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TERRORISMO 19 Febbraio Feb 2016 1200 19 febbraio 2016

Turchia, dietro gli attacchi l'oscura politica di Erdogan

Bombarda i curdi in Siria, in Iraq e nel Kurdistan interno. E foraggia i jihadisti. Attirando gli attentati in patria. Le manovre di Erdogan si ritorcono contro di lui.

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O la resa o la guerra totale: per la Turchia di Erdogan non c’è alternativa.
I curdi siriani della Rojava (Ypg/Pyd) accelerano spinti dai raid russi, in vista dell’improbabile cessate il fuoco del 21 febbraio.
I socialisti, ramo siriano del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), controllano ormai l’80% dei territori sul confine settentrionale tra la Turchia e la Siria: una lunga striscia da Est a Ovest attraverso l’Anatolia, interrotta solo dalla regione a Nord di Aleppo dove i ribelli arretrano in favore di Assad e delle brigate Ypg.
LA REAZIONE TURCA. Da questo canale Erdogan ha lasciato entrare negli ultimi giorni centinaia di combattenti islamisti siriani, addestrati in Turchia, con i quali tentare il tutto per tutto, e ha ordinato all’artiglieria turca di aprire il fuoco verso la Siria contro le brigate curde Ypg. Mentre nel Kurdistan turco proseguono i bombardamenti e la guerriglia contro il Pkk, a Diyarbakir e in altre trincee.
In questa cornice caotica - che include l’effetto boomerang degli attentati di Isis e al Qaeda per lo spericolato foraggiamento di gruppi jihadisti del governo - vanno letti gli ultimi gravi attentati che hanno colpito Ankara (almeno 28 morti e 61 feriti per un’autobomba contro un autobus militare) e Diyarbakir (altri 7 morti nell’esplosione di un altro convoglio militare) del 17 e 18 febbraio. L'attentato di mercoledì 17 è stato rivendicato dal gruppo Tak (Falchi per la liberazione del Kurdistan), un tempo legato al Pkk. Sul loro sito, i militanti lo hanno definito una risposta alle politiche del presidente Erdogan e hanno minacciato altri attacchi.
L'AZIONE DEI SERVIZI. Sono i pesanti danni collaterali dello scontro bellico più aspro, e forse irreversibile, in corso nella regione mediorientale dai tempi della Seconda guerra mondiale. Una destabilizzazione, quella della Turchia, che avviene in uno Stato tradizionalmente ostaggio di manovre e complotti dei servizi segreti.
Accusati di avere un ruolo anche nell'espansione dell'Isis e in diversi attacchi recenti.

Erdogan accusa il Pkk e Ypg ma i curdi negano resposabilità

I bersagli degli ultimi attacchi in Turchia sono entrambi mezzi e soldati dell’esercito e per Ankara non ci sono dubbi: si tratta di una rappresaglia guidata dalle brigate Ypg dei distretti autonomi curdi della Rojava, Kobane e altre due Comuni, e dalla loro casa madre del Pkk.
Il kamikaze dell’attentato nella capitale - nel quadrilatero affollato del parlamento e del quartier generale dell'Aeronautica, un duro colpo inferto a Erdogan - sarebbe un 24enne siriano legato ai curdi del Ypg/Pyd, entrato in Siria a luglio da rifugiato, come proverebbero le sue impronte digitali.
Il Pkk ha una tradizione di azioni di kamikaze e anche la dinamica ha una sua logica: nella settimana dell’offensiva russa su Aleppo che favorisce il regime e i curdi, Erdogan ha ordinato all’artiglieria di «proseguire il fuoco» verso la Rojava.
TEMPISTICHE SOSPETTE. Ma il condizionale è d’obbligo: in 30 anni di lotta armata il Pkk di Abdullah Öcalan non ha mai avuto problemi a rivendicare i suoi attacchi e stavolta invece nega, come le brigate siriane Ypg, la paternità dell’attentato di Ankara, che sarebbe invece di matrice dell’Isis.
Dai curdi, riusciti in Turchia per la prima volta a entrare nel parlamento, Erdogan viene al contrario accusato di avere messo in atto, da mesi, una sanguinosa strategia della tensione, mirata a delegittimare le rivendicazioni della prima minoranza etnica nel Paese (circa il 20% della popolazione), in primo luogo con attentati «dell’Isis» contro i curdi, ma anche con altre operazioni coperte.
Le bombe ravvicinate contro i due convogli militari ad Ankara e Diyarbarkir cadono in concomitanza con le pressioni di Erdogan sugli Usa e sull’Ue per classificare, al pari del Pkk, i curdi siriani del Ypg/Pyd della Royava «organizzazione terroristica».
YPG TRA USA E RUSSIA. Gli Stati Uniti, però, frenano. Fondato nel 2004, il Pyd, che è il primo partito curdo dei curdi siriani, non è mai stato nelle black list dell’Onu e del blocco occidentale.
Deriva ideologicamente dal Pkk, come l’Hdp filocurdo di Selattin Demirtas che è riuscito a superare lo sbarramento elettorale, ma le sue brigate Ypg sono state formate solo nel 2012, per conquistare territori nella guerra civile siriana.
Dal 2014 poi l’Amministrazione Usa ha anche cautamente armato i curdi di Kobane, decisivi nel respingere l’Isis, arrivando anche, come l’Ue, a considerare l’ipotesi di depennare il Pkk (di rinforzo nella Rojava siriana con i peshmerga curdo-iracheni) dalla lista dei gruppi terroristici.

Terrorismo islamico o ritorno della strategia della tensione?

Non è politicamente nell’interesse del Ypg/Pyd, né del Pkk, far esplodere bombe adesso.
Ma lo scontro frontale tra il “sultano” Erdogan e lo “zar” Vladimir Putin sta polarizzando i fronti, facendo esplodere la questione curda.
Ankara ha disposto raid a tappeto contro le basi del Pkk in Iraq e prepara un’azione di terra in Siria con i sauditi. I curdi siriani della Rojava si sono alleati con la Russia, complice l’appoggio deciso di Putin.
E gli Usa, per bocca del vice di Obama Joe Biden che a suo tempo accusava Erdogan di flirt «con l’Isis», prendono le distanze dai combattenti Ypg.
TURCHIA, HUB DELL'ISIS. Tante turbolenze, non ultima l’essere diventata il principale hub dei jihadisti di Isis e al Nusra (il ramo siriano di al Qaeda, alleato con i ribelli) a causa delle mire espansionistiche del governo islamista, espongono la Turchia a una crescente insicurezza interna.
Dalle campagne elettorali per le Legislative del 2015 (il voto inconcludente di giugno, poi le anticipate a novembre), l’Hdp curdo e i supporter di Kobane sono stati vittime di bombe e kamikaze «dell’Isis» che hanno fatto oltre 130, che l’Isis non ha mai riconosciuto.
ATTENTATI OSCURI. In autunno Demirtas è scampato agli spari contro la sua auto blindata, il capo degli avvocati curdi Tahir Elci è stato ucciso in una sparatoria a Diyarbakir e diversi altri attentati terroristici dai contorni oscuri hanno colpito la Turchia.
Fino alla strage di turisti tedeschi di inizio 2016 davanti alla Moschea blu di Istanbul, quella sì, rivendicata dal Califfato e l'unica dai contorni abbastanza chiari.
Le altre decine di attacchi, e centinaia tra morti e feriti, dell'ultimo anno ricordano ai turchi più la lunga stagione, anche terroristica, dei colpi di Stato che il Califfato dell'Isis: una zona grigia determinata dai depistaggi dalla casta dei militari turchi.
Erdogan li ha prima estromessi dal potere e ha poi cercato di controllare i potenti servizi segreti, non è ancora chiaro con quanto successo.

Twitter @BarbaraCiolli

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