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BASSA MAREA 24 Febbraio Feb 2016 1330 24 febbraio 2016

Ebbene sì, ora in America c'è posto pure per Trump

Il suo populismo anti-Wall Street funziona. Perché tocca le corde di chi si sente ignorato.

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Donald Trump durante il comizio a South Point Arena, Las Vegas, Nevada.

Per ora solo 1,3 milioni di repubblicani e 500 mila democratici si sono espressi nelle Primarie americane in un grande Paese di 323 milioni di abitanti.
E solo una piccola frazione dei quasi 8 mila delegati che formalmente devono scegliere i due candidati è stata eletta.
Ma la campagna 2016 è già emersa chiaramente come una anomala stagione anti-establishment e di populismo del common man.
Non c’è più posto per i Bush. Vedremo se ci sarà per i Clinton.
Donald Trump domina per ora il campo repubblicano, pur osteggiato dal partito.
ANOMALO E FOLCORISTICO. È un anomalo e folcloristico, e giornali molto conservatori come The National Review invitano a non votare per «un opportunista politico filosoficamente senza ormeggi che sarebbe pronto a lacerare l’ampio consenso ideologico conservatore all’interno dei repubblicani in favore di un populismo ondeggiante, con toni da uomo forte».
Hillary Clinton ha invece il partito con lei, ma ha da combattere un incredibile Bernie Sanders, 74enne socialdemocratico, quindi di una “scuola” da sempre molto minoritaria negli Stati Uniti, alla quale il malcontento ha dato fiato.
IL MOMENTO DEGLI ANTI-SISTEMA. Sanders e Trump incarnano il momento. Sono entrambi anti-Washington e anti-establishment.
Promettono di riprendersi la politica in nome dei cittadini espropriati dalle élite e dai grandi interessi, Wall Street in prima fila.
Il primo marzo è chiamata al voto un'ulteriore quindicina di Stati tra cui alcuni importanti come Texas, Georgia, Virginia, Massachusetts.
Rimarranno forse solo due varianti da verificare: se Marco Rubio - vero ormai candidato del partito - riuscirà a scalzare Trump, e se Sanders raccoglierà un numero sufficiente di delegati non tanto per battere la Clinton, impresa difficile, ma per imporle a fine luglio una investitura di fatto debole.
PIACE AGLI ELETTORI DI SANDERS. Se sarà Hillary, il 20% circa dei sostenitori di Sanders potrebbe votare Trump, indicano certi sondaggi.
Con un piccolo gioco una conduttrice tivù, Mika Brzezinski, ha posto a Donald Trump un quesito: «Il candidato è considerato da tutti i guru un outsider politico. Punta alla rabbia degli elettori, e offre un messaggio popolare. Ritiene che tutti nel Paese dovrebbero avere l’assistenza sanitaria, e ritiene che i gestori di fondi finanziari dovrebbero pagare più tasse. Attira migliaia di persone ai suoi comizi e trascina un sacco di nuovi elettori nel sistema decisionale. E non ha fatto promesse a nessun interesse costituito. Di chi sto parlando?».
«Di me», ha risposto Trump.
«Pensavo al momento piuttosto a Sanders», ha risposto la conduttrice, il cui scopo era evidenziare la convergenza.

Trump spara su Wall Street, un mondo molto vicino a Obama

Barack Obama.

Già nel 2012, quando Obama fu rieletto, era chiaro che un repubblicano anomalo, un vero e ormai raro Main Street Republican con un po’ di populismo e critico di Wall Street dei cui uomini Obama si era incredibilmente circondato, avrebbe potuto mettere in difficoltà il presidente. Ma non c’era l’uomo adatto.
Lo sarà Trump?
Magnate immobiliare, nipote di un immigrato tedesco (Drumpf, in origine) che aveva fatto una iniziale piccola fortuna gestendo un albergo nello Yukon - c’era la corsa all’oro - raccomandato per la cucina e con annesso bordello, ha portato a dimensioni nazionali il gruppo immobiliare di famiglia.
PARLA AI ''DISPREZZATI''. Figura nota, con innumerevoli uscite televisive, “ospite” anche di un noto reality show, Trump gioca sul fatto che anche negli Stati Uniti, dove molti hanno teorizzato in passato la classless society, la società senza classi, le classi esistono eccome, soprattutto adesso che la middleclass è in profonda crisi e la mobilità sociale è da due decenni notevolmente frenata.
Trump ha preso atto di un’America che si sente ignorata, e disprezzata.
E LE CANTA ALLE ÉLITE. A Washington è molto più facile ai cocktail bar sentire battute sui rednecks che non sui neri o latinos o altre minoranze, battute queste ormai inaccettabili.
Redneck sta per schiena arrossata dal sole, indicava in origine i bianchi poveri rurali del Sud, oggi i generici esponenti della working class e gli abitanti dei centri minori della flyover America, gli Stati dove non mette conto andare, ma su cui si vola sopra: gran parte del Sud, parte del Midwest e dell’Ovest, mezza America insomma.
I rednecks sono con Trump per il solo fatto che he flips the bird alle élite e a Washington in particolare, espressione non elegante che descrive il dito medio alzato nell’espressione in Italia detta dell’ombrello.
E per questo gli perdonano per ora molto, tra cui la vaghezza e i toni a volte eccessivi del programma.
HILLARY LO DEVE TEMERE. È anche un avversario temibile per Hillary Clinton perché va alla giugulare, molto più di Bernie Sanders.
Hillary è costretta a difendere in pieno l’eredità di Obama.
E di un market liberalism à la Milton Friedman che è stato la dottrina dominante dei repubblicani da Reagan in poi, e dei democratici da Clinton in poi, Obama compreso.
Ma il market liberalism è inteso come elitismo da milioni di americani, in questa stagione di neo populismo.
La teoria del lasciar fare al mercato, che non sbaglia, nel 2008 ha fatto crac.
BARACK NON È STATO DI PAROLA. E la promessa non mantenuta da Obama di qualcosa di nuovo, hope and change, di nuove regole e di cacciata dei mercanti dal tempio (lo ha promesso letteralmente nel 2008, in campagna elettorale) turba ora i sonni di Hillary.
Che è una signora di fatto dal 1993 residente a Washington costretta a cavalcare una stagione favorevole agli outsider. A Washington, mai tanti mercanti come adesso.
Un terzo mandato allo stesso partito dopo un presidente non troppo popolare, e Obama non lo è, non c’è finora mai stato.
Certo che vedere il nuovo in Trump e nel Trumpismo richiede un certo sforzo. O sfogo di rabbia.
Ma basta riascoltare vari discorsi elettorali di Obama, per esempio Green Bay, Wisconsin, 22 settembre 2008, e conoscere poi un poco la Washington di questi ultimi 8 anni, per capire che c’è posto per Donald Trump.

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