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INTERVISTA 18 Febbraio Feb 2016 1200 18 febbraio 2016

Petermann: «L'Isis sguazza nella nostra ignoranza»

Per vincere Daesh bisogna conoscerlo. Studiarlo. Decostruire il suo linguaggio. Petermann (Accademia di geopolitica): «Limitare le libertà è controproducente».

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da Bruxelles

Il 12 e il 13 febbraio durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera si doveva parlare di pace.
Così avevano annunciato i leader. Invece si è finito con il proclamare per l'ennesima volta lo stato di «guerra permanente», disegnando scenari apocalittici.
Il premier russo Dimitri Medved ha rispolverato il vecchio linguaggio da guerra fredda, e il suo omologo francese Manuel Valls gli ha fatto eco: «Ci saranno altri attacchi e grandi attentati in Europa, questa è una certezza», ha detto, «la minaccia è mondiale perchè il terrorismo ci combatte».
STATO DI EMERGENZA IN FRANCIA. Per difendersi, il 9 febbraio, il parlamento francese ha perfino approvato la riforma costituzionale che prevede lo stato d’emergenza, nonostante la contrarietà di numerosi cittadini, politici e analisti.
«Non è mettendo a richio lo stato di diritto che difenderemo le nostre società. Per sconfiggere davvero il terrorismo dobbiamo prima conoscerlo», dice Lettera43.it Simon Petermann, vice presidente dell'Accademia internazionale di geopolitica di Parigi e docente presso l'Istituto superiore reale per la Difesa in Belgio. «La politica deve decostruire il linguaggio di Daesh per combatterne l'ideologia».
Con questo obiettivo in primavera la Commissione europea presenterà la sua proposta per un piano antiterrorismo comunitario.
«COSÌ SI AGEVOLA LA RADICALIZZAZIONE». Ma le dichiarazioni allarmanti fatte da più capi di Stato fanno pensare che il terrorismo colpirà prima di aver messo a punto qualsiasi strategia comune. «E ci troverà ancora una volta impreparati», dice Petermann, «perché oltre al Medio Oriente, dobbiamo tenere sotto controllo anche la Libia, dove c'è un'enorme crisi sinora sottovalutata», dice Petermann, che è anche consigliere speciale per il Medio Oriente al Royal Institute Egmont per le relazioni internazionali.
Per quanto quindi si continui ad aumentare la presenza di forze dell'ordine nelle città europee e i controlli alle frontiere, lo scenario non è rassicurante, anche perché sinora lo stato di emergenza non ha ridotto i pericoli, ma li ha aumentati: «In Francia c'è stata la sospensione di alcune libertà e queste decisioni destano preoccupazione perché rischiano di agevolare la radicalizzazione», dice Petermann. «Il problema fondamentale sono proprio le misure di emergenza che hanno creato una crisi di fiducia nelle autorità da parte degli stessi cittadini».

Simon Petermann, vice presidente dell'Accademia internazionale di geopolitica di Parigi.

DOMANDA. I cittadini ora cercano di farsi giustizia da soli o comunque iniziano a temere anche i migranti perchè li vedono come potenziali terroristi.
RISPOSTA. Sì, il problema è la paura. Se lo stato di emergenza viene allungato troppo può alimentare e fomentare il malessere.
D. Quindi, come diceva Erich Fromm, «il compito a cui dobbiamo lavorare non è di arrivare alla sicurezza, ma di arrivare a tollerare l’insicurezza?»
R.
Serve una via di mezzo. In Francia è dalla rivolta nelle banlieu del 2005 che non c'era uno stato di emergenza così lungo. Se le misure sono drastiche, se ci sono troppi abusi o le perquisizioni sono eccessive, il rischio di terrorismo aumenta.
D. In che senso?
R.
Facciamo il gioco di Daesh: il suo obiettivo è creare uno stato di allerta permanente, una guerra civile in Europa in modo che stigmatizziamo la comunità musulmana e la isoliamo. Così i giovani radicalizzati diventano irrecuperabili.
D. Che cosa si dovrebbe fare invece?
R.
Mettere in comune le informazioni, lavorare insieme. Se ci fosse stata una migliore cooperazione tra i servizi segreti magari anche gli attacchi in Francia si sarebbero potuti evitare.
D. Bisognerebbe costruire una Fbi europea come suggerito dal leader dei liberali europei Guy Verhofstadt?
R. No, la sua proposta è utopica perché la sicurezza è una comptenza degli Stati sovrani e così resterà. Ma bisogna scambiarsi più dati, collaborare, studiare il fenomeno insieme.
D. È quello che sta cercando di fare Europol: il nuovo centro europeo anti-terrorismo tiene sotto controllo 17 mila persone che non sono solo i sospettati di terrorismo ma quelli che ruotano intorno a loro.
R. Europol sta cercando di armonizzare l'interazione tra i servizi, di cambiare metodo di studio e analisi. Ma non basta.
D. Perché?
R. Perchè anche se il rischio di radicalizzazione esiste, esiste anche la libertà di espressione e non possiamo mettere tutti sotto sorveglianza. bisogna rispettare il diritto alla vita privata.
D. Secondo lei è stato sottovalutato il fenomeno e ora non si sa come affrontarlo?
R. Più che altro non è stato capito che questo terrorismo è transnazionale, è un nuovo fenomeno che non ha frontiere. Per questo lo spazio Schengen è stato messo in discussione, ma senza risultati.
D. Uno c'è: ora il rischio del terrorismo è stato legato all'arrivo dei migranti.
R.
In realtà non sono necessariamente legati e comunque i fenomeni migratori non sono controllabili.
D. Il terrorismo invece sì?
R. Certo, anche se è difficile perchè ha una componente nuova, ovvero il modus operandi: ora per esempio si cercano persone che portano una cintura esplosiva.
D. E cittadini europei che vivono nel cuore della capitale Ue...
R. Bruxelles fa parte della mappa jihadista, è stato dimostrato, ma non è la capitale del terrorismo.
D. Abdeslam Salah, il terrorista del commando degli attentati del 13 novembre a Parigi, viveva a pochi chilometri dal centro città.
R.
Sì e per questo la comunità del quartiere di Molenbeek è stata stigmatizzata. Ci sono dei gruppi simpatizzanti, è vero, ma i dati sulla radicalizzazione sono esagerati.
D. Il Belgio è il Paese che ha più foreign fighter in rapporto alla popolazione: 440 combattenti su 11.4 milioni di abitanti.
R. Questo perché il Belgio è un piccolo Paese che si attraversa facilmente. Poi è vero che a Bruxelles, Anversa e Verviers ci sono delle comunità salafite simpatizzanti che reclutano ogni giorno nuovi giovani. Ma questi problemi sono gli stessi che hanno anche gli altri Paesi.
D. Qual è il minimo comune denominatore?
R. L'ignoranza, anche solo del salafismo che è un movimento politico islamista. In Belgio per esempio non ci rendiamo ancora conto che serve un lavoro di intelligence su più piani: bisogna conoscere la cultura, la lingua, le tradizioni delle persone sospettate di attività terroristica.
D. Invece?
R.
Oggi i servizi segreti non riescono nemmeno a intercettare i terroristi, a capire i loro dialetti o linguaggi in codice. È un dilemma davanti al quale siamo impotenti perché questo vuoto ci mette davanti a una guerra interna.
D. Quindi non c'è speranza?
R. Passerà del tempo prima di risolvere il problema, servono nuove misure per distruggere Daesh, ma da qui ad allora ci saranno altri attentati in Europa. Dobbiamo essere preparati.
D. Come possiamo esserlo?
R. I servizi segreti devono tenere sotto controllo non solo la Siria e il Medio Oriente, ma anche la Libia dove c'è una grande crisi sinora sottovalutata da tutti. Accusare gli altri, puntare il dito non serve.
D. Neanche contro l'Unione europea?
R. L'Ue rischia di non aver alcun ruolo se non quello di coordinamento. Il coordinatore antiterrorismo dell'Ue, Gilles de Kerchove, produce rapporti, analizza il fenomeno, dà consigli ai vari Stati membri ma è impotente. Sono gli Stati che devono agire.
D. In che modo?
R. Devono lavorare insieme, studiare nuove misure anzichè alzare solo il livello di allerta e parlare di guerra permanente come fanno Hollande e Valls. Anche perché la guerra di cui parlano contro chi sarebbe? Spesso i terroristi sono belgi, francesi, europei, ragazzi della terza generazione che vivono qui. E non sono lupi solitari, quindi l'approccio è completamente sbagliato.
D. Ne ha un altro da suggerire?
R. Combattere il fenomeno ma non alimentarne la visione fantasmagorica parlando degli jihadisti del Califfato. Bisogna decostruire il discorso dei terroristi, la loro narrativa. Daesh ha distrutto tutto, ora l'Ue deve decostruire Daesh, toglierle ogni fascino, non mitizzarlo.
D. Insomma, «mettete parole nei vostri cannoni»?
R. Capisco che combattere con le bombe sia più immediato che farlo con l'educazione, ma serve uno choc culturale, un lavoro non solo di sorveglianza ma di conoscenza.
D. Solo la cultura potrà metterci al sicuro?
R. Daesh ha sfruttato i nuovi metodi di comunicazione, ha sviluppato strumenti sofisticati per raggiungere il più numero possibile di persone. E non è certo aumentando il livello di allerta e chiedendo alle persone di stare a casa che risolviamo il problema.
D. Leonardo Sciascia diceva: «La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini».
R. Non è togliendo le libertà e fomentando l'ignoranza che avremo più sicurezza. L'unica soluzione contro il terrorismo islamico è combatterne l'ideologia.

Twitter @antodem

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