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POLITICA 17 Febbraio Feb 2016 0855 17 febbraio 2016

Scandalo Sanità, Maroni rischia la fine di Formigoni

Dopo l'arresto di Rizzi, Maroni ha ventilato le dimissioni. Per adesso rimandate. Ma il pericolo di una valanga giudiziaria può travolgere il leghista e la Giunta.

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Roberto Maroni e Fabio Rizzi.

Il vento fa il suo giro. E se alla fine del 2012 a dimettersi per gli scandali in regione Lombardia era Roberto Formigoni, poi sostituito da Roberto Maroni, ora è quest’ultimo a traballare dopo la raffica di arresti che hanno portato in carcere Fabio Rizzi, il dominus della sanità lombarda.
Non è stata una giornata facile in casa del Carroccio. La valanga rischia di ingrossarsi nei prossimi giorni.
Massimo Garavaglia, l'assessore al Bilancio, è già indagato nell'inchiesta sull'ex vice Mario Mantovani, mentre i due protagonisti dell'inchiesta Smile, Rizzi e il braccio destro Mario Longo, erano considerati troppo vicini al governatore. Longo, per di più, aveva ottenuto una consulenza dalla partecipata Eupolis diventando «responsabile odontoiatria» della Lega Nord nel 2014.
Consulenze superiori a 50 mila euro, con appalti milionari in ballo, contestati in Consiglio dalle opposizioni per un lavoro - secondo il Partito democratico - davvero inconsistente. Non solo. A finire indagato è pure Donato Castiglioni, leghista doc, braccio destro di Rizzi, anche lui, secondo le carte, invischiato nel giro di appalti, interessi e tangenti, pilotati da Maria Paola Canegrati, la regina dell'odontoiatria pubblica lombarda.
QUELLA VOGLIA DI MOLLARE POI RIENTRATA. Gli spifferi di via Bellerio dicono che Bobo, l’ex ministro dell’Interno, avrebbe voluto dimettersi appena lette le agenzie nella mattinata del 16 febbraio che raccontavano di un quadro inquietante, l’ennesimo, in una Regione dove il caso dell’Ospedale San Raffaele o della Fondazione Maugeri sono ancora caldi. Anzi, sono processi ancora in corso, a cui ora si va ad aggiungere l’ennesima tegola giudiziaria, che questa volta cade in terra leghista.
Una volta erano i ciellini i padroni della sanità lombarda, erano loro i “cattivi”. Ora è Maroni, con la sua riforma, con le sue nomine, con il suo giro di amici, «quelli della sanità di Varese», quelli della band Distretto 51, a dominare un settore da sempre considerato di eccellenza, redditizio, l'80% del bilancio regionale, ma che leggendo le carte della procura di Monza può essere ancora contaminato da appalti pilotati, tangenti e la solita gestione malata della politica italiana.
UN'OMBRA SULLA GIUNTA LEGHISTA DI MARONI. Il presidente di regione Lombardia, però, ha deciso di andare avanti e rispondere colpo su colpo a un’inchiesta che rischia di gettare un’ombra pesantissima sulla sua amministrazione, che doveva fare pulizia dopo gli scandali della vecchia giunta di Formigoni.
L’arresto dell’ex vicepresidente Mario Mantovani, lo scorso anno, non aveva scalfito la tranquillità di Bobo. Del resto si trattava di reati commessi a cavallo tra le due giunte, per di più l’arresto era arrivato dopo un anno dalla richiesta dei pm e in fin dei conti non si trattava neppure di un collega di partito. Quindi il caso Mantovani era ormai finito nel dimenticatoio.
Rizzi ha lasciato sbigottiti, attoniti, soprattutto i quadri del Carroccio che non si aspettavano una bomba del genere, a pochi giorni dalla polemica tra il neo leader Matteo Salvini e la procura di Torino. Anche qui, dopo la frase «la magistratura è una schifezza», sono partite le indagini del palazzaccio diretto da Armando Spataro che sotto la Mole Antonelliana non lascia scampo ai leghisti.
LA REAZIONE DELL'EX MINISTRO DELL'INTERNO. Del resto il leghista di Besozzo era un caro amico di Maroni, i due andavano insieme spesso in vacanza in Sardegna, dove pochi anni fa avevano fondato la prima sede della Lega Sardinia. «Sono molto incazzato per quello che è successo, fermo restando la presunzione di innocenza e la fiducia nella magistratura», ha detto il governatore. «Fermo restando che stiamo leggendo gli atti e verificando nel dettaglio le imputazioni», ha aggiunto intervenendo in Consiglio, «il mio primo sentimento è di stupore e di grande delusione se le accuse fossero confermate nei confronti di Fabio».
Maroni lo ha sottolineato: «Non vogliamo coprire nessuno, non abbiamo nessuno da difendere, chiunque abbia sbagliato ne risponderà». Ha annunciato anche un «comitato ispettivo» sul caso di Fabio Rizzi, sostenendo che «la Regione è parte lesa», aggiungendo di sentirsi «offeso» anche personalmente e come leghista. In questa vicenda, ha sottolineanto, «noi siamo parte offesa e ci costituiremo subito parte civile».
IL PROCESSO PER LE COLLABORATRICI A SENTENZA A OTTOBRE. Ma questa volta la situazione appare più complessa. Le carte svelano un modus operandi che avrebbe danneggiato gli stessi cittadini.
La valanga di polemiche è appena alle porte. La regione Lombardia è accerchiata dalle inchieste. Proprio come accadde a Formigoni in quell’autunno del 2012.
All’epoca c’era di mezzo pure la ‘Ndrangheta. Sul caso Rizzi al momento non se ne parla, ma non è detto che nelle prossime settimane possano uscire nuovi particolari. A marzo Maroni dovrà affrontare anche il processo sul caso delle collaboratrici portate in viaggio a Tokyo in un'inchiesta che ha visto coinvolta pure la società di Expo 2015.
Il pm Eugenio Fusco punta di arrivare a sentenza in ottobre. E in caso di condanna scatterebbe la legge Severino che potrebbe sospendere Maroni dalla Regione.
Sono scenari che fanno traballare sempre di più la poltrona di Bobo, ormai sotto attacco pure in Consiglio regionale con le opposizioni compatte nel chiedere la sua testa. E pronte a presentare una mozione di sfiducia. «Abbiamo più volte denunciato», ha sostenuto Alessandro Alfieri, segretario lombardo del Pd, «l'assenza di un sistema regionale dei controlli efficace che garantisca trasparenza, ma è del tutto evidente che Maroni, assessore alla Sanità, anche lui a processo, ha una enorme responsabilità politica. Ne tragga le conseguenze».

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