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POLITICA 22 Febbraio Feb 2016 1239 22 febbraio 2016

Centrodestra, un tabù chiamato primarie

Il centrodestra da anni le promette. Ma non va fino in fondo. Gli unici tentativi? Sono i flop del 2012. Il Cav fa muro. E anche Meloni su Roma corregge il tiro.

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Angelino Alfano.

Sembra passato un secolo da quando Angelino Alfano, nel 2012, allora segretario del Pdl, auspicava per il partito delle “primarie pulite”.
«Berlusconi ha appena firmato la nomina del comitato dei garanti, a cui rivolgo un appello: niente indagati a queste primarie», scandiva orgoglioso, «perché si tratta di aprire una fase nuova e io non sono disponibile a gareggiare in un contesto che non è quello giusto. Saranno gli italiani a decidere chi sarà il prossimo premier così come capita in tutti i Paesi occidentali».
LE PRIMARIE TELEMATICHE DI COMO. Come al solito la gara interna s’è rivelata solo un sogno di mezza primavera, con grande delusione per tutti coloro che prevedevano un cambio di passo e una maggiore dialettica interna.
Tuttavia, qualche isolato tentativo di confronto, in casa Pdl, ha fatto capolino senza, però, riuscire ad abbattere lo scetticismo del líder máximo, per dirla alla cubana.
Tra gli esperimenti più significativi, in quel 2012 che doveva rappresentare la linea di spartiacque ideale con il passato, le primarie (telematiche) di Como.
Due liste di centrodestra a confronto per le amministrative. Da una parte, Laura Bordoli (non iscritta al partito e vincitrice del duello) e dall’altra Sergio Gaddi.
L’organizzazione del partito prevedeva un seggio in ognuna delle 13 sezioni elettorali della città, più un seggio mobile nella centralissima piazza del Duomo.
«FURONO UN DISASTRO». La novità, nelle modalità di voto, era rappresentata da un software fornito direttamente dalla sede nazionale del partito capace di evitare ogni tipo di broglio grazie all’immediato controllo incrociato dei votanti (per evitare la possibilità di voto multiplo) e una fase di scrutinio rapidissima.
In quella circostanza si presentarono alle primarie del Pdl circa 3.500 cittadini, quasi equamente divisi tra maschi e femmine (52% a 48%).
Più curioso ancora il dato sugli iscritti: 551 votanti, con tanto di tessera, e oltre 2.800 non tesserati.
Un dirigente del Pdl comasco di allora, contattato da Lettera43.it, ha così commentato: «Quell’esperienza fu un disastro dal punto di vista politico. Pur non negando il successo di partecipazione popolare, ci trovammo, poi, con un partito completamente spaccato e due liste diverse e contrapposte in campagna elettorale a contendersi i voti di area. Infatti, perdemmo la città a favore del centrosinistra».
I CASI DI RIETI E FROSINONE. Oltre a Como, un approccio nuovo per scegliere il candidato sindaco di centrodestra, nello stesso periodo, fu istituito sia a Rieti sia a Frosinone.
In terra di Sabina votarono poco meno di 5 mila persone in un Comune di circa 50 mila abitanti. Vinse Antonio Perelli, scelta di apparato, contro il rinnovamento, o presunto tale, rappresentato dagli sfidanti Carmine Rinaldi e Felice Costini.
Il presidente della Commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci, tenne a battesimo, invece, le primarie di Frosinone. «È stata una bellissima giornata di democrazia e partecipazione popolare», commentò esultante Valducci. «Questo esordio non poteva essere dei migliori: 2.770 cittadini sono andati a votare e i due terzi non erano iscritti al Pdl: il nostro candidato ha incassato 1.920 preferenze. Cantiamo vittoria perché c’è stata una forte spinta dei cittadini che vogliono decidere loro i candidati sindaci». Amen.
Per la cronaca a spuntarla fu un avvocato penalista, Nicola Ottaviani, incoronato candidato in una rosa di cinque pretendenti.

Quando Meloni diceva: «Si devono fare le primarie»

Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Di quei momenti restano solo fumosi ricordi e parole cariche di buone intenzioni. Il Pdl è, da tempo, morto e sepolto sotto il torchio delle lacerazioni interne che ne decretarono il dissolvimento per asfissia politica.
Incrinature, peraltro, che sembrano non abbandonare il centrodestra.
Basti pensare al tentennamento di Matteo Salvini, segretario della Lega, sul nome di Guido Bertolaso, candidato sindaco della capitale, su cui il centrodestra pareva aver trovato unità e sintonia. Contrariata, o meglio «allibita», dal passo indietro, soprattutto, Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. L’unico a mantenere una certa coerenza di posizione è Francesco Storace: lui, le primarie del centrodestra le vuole e le chiede da tempo come terreno di confronto utile sui programmi da proporre agli elettori.
IL MURO DI ARCORE. Resta un mistero il motivo per cui Meloni non segua questo suo antico cavallo di battaglia. Poco prima della caduta di Ignazio Marino, rilasciò diverse interviste nelle quali, a gran voce, suggeriva l’utilizzo delle primarie come migliore scelta per esprimere l’uomo da contrapporre al centrosinistra: «I candidati non si scelgono nelle cene di Arcore, si devono scegliere partendo dai cittadini. La proposta di Fratelli d’Italia è sempre la stessa, celebrare elezioni primarie per ripartire dal territorio».
Un termine, 'primarie', talmente inflazionato da risuonare come una stanca litania cui non dare mai seguito.
Si palesa all’opinione pubblica, senza, però, riuscire a infrangere il tabù delle cene di Arcore (o Palazzo Grazioli) come principali sedi di scelta dei candidati.
IN TAXI VERITAS. Anche perché, ascoltando Berlusconi e Salvini, in questo frangente, vanno più di moda i taxi come nuovo sistema di giuria demoscopica.
Il primo, infatti, sostiene che i tassisti siano grandi esperti di calcio. Per questo motivo, la conferma di Siniša Mihajlović al Milan sembra legata non ai risultati sportivi ottenuti sul campo, ma ai suggerimenti intercorsi durante le corse.
Il secondo, invece, li considera una sineddoche vivente, politicamente parlando. Dal parere degli autisti potrebbe dipendere il consenso della Lega alla candidatura di Bertolaso dopo alcune uscite dell’ex direttore della Protezione civile, che al leader del carroccio non sono piaciute per niente.
LA PAUSA DI RIFLESSIONE DI SALVINI. Del 22 febbraio la dichiarazione che conferma la pausa di riflessione: «Una settimana in più e qualche migliaio di pareri dei romani non faranno certo male», ha dichiarato Salvini.
Insomma, sembrano lontanissimi i tempi dell’hashtag lanciato da Fratelli d’Italia #primariedelleidee.
Perché a destra, ormai, si sono abituati: da #senzapaura a senza primarie il passo è breve.
Tuttavia, l’uomo della provvidenza da opporre a Roberto Giachetti e al Movimento 5 Stelle si troverà.
Tra una corsa e l’altra in giro per la capitale. In taxi.

Twitter @_MagliaNera_

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