anni la temperie celebrata poi da Boris («solo la ristorazione è una cosa seria, in Italia»), capiva meglio dei grillini il disgusto degli italiani per la politica (dunque restava a galla, nella moria dei talk concorrenti).
NON È MAI STATO SOLO UN TALK. Ma Porta a Porta non è mai stato solo un talk. Sport, belcanto, duelli tra deputate e ministre, ministre e trans, Berlusconi che firma un contratto con una B molto complessa, Berlusconi che fa odorare la sua santità, Berlusconi che - unica volta nella storia della Repubblica - rimane interdetto, quando con nemesi televisiva una sciabolatrice azzurra gli dice «mi farei toccare da lei».
Un teatro popolare con personaggi fissi e variabili, che conosce il divertimento rossiniano, il dramma verdiano, il colore di Puccini: zingari, spadaccine, cantanti, presunti assassini, pontefici che telefonano.
C'è un'ouverture, la sigla di Via col Vento, c'è anche un primo e secondo atto. Tutto su fondo azzurro.

Porta a Porta nel tempo ha espulso la politica

Bruno Vespa con Massimo D'Alema, nel 2001.

Si è detto che Porta a Porta è filogovernativo e berlusconiano, e lo è non politicamente ma esteticamente.
A partire da un immaginario da Brugherio o Milano2: nel Paese di Compassi d'oro, di Castiglioni e Magistretti, la scelta di quelle poltroncine bianche disegnate da Luca Scacchetti, designer non celebre, diciamo, paiono uscite da una sala Freccia Alata o da uno studio di commercialista bresciano.
E sono il pendant perfetto alla libreria in laminato o Mdf con sopra le sculture di Cascella e l'Enciclopedia Treccani, con cui il Cav mandava i messaggi alla Nazione piccoloborghese (con cortocircuiti, anche: una volta Montezemolo - che quelle poltroncine le produceva tramite il fondo Charme - apprese da Porta a Porta d'essere candidato ministro. Poi non se ne fece niente, e le poltrone vennero vendute agli americani).
L'ESTETICA SPUMOSA DI VESPA. Quella di Vespa è un'estetica spumosa come la nappa delle poltroncine Hydra, col loro candore da panna montata, come il lettering di vecchi libri Harmony (ma anche la produzione libraria del conduttore è ormai improntata a feuilleton popolari femminili, come una Elena Ferrante del teleschermo).
«Modularità ed eleganza, questi i concetti chiave», dice la brochure Frau, ed è una definizione perfetta anche per il programma di Vespa, che nel tempo ha espulso la politica, si è sdoppiato in due parti, a volte anche in tre, con tre argomenti diversi a serata.
UN MAGGIORDOMO DEGNO DELL'OPERA. Col catalogo Frau Vespa ha arredato il tinello dell'immaginario italiano, con l'azzurro microborghese di Celentano, della nazionale che porta questo colore dal 1911, arriva dalla fascia nello stemma Savoia, e dal Fantozzi di «io sono stato azzurro di sci» (che sarebbe un inno nazionale molto più rappresentativo e comprensibile dell'astruso «stringiamci a coorte»).
Il catalogo Frau ha pervaso la Seconda e la Terza Repubblica, del resto: la sala stampa fatta fare da Berlusconi a Palazzo Chigi - uno studio di Porta a Porta, ma più piccolo, lasciato intatto ai successori entusiasti - e i fondali di Non è la Rai, e prima ancora le Domenica In di Gianni Boncompagni.
Su fondo azzurro, teorizza Boncompagni, puoi far risaltare ciò che vuoi, e Vespa nel tinello aspirazionale italiano in vera pelle ha mandato in scena primi ministri, criminologhe mutanti, plastici del terrore, tortellini in brodo, bande musicali, boss zingari; con un sovrappiù signorile di un maggiordomo, figura che mai si era vista nelle nostre case.
Solo all'Opera, appunto.

Twitter @michimas

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