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CRISI SENZA FINE 22 Febbraio Feb 2016 0800 22 febbraio 2016

Ucraina, due anni dopo Maidan: la rivoluzione è fallita

Governo nel caos. Crisi economica dilagante. Potere nelle mani dei soliti noti. Ventiquattro mesi fa cadeva Yanukovich. In Ucraina ha vinto la rassegnazione.

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Il parente di un manifestante rimasto ucciso nelle proteste di Maidan.

Verso la fine di febbraio di due anni fa la rivoluzione contro Victor Yanukovich sfociò nel bagno di sangue di Maidan (18-21 febbraio 2014).
Il presidente fu costretto alla fuga, l'opposizione andò al potere: Petro Poroshenko, l'oligarca del cioccolato con un passato da ministro, saltò dalle barricate alla presidenza, Arseni Yatseniuk fu nominato primo ministro di un governo che in 24 mesi ha attraversato tre crisi e, il 18 febbraio, ha visto la propria coalizione - dopo l'uscita di nazionalisti, Patria e Samopomich - perdere la maggioranza in parlamento.
Il Paese, insomma, è nella confusione politica più totale e il disastro economico è sempre dietro l'angolo, tanto più che gli aiuti del Fondo monetario internazionale sono congelati causa delle mancate riforme. Come dire: la rivoluzione è fallita.
UN GOVERNO BRANCALEONE. Non era difficile in realtà da prevedere, visto che la transizione post Yanukovich è stata guidata da un presidente-oligarca e da un governo Brancaleone fatto di cinque partiti il cui denominatore comune era quello di essere contro il vecchio capo di Stato.
Dietro le quinte i poteri forti, rispondenti ai nomi degli oligarchi più potenti (Rinat Akhmetov, Igor Kolomoisky e pochi altri) hanno continuato a tirare le fila, la corruzione è ancora un problema dilagante e il principale ostacolo allo sviluppo economico, le riforme promesse per rilanciare il Paese sono rimaste sulla carta e l'Ucraina è rimasta imprigionata nel caos di sempre.
NESSUN CAMBIAMENTO. E anche qui non ci voleva la palla di cristallo per intuire un esito simile, partendo dal fatto che l'unica testa rotolata su Maidan è stata quella di Yanukovich e dal sistema incancrenito è scomparso solo il suo clan, mentre tutti gli altri hanno continuato a giocare la propria partita.
Se a questo si aggiunge il fatto che l'Ucraina ha perso la Crimea, annessa dalla Russia, parte del suo territorio è ancora teatro di una guerra ibrida e che tra Mosca e Washington si combatte sul terreno dell'ex repubblica sovietica un conflitto con toni da Guerra fredda, il quadro appare ancor più devastante.
Chi se la passa peggio sono naturalmente gli ucraini stessi, soprattutto quelli che avevano visto in Maidan la speranza del cambiamento e invece sono stati puntualmente traditi.

Gli ucraini hanno abbandonato ogni speranza

Petro Poroshenko e Barack Obama, presidenti di Ucraina e Usa.

Tutto si era già visto nel 2004, con l'eccezione del sangue sulle strade nel centro della capitale, quando il duello tra i due Victor, Yanukovich e Yushchenko, si era risolto prima con la vittoria del secondo e gli eroi della rivoluzione arancione avevano preso poi le redini del Paese: Yulia Tymoshenko divenne premier, Poroshenko fu messo a capo del Consiglio di sicurezza, Yatseniuk della Banca centrale.
Qualche mese dopo il sogno arancione era naufragato nelle faide interne e in Ucraina era tornata la normalità tra governi cascanti ed elezioni anticipate, sino a che nel 2010 il solito Yanukovich aveva conquistato la presidenza, questa volta senza brogli.
LA MIOPIA DELL'OCCIDENTE. Da allora aumentarono le pressioni internazionali su Kiev e si acuì lo scontro tra Russia e Occidente, tra Unione Euroasiatica e Unione Europea, finito appunto con quello che a Mosca è stato considerato un colpo di Stato e a Bruxelles e Washington un legittimo passaggio di consegne, seppur burrascoso.
Gli ultimi due anni sono stati un disastro per l'Ucraina, al di là della questione del Donbass. Euromaidan si è tramutata in Eurofiasco per motivi interni e per la miopia occidentale che non solo non ha saputo leggere la reazione russa, ma nemmeno convincere i nuovi reggenti di Kiev a dare una svolta verso il vero cambiamento.
LO STESSO ERRORE DEL 2004. L'aggravante è che si tratta dello stesso errore del 2004 amplificatosi sull'onda dello scontro geopolitico tra Russia e Stati Uniti innescato già nel 2003 con la prima della rivoluzioni colorate, quella in Georgia, che ha avuto la sua prima fiamma nel 2008 con la guerra dei cinque giorni nel Caucaso.
Gli accordi di Minsk, firmati ormai un anno fa e per nulla implementati, sono il simbolo di uno stallo non solo tra il governo di Kiev e separatisti filorussi nel Donbass, ma anche di quello tra il Cremlino e l'Occidente che ritiene responsabile di questo fallimento solo Mosca, mentre pure l'Ucraina sta facendo la sua cattiva parte.
RIFORME AL PALO. Lo scontro istituzionale tra presidente e premier e il governo traballante hanno bloccato il processo di riforma costituzionale e la legge sul decentramento prevista dall'intesa di Minsk.
La nuova crisi ed elezioni anticipate pesano comunque sulla tempistica dell'intero processo di pace, senza che la Russia si impegni a mettere i bastoni tra le ruote.
Secondo i sondaggi gli ucraini hanno abbandonato ogni speranza e due su tre pensano che il Paese stia andando a rotoli.
Nessun nuovo terremoto è però all'orizzonte, non tanto perché i primi due rivolgimenti a 10 anni di distanza l'uno dall'altro sono falliti, quanto perché nessuno degli oligarchi ha ora intenzione di finanziare una nuova rivoluzione. E gli attori esterni stanno alla finestra in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi mesi nella lotta fra i soliti noti.

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