Renzi, Verdini non in maggioranza
ALLEANZE 24 Febbraio Feb 2016 2006 24 febbraio 2016

Unioni civili, così il ddl Cirinnà è stato snaturato

Testo stravolto. Alfano esulta. Per Renzi fatto storico. Ma i gay protestano.

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Per Angelino Alfano deve essere stato un gran bel giorno.
Sulle unioni civili, infatti, è riuscito a strappare un buon prezzo per la sua fiducia. Dal testo originale sono sparite sia la stepchild adoption sia l'obbligo di fedeltà.
Non solo: è stata inserita la separazione lampo davanti all'ufficiale di Stato civile. Circa le adozioni, poi, resta valido ciò che è previsto dalle attuali norme. Non sarà applicata al ddl la legge del 1983, ma dovrebbe essere garantita la giurisprudenza sui ricorsi di coppie omosessuali.
ESULTANZA DEM. Un risultato che ha deluso e non poco le associazioni Lgbt, ma che evidentemente ha soddisfatto pure i renziani. «L'accordo è chiuso», ha dichiarato il senatore dem Andrea Marcucci (quello del super canguro, per intenderci). «L'emendamento è scritto, va molto bene, aspettiamo la bollinatura da parte della Ragioneria dello Stato».
«Il voto di fiducia uno strumento che salva la legge e salva i diritti. #Unionicivili #lavoltabuona @pdnetwork», ha cinguettato Monica Cirinnà. La stessa che solo una manciata di giorni fa aveva annunciato il suo addio alla politica nel caso il testo venisse stravolto.
«L'accordo sulle unioni civili è un fatto storico per l'Italia. È davvero #lavoltabuona'», ha twittato pure Matteo Renzi.

Senza dubbio per il Ncd si tratta di un ottimo risultato.
Angelino è riuscito ad «arginare il rischio delle adozioni e a cristallizzare la separazione tra unioni civili e matrimonio» per «mettere un punto ed evitare una nuova telenovela nella prossima legislatura», cioè «il rischio di una deriva che avrebbe potuto introdurre le adozioni».
LA PROMESSA DI ZANDA. Si vedrà. Anche perché il capogruppo dem al Senato Luigi Zanda pare essere di diverso avviso.
«L'accordo sulle unioni civili conferma lo stralcio della parte che riguarda la stepchild adoption che tuttavia sarà introdotta in un ddl sulle adozioni», ha promesso. Non solo: «Dovrà avere una corsia preferenziale ed essere approvato alla Camera e al Senato entro la fine di questa legislatura».

L'appoggio di Ala

C'è da dire che Renzi su una cosa ha ragione.
L'accordo sulle unioni civili è veramente «un fatto storico». Anche perché sancisce, se mai fosse rimasto qualche dubbio, l'ingresso di Denis Verdini e della sua Ala in maggioranza.
«Più siamo e meglio è», ha commentato Alfano a chi gli faceva notare che per la prima volta i verdiniani voteranno la fiducia all'esecutivo.
«Questa fiducia», ha poi aggiunto a Corriere.it, «è una modalità tecnica per arrivare presto al sì sulle unioni civili. E il voto di Verdini è quello di chi ha sempre detto che avrebbe votato questo provvedimento e oggi non si sottrae».
LA RIVINCITA DI ANGELINO. Infine ha ammesso, tradendo la sua indole da bottegaio della politica, la sua vera soddisfazione: «L'insieme di tutte le rotture con Berlusconi sono segni 'più' dietro la mia azione. Sono la conferma che avevo ragione io».
Non male, certo, per uno che fino a pochi anni fa era solo un «senza quid».
Sarcastico, in Transatlantico, Pier Luigi Bersani che ha ironizzato su Verdini: «È un voto di coscienza...».

Quella volta che Denis entrò in maggioranza

Per molti, l'entrata di Verdini nella maggioranza a dire il vero va retrodatata.
Il 20 gennaio, per esempio.
L'AFFAIRE POLTRONE. Grazie all'aiutino determinante sulla Riforma costituzionale, Ala incassò tre poltrone nelle vicepresidenze di Commissione al Senato (Pietro Langella al Bilancio; Giuseppe Compagnone alla Difesa; Eva Longo alle Finanze).
Davanti alle polemiche sollevate dalla minoranza dem, Renzi mise le mani avanti. «Il voto sulle riforme è aperto a tutti coloro che le condividono», disse. Assicurando: «Non è vero che la maggioranza da sola non ha i voti. Cinque senatori erano assenti, con loro non sarebbe servito il soccorso di Verdini».
LE RASSICURAZIONI RENZIANE. Concetto sottolineato pure nel salotto di Porta a Porta. «Verdini non è in maggioranza. Abbiamo già i numeri», aveva ripetuto il premier. «Sono due anni che mi dicono: ‘Non avete i numeri’. E sono due anni che continuiamo a fare le cose. Secondo me porta bene».
È passato un mese e quei numeri evidentemente non ci sono più. Ad averlo dichiarato per la prima volta lo stesso Renzi sul ddl Cirinnà: «Noi al Senato non abbiamo i numeri e quindi servono alleanze».
Buono a sapersi.
Altri, invece, fanno risalire l'ingresso di Verdini in maggioranza al 27 gennaio scorso con il voto per la «non sfiducia» (calambour di Renzi) di Maria Elena Boschi.

«Senza di noi non c'è la maggioranza al Senato»

Ma l'ex braccio destro di Berlusconi aveva già le idee chiare a ottobre 2015.
Non aveva certo l'intenzione di entrare nel Pd ma di appoggiare le riforme quello sì. Perché altrimenti, disse sicuro, «al Senato non c'è una maggioranza».
VOTO NON OLET. Poi rassicurò gli «amici del Pd» che strorcevano il naso: «Stiano tranquilli quelli che dicono che i nostro voti puzzano: non abbiamo nulla a che spartire col Pd, vogliamo solo dare una scossa alla politica italiana».
Cosa che evidentemente non gli era riuscita in 20 anni di impero berlusconiano.
«Io un taxi?», scherzò poi, «Casomai un treno».
BOSCHI SI SMARCA. Anche allora Renzi lo difese: «Chi appoggia le riforme aiuta l'Italia», sentenziò il premier, liquidando come «allucinante e ingiusto» l'atteggiamento di chi avrebbe rifiutato i suoi voti. Perché, era il ragionamento, «i senatori che stanno con Verdini le riforme le avevano già votate: l'incoerenza non è di chi sta votando le riforme ma di chi ha cambiato idea».
A dargli manforte la madrina della Riforma: «I nostri voti», spiegò a La Stampa, «sarebbero stati comunque sufficienti. Non capisco questa ossessione, hanno votato come un anno fa. Con loro nessun accordo».
Era forse solo una questione di tempo.

Twitter @franzic76

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