Ministro Della Giustizia 150119101010
RETROSCENA 21 Febbraio Feb 2016 1757 21 febbraio 2016

Andrea Orlando, l'idea anti-Renzi della minoranza Pd

La sinistra dem vuole lanciarlo al Congresso. Per fermare il Partito della nazione. A meno che le Comunali non sorridano a Matteo. Che può andare subito al voto.

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Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Lui, cresciuto da quando aveva i calzoni corti alla scuola migliorista del “cauteloso” presidente emerito Giorgio Napolitano, per carità direbbe subito di non averci neppure pensato.
Ma a immaginare Andrea Orlando, ministro della Giustizia, cavallino di razza dell’ex Pci-Pds-Ds, come il vero outsider da schierare al prossimo Congresso del Partito democratico contro Matteo Renzi sono ora gli esponenti della minoranza interna che teme di esser spazzata via dal famigerato, per loro, Partito della nazione.
SPERANZA È TROPPO MITE. L’idea di sostituire il più mite e meno titolato ex capogruppo bersaniano Roberto Speranza, attraverso una mossa a sorpresa, con il brillante Guardasigilli 47enne, ligure di La Spezia, cultore del riformismo made in Pci e del Festival di Sanremo, sta circolando sempre più nelle segrete stanze dei grandi manovratori interni anti-Renzi.
Se non è un “complotto”, come quello attribuito da Il Foglio agli ex premier Romano Prodi, Massimo D’Alema e Enrico Letta contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd, di certo è un ''logorio della vita moderna'' del Pd ai danni di Matteo.
PREMIER IN DIFFICOLTÀ. Approfittando delle difficoltà di Renzi, dovute innanzitutto alla stentata ripresa economica, i manovratori ora starebbero cercando di uscire dall’angolo nel quale sono stati messi, trovando una nuova figura che possa competere in un futuro non lontanissimo con il premier-segretario.
DI SINISTRA, MA MODERATO. E per loro il ministro spezzino, di sinistra ma non troppo, o meglio di una sinistra moderata, che nel vecchio Pci si sarebbe definita la destra della sinistra, schierato per le unioni civili, ma anche per certe riforme della Giustizia che non dispiacciono neppure al centrodestra (negli anni scorsi su Il Foglio Orlando stilò una serie di proposte per mettere d’accordo il Pd e l’allora Pdl) sarebbe il candidato ideale da buttare tra le gambe a Renzi all’ultimo momento per stoppare definitivamente il Partito della nazione.
Che potrebbe nascere sulla base dell’alleanza con l’ex coordinatore di Forza Italia Denis Verdini.

L'offerta della minoranza: appoggio al referendum in cambio di posti in lista

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Denis Verdini.

Ma la carta Orlando, secondo il piano degli oppositori interni del premier, sarebbe da giocare «nel caso in cui Renzi volesse proprio andare alla guerra», confida a Lettera43.it sotto anonimato un esponente della minoranza.
L’incubo da allontanare, infatti, è soprattutto il rischio che nelle future liste elettorali gli esponenti dell’opposizione siano decimati, magari a favore degli uomini di Verdini.
CONGRESSO ANTICIPATO? E così l’ideale per gli anti-renziani del Pd sarebbe che il Congresso, previsto per il 2017, venisse anticipato a subito dopo le amministrative 2016.
A maggior ragione se il risultato non sarà brillantissimo per il Pd.
L’unica arma che la sinistra interna ha ancora in mano e che potrebbe far valere nel negoziato sulle candidature alle elezioni politiche è il suo apporto al referendum sulla riforma costituzionale previsto a ottobre.
Si tratta proprio di quell’appuntamento che Renzi ha trasformato di fatto in una consultazione su se stesso e il suo governo, allo scopo di ottenere un plebiscito.
UN BARATTO POLITICO. Il tentativo degli oppositori sarebbe di barattare l’impegno affinché il referendum vada bene con un pacchetto di candidature tra i 100 capolista bloccati previsti dall’Italicum, la nuova legge elettorale.
E se la trattativa dovesse naufragare, allora gli anti-renziani starebbero già pensando di schierare Orlando, sempre ovviamente che lui sia d’accordo.
Il Guardasigilli del resto non è d’accordo proprio per niente con il Partito della nazione: lo ha detto, a sorpresa e con una inaspettata durezza, a Milano.
QUEL PROGETTO «INQUIETANTE». Ha stroncato il progetto definendolo «inquietante» di fronte a una attonita Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme, che gli stava seduta accanto.
E che poi è stata costretta a intervenire per precisare che non c’è nessun Partito della nazione all’orizzonte, o meglio non quel partito che intende Orlando e con lui la sinistra interna.
Ma non è la prima volta che il ministro spezzino si scaglia contro la temuta creatura renzian-verdiniana che fa perdere i sonni alla sinistra più ortodossa.
Già nell'estate del 2015, subito dopo la fuoriuscita di Verdini da Fi, aveva impallinato il nuovo progetto attribuito al premier-segretario.
Con il quale comunque si è schierato come un sol uomo, nella veste di Guardasigilli, per difendere lui e il governo dagli attacchi dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), soprattutto sui temi caldi della responsabilità civile e delle ferie dei giudici.

Dietro Orlando la fondamentale figura di D'Alema

Massimo D'Alema e Walter Veltroni.

Voluto al dicastero di Largo Arenula, sulla scrivania che fu di Palmiro Togliatti, non solo dall’area dei Giovani turchi del Pd, capeggiata da Matteo Orfini (di cui fa parte), ma soprattutto dal suo mentore Napolitano quando era presidente della Repubblica, Orlando si sta costruendo una buona fama anche in Europa, dove sta tessendo una rete di preziosi contatti, secondo i bene informati, anche grazie all’aiuto di D’Alema, che è presidente della Fondazione dei progressisti europei.
Con “Max” ha sempre avuto buoni rapporti.
I due si continuerebbero a sentire e a vedersi.
USCITE ALL'UNISONO. Per alcuni non fu un caso che nella primavera del 2015, Orlando uscì quasi all’unisono con D’Alema sull’esito delle elezioni regionali.
“Max” denunciò che il Pd aveva perso 2 milioni di voti.
Il ministro rilanciò: «Il Pd va rifondato».
Con il pallino fisso di creare «una sinistra riformista».
CON VELTRONI E BERSANI. Ma non va dimenticato che Orlando è stato anche il portavoce di Walter Veltroni, segretario del Pd che lo nominò pure capo dell’organizzazione.
Incarico già agli inizi del 2000 ricoperto con Piero Fassino alla guida dei Ds.
L’attuale Guardasigilli ricoprì ruoli chiave anche nella segreteria di Pier Luigi Bersani, che lo nominò responsabile della Giustizia, trampolino di lancio dell’attuale incarico governativo.
E lo mandò a dirimere le grane più delicate sul territorio, come le irregolarità delle primarie per il Comune di Napoli. Portavoce fu pure di Dario Franceschini, per un breve periodo segretario del Pd.
SLALOM TRA TUTTE LE SIGLE. Insomma, Orlando ha attraversato indenne tutta la difficile filiera delle varie sigle della sinistra ex Pci e ex Dc, facendo slalom tra un capo e l’altro.
Un jolly prezioso, ritenuto con spalle e curriculum più solidi dell’altro candidato a fare il competitor di Renzi, il lucano Speranza.
Orlando però ora deve vedersela anche con una gara interna di fatto innescatasi nell’area dei Giovani turchi tra lui e il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, 38enne emergente del governo Renzi, che ha beneficiato molto del palcoscenico speciale dell’Expo a Milano, la sua città.
E SE RENZI ANTICIPASSE IL VOTO? Ma la vera grande incognita che potrebbe fare la differenza decisiva nei progetti degli oppositori del premier-segretario è un’altra.
Dice un parlamentare vicino a Renzi a Lettera43.it: «Se poi le elezioni amministrative di primavera Renzi le vince, glielo fa lui il Congresso anticipato. E non solo...».
Subito al voto, sull’onda della eventuale vittoria al referendum sulla riforma costituzionale?
Questa sì che sarebbe la rivoluzione d’ottobre che sconvolgerebbe tutti i piani anti-Renzi.

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