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ELEZIONI USA 22 Febbraio Feb 2016 1745 22 febbraio 2016

Jeb Bush, le ragioni di un flop

Non ha preso le distanze dal fratello. Né ha colto gli umori dell'elettorato repubblicano. Ed stato sovrastato dagli avversari. Ecco perché l'ultimo membro della dinastia è uscito di scena.

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Jeb Bush dopo un comizio con il fratello George W., presidente degli Usa dal 2001 al 2009.

Jeb Bush avrà anche scelto, come sottolineato dagli analisti d'Oltreoceano, il momento sbagliato per buttarsi nella corsa alla Casa Bianca.
Ma il suo flop ha motivazioni che vanno ben oltre il pessimo tempismo.
Governatore della Florida e membro dell'establishment per definizione, il fratello di George W. si è trovato in campagna elettorale fianco a fianco con candidati (Donald Trump in primis) che hanno puntato tutto sull'anti-politica.
155 MILIONI DI DOLLARI NON BASTANO. Le sparate e l'aggressività del magnate, da una parte, e le posizioni ultra conservatrici del “crociato” Ted Cruz, dall'altra, hanno messo un candidato classico come Bush ai margini (guarda la mappa interattiva delle primarie).
Lui, da parte sua, non è riuscito a capitalizzare una campagna elettorale in cui aveva raccolto più fondi di qualsiasi altro candidato del Gop (155 milioni di dollari): le idee moderate di cui si è fatto portatore, difese senza la necessaria convinzione, sono sbiadite al cospetto del populismo dirompente degli avversari, più abili di lui nell'interpretare gli umori dell'elettorato repubblicano.
E gli errori del fratello gli sono rimasti appiccicati addosso, come un'etichetta che non ha saputo - o voluto - togliersi,
LA FINE DI UNA DINASTIA. Il suo abbandono, annunciato dopo i risultati deludenti delle primarie del Sud Carolina (7,8%), mette fine alla storia politica di una delle dinastie familiari più potenti e influenti d'America, l'unica per ora a vantare due presidenti.
Scaricato anche dal partito e dai grandi finanziatori su cui aveva inizialmente fatto affidamento, Jeb è rimasto solo. Ora i suoi voti sono nel mirino dei candidati superstiti. Primo tra tutti in quello di Marco Rubio, cresciuto sotto la sua ala e ora l'ultimo rimasto tra i Repubblicani in corsa che abbia le simpatie del partito e degli elettori moderati del Gop.
Un volto giovane e senza la pesante eredità di Bush, più adatto al clima di una corsa presidenziale in cerca del nuovo.

  • Trump attacca Bush sulla guerra in Iraq e sull'11 settembre (Fonte: Cbsn).

1. La famiglia troppo legata all'establishment

La storia della dinastia cominciò con il bisnonno Samuel Prescott Bush, che fu consigliere del presidente Herbert Hoover, e proseguì con il nonno, Prescott Bush, senatore degli Stati Uniti per il Connecticut dal 1952 al 1963.
Poi per i Bush arrivò la Casa Bianca: prima con George Herbert Walker, dal 1989 al 1993, dopo una vicepresidenza con Ronald Reagan, quindi con il figlio George W., due mandati dal 2001 al 2009.
Figlio del primo e fratello del secondo, il 61enne Jeb ambiva a fare il tris con il sostegno dell'establishment del partito e di grandi finanziatori che avevano fatto affluire cifre record nelle casse della sua campagna, ma è stato costretto a farsi da parte rapidamente, al terzo round delle primarie.
MADRE E FRATELLO IN CAMPO. Per tentare di restare a galla, aveva fatto scendere in campo l'anziana madre, Barbara, che nel New Hampshire l'aveva involontariamente danneggiato dicendo che era «troppo garbato».
Poi ha sparato anche l'ultima cartuccia, probabilmente quella che gli ha dato il colpo di grazia, arruolando il fratello George W.
Un'arma chiaramente a doppio taglio, soprattutto per il peso della guerra in Iraq, contro cui Trump ha sparato ripetutamente.
LO SGAMBETTO DI NIKKI HALEY. L'ultimo sgambetto è arrivato dalla popolarissima governatrice del Sud Carolina, Nikki Haley, che ha appoggiato l'avversario Marco Rubio: «Un vero calcio nelle palle», ha commentato uno dei finanziatori della campagna di Jeb, il quale aveva appena prima dichiarato che il suo endorsment era «il più potente, il più significativo del Sud Carolina».

  • Jeb Bush chiede al pubblico: «Applaudite per favore» (Fonte:Msnbc).

LA SCOMODA EREDITÀ DI GEORGE W. Che l'eredità di George W. sarebbe stata un problema si era intuito già nel maggio 2015, un mese prima che lanciasse la campagna elettorale. In un'intervista andata in onda su Fox News, la conduttrice Megyn Kelly gli chiese: «Con quello che sappiamo adesso, avrebbe autorizzato l'invasione dell'Iraq?»
Jeb incespicò ripetutamente su una domanda che avrebbe dovuto aspettarsi. Solo quattro giorni dopo riuscì a far sapere che no, col senno di poi, non l'avrebbe autorizzata.
Tentennamenti sulla scomoda eredità del fratello, i cui errori sono stati certificati dalla Storia, e che hanno inficiato la campagna di Jeb fino all'abbandono finale.

2. L'approccio tradizionale contro avversari 'rivoluzionari'

Con la nomea di una grande intelligenza politica, Jeb si è lanciato a testa bassa nella corsa con un pacchetto di idee e punti che sarebbe potuto andare bene nel 2008 (immigrazione legalizzata, tassazione ridotta, riformismo) non sicuramente nell'anno dei candidati “rivoluzionari”.
MESSAGGIO CONTROPRODUCENTE. Continuando a puntare alla fascia più moderata dei Repubblicani, non si è accorto dell'ascesa di uno squalo come Trump, che ha avuto il merito di percepire la stanchezza degli elettori per la politica tradizionale.
Bush, al contrario, ha puntato sulla sua esperienza quasi decennale di governatore della Florida, incarico ricoperto dal 1999 al 2007. Ma era proprio quell'abitudine alla poltrona che l'elettorato americano iniziava a vedere di cattivo occhio.
SPIAZZATO DA TRUMP. «All'inizio», scrive il Guardian, «lui e il suo team ignorarono Trump, credendo che fosse soltanto un attrazione secondaria. Ma con l'estate che avanzava, Bush fu adescato in quello che sarebbe stato un death match».
Assediato dalle domande della stampa in cerca di commenti sulle sparate di Trump, Bush si è sempre fatto trovare impreparato, incapace di cogliere la forza delle idee del tycoon su molti temi, immigrazione in primis.

  • Trump su Bush: «Ti addormenti solo a guardarlo».

3. I toni eccessivamente dimessi

Ma Jeb non ha perso solo sul piano dei contenuti.
Non ha pagato soltanto la controversa eredità di una dinasty che aveva tentato inizialmente di tenere lontana eliminando il cognome dal logo della sua campagna.
Ha pagato la sua docilità, l'incapacità di 'sporcarsi le mani' in una gara cinica e in un'America che esige gladiatori.
SOVRASTATO NEI DIBATTITI. Messo a fianco di Trump sui palchi dei dibattiti televisivi, il pupillo della dinastia Bush è sembrato un ragazzino bullizzato, con il magnate che lo ha definito “scarico”, sovrastandolo e parlando di lui senza il rispetto che si dà a un rivale temuto.
Jeb non ha saputo rialzarsi. E in Sud Carolina ha abbandonato la corsa che in molti avevano pronosticato si sarebbe conclusa con uno scontro tra la sua dinastia e quella dei Clinton.

  • Jeb Bush annuncia il ritiro dopo il voto in Sud Carolina (Fonte: Psy News).

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